I Malavoglia

i malavogliaQuesto libro per i miei gusti ha tanti difetti. Di certo non fa per me: mi sono annoiata dall’inizio alla fine e ho impiegato tre lunghi giorni per leggere 280 pagine. Ho faticato a distinguere un personaggio dall’altro (a parte i principali); e ce ne sono molti, sappiatelo! La storia è sviluppata soprattutto attraverso dialoghi, sia diretti che indiretti, e spesso in questi dialoghi c’è poca chiarezza. Non si riesce ad affezionarsi ai personaggi, tanto che nonostante le mille disgrazie che accadono loro, non ho provato neppure una punta di tristezza. Questo sentimento affiora soltanto quando si pensa a quanto il romanzo sia specchio della realtà di quegli anni. Si percepisce la miseria della VERA povertà di chi era povero in quel periodo (seconda metà dell’ottocento).

Il verismo, corrente letteraria di cui Verga è il maggior esponente, è di certo apprezzabile, specie se si colloca nella realtà storica in cui il romanzo è stato pubblicato. Al di là però delle lezioncine di letteratura e del piacere di chi ama conoscere il proprio passato attraverso i romanzi di chi l’ha vissuto, io non consiglio questo libro. Diciamo che se leggete solo per il piacere di leggere e non avete anche mire culturali, questo libro è molto probabile che non vi piaccia. Non è la prima volta che mi ritrovo delusa dopo la lettura di un classico. Io penso che se un libro è importante per qualche ragione, non significa necessariamente che sia un libro di alta qualità. Spesso ha solo avuto la fortuna di essere pubblicato al momento giusto o di rappresentare qualcosa che il pubblico vuole vedere sulla carta in quel dato momento.

Bene, detto ciò vado ad indossare una cotta di maglia e mi preparo al linciaggio! 😉 Concludo dicendo che questo giudizio si limita a I Malavoglia e che Verga ha comunque delle uscite geniali, a volte. Eccovene una, tutta da godere:

“Al giorno d’oggi chi è galantuomo è gabbato, ché la buona fede sta di casa in via dei minchioni, dove si vende la corda per impiccarsi”.

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14 Responses to I Malavoglia

  1. La frase che hai citato è troppo forte! 😉

    Comunque mi ricordavo che Verga mi era piaciuto, ho letto il libro in piena adolescenza e forse questo ha influito, difatti molti dei libri che avevo letto allora, adesso non mi piacciono più dopo averli riletti. Devo rileggerlo.

  2. luce zen says:

    Direi che la frase di Verga è assolutamente attuale…..:-)
    Per quanto riguarda “I Malavoglia” linciate anche me. L’ho riletto lo scorso inverno: negli anni della scuola non mi era piaciuto, e nememno adesso…..

  3. Bene ragazzi, visto che il linciaggio si fa attendere, credo che distruggerò qualche altro classico… Eh eh eh! Scherzo! Sto rileggendo proprio ora un libro che vari anni fa mi è piaciuto moltissimo. Datemi un paio di giorni al massimo e avrete il responso. 🙂

  4. Giovanni says:

    Condivido l’attegiamento critico nei confronti dei classici, non il giudizio su “I Malavoglia”. Verga esibisce la sfida dell’uomo al suo destino nella titanica battaglia che dura tutta la vita; racconta la brutale realtà degli umili in lotta per la sopravvivenza: per loro ogni legittima speranza è vana e qualora si interrogano sul significato delle proprie azioni smarriscono il senso del proprio agire, come dimostra ‘Ntoni di padron ‘Ntoni.

  5. Giovanni says:

    Non avevo ancora letto il tuo post,
    ma non avrei comunque cambiato nulla!
    :o)

  6. Ti rispondo raccontandoti un aneddoto.
    Pochi giorni fa, parlando con una persona che probabilmente in questo momento sta leggendo l’ultimo romanzo che ho scritto (che è ancora inedito) mi ha chiesto: “Qual è l’intento comunicativo del libro?” Io ho sorriso e risposto: “Deve dirmelo lei!” E ancora: “Ma tu cosa volevi esprimere?”
    “Si deve capire dal libro, non devo dirlo io. Deve parlare il libro per me!”

    Troppo facile scrivere una fesseria e dire che si voleva esprimere il senso della vita! Insomma, tutto quello che hai detto su “I Malavoglia” non si percepisce dal libro se non con un notevole sforzo di interpretazione. Ma perché il lettore dovrebbe sforzarsi? Non ti pare che sta allo scrittore saper comunicare a dovere ciò che intendeva? Io credo sia così.

    • Giovanni says:

      Il commento che ho riportato proviene dal taccuino su cui annoto le impressioni suscitate da ogni lettura: quando ho letto “I Malavoglia” (una decina di anni fa) non avevo ancora studiato Verga. Credo che dal testo si percepiscano realmente la difficoltà di emanciparsi per i miserabili, la vanità delle ambizioni, la durezza della vita…

  7. Alfredo says:

    Ritorno da queste bande proprio su un post a cui mi piace rispondere..
    Vedi Chiara io sono sempre stato un feroce antiverista.
    Naturalmente so che il testo ha meriti oggettivi, e descrive degnamente la desolazione, il degrado e la sconfitta di un intero popolo. Non contesto il suo valore per la storia della letteratura e della vicenda storica dell’Italia meridionale.
    Ma parlo dei miei gusti personali. E quella letteratura drasticamente oggettiva, col dogma di essere puro specchio del reale, di limitarsi a riprodurre ogni desolazione e degradazione.. senza UN momento di trasfigurazione e di empatia verso i personaggi, senza una spinta.. io la trovo una malattia per l’anima. Certi libri possono davvero appesantire l’anima di chi legge.. e dare ancora altre immagini di squallore e deprimere pure il tempo che egli consacra a Volare alto.. ossia alla lettura..

  8. Devo ammettere di non essermi ancora fatta un’idea complessiva del verismo. Studiare a scuola le correnti letterarie e i vari romanzi che ne sono esempio, non è come leggere i libri per scelta. Quando si sceglie di leggere un libro si ha un’idea diversa rispetto a quando lo si “studia”, così secondo questa idea so poco del verismo. Comunque a me come scrittrice piace rappresentare la realtà, anche quella che non presenta riscatto dei personaggi, e mi piace anche da lettrice, però deve essere ben fatta. Verga sa rappresentare la realtà, ma in un modo che non mi piace. Non è accattivante, non cattura l’attenzione, non riesce a far amare i propri personaggi nonostante li distrugga pagina dopo pagina schiacciandoli sotto il peso di una realtà crudele. Devo dire che comunque più libri leggo più divento critica. Il piacere si affina, suppongo, e diventa sempre più difficile soddisfare la mia fame. 🙂
    Pensa che questo libro non mi ha neppure “appesantito l’anima”. Mi è quasi stato indifferente… Molto triste come cosa.

  9. Alfredo says:

    Prova a immaginare un suddito più “realista” del re.. in fin dei conti qui parliamo di “realismo”.
    Anche i libri “reali” che piacciono a te e a tanti (e talvolta anche a me) non sono mai “purmente” reali.
    Perchè a volte interviene il pensiero dell’autore. A volte ci sono commenti e riflessioni. A volte emergono particolari evoluzione dell’anima umana che in realtà “non potrebbero essere viste”. Ci sono libri più reali di altri ma sempre con una certa flessibilità e spazio, anche minimo alla fantasia, alle emozioni, alle vicende dell’animo. Il verismo è una sorta di fondamentalismo. Fa parte di una serie di correnti, non del tutto estinte ahimé, che vogliono sostanzialmente ELIMINARE L’AUTORE..
    Credimi c’è una bella differenza tra il realismo come lo intendi tu, e questo realismo “fondamentalista”.
    L’autore muore, muore ogni disegno di opera, muore la fantasia, le riflessioni, muore l’indignazione e l’anima, muore l’invenzione, muore la capacità di scavalcare il quotidiano alle volte. E l’opera aspira ad essere nient’altro che una descrizione nuda e cruda di esseri in movimento nel mondo.. come se ci fosse un registratore e una telecamera e nient’altro. Ambisce a essere puro specchio, rappresentazione pedissequa.
    Scarnificamento narrativo. Vita dura, nuda, cruda, spoglia. Nascere, vivere, morire. Ciclo rinsecchito e niente più. Non c’è un balzo, un acme, una commozione, una ispirazione, una risata vera, un colpo d’ali in queste opere. Non c’è un momento di riflessione. Solo corpi destinati a decadenza e morte dinanzi a un obiettivo sterile e asettico. Questi libri meritano un solo destino. L’estinzione.

  10. In effetti il realismo che piace a me è certamente diverso da quello di Verga. Il verismo ricorda molto (troppo) il giornalismo… triste in un romanzo!

  11. I Malavoglia. Primo gradino del cosiddetto “ciclo dei vinti”. Cito a memoria le parole che credo di ricordare dagli studi di scuola. Verga voleva dimostrare che tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro classe di appartenenza, tentano di elevarsi di grado, spendendo fatiche e salute pur di raggiungere lo scopo: il poveraccio cerca di stare un po’ meglio, il benestante cerca di diventare ricco, il ricco cerca di diventare nobile e potente, ecc… ma la vita è dura e cattiva per tutti loro e nessuno sarà mai felice.
    Questo è l’unico libro che non ho letto, ma credo di conoscere come se lo avessi fatto. Ricordo Padron ‘Ntoni, Bastianazzo, Mena, la casa del Nespolo e il fallito commercio dei lupini. Lessi invece Mastro Don Gesualdo (il secondo gradino del ciclo); non era poi un poveraccio, faceva il muratore, ma spende tutta la sua vita per fare soldi, comprare terreni, mangiando sempre pane e cipolla per risparmiare. Morirà in un modo tristissimo.
    A ME VERGA E’ SEMPRE PIACIUTO! Mi è piaciuto sopratutto per come evocava le strade polverose, le campagne brulle e il sole accecante. Almeno così immaginavo gli scenari, come nella novella “La roba” la più bella per me. Fine.

  12. Le intenzioni c’erano, senza dubbio, è il modo di esprimere quei concetti che non mi piace. In ogni caso, ricordo che “La roba” e “Mastro Don Gesualdo” mi erano piaciuti (da studi di scuola e quindi lettura di estratti), ma devo rileggerli ora, alla luce dei gusti diversi e dell’esperienza accumulata come lettrice.

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