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Chiara Vitetta

"Una vita senza libri è una vita di sete". (Stephen King)

Il segreto

Posted by Chiara Vitetta - gennaio 14th, 2010

Nel maggio del 2009 mi è stato chiesto di scrivere un racconto per una rivista di computer e hacker. Avrebbe dovuto essere attinente almeno in modo generico agli argomenti trattati dalla rivista e non superare i 10000 caratteri. Non ho mai scritto su commissione, e odio i limiti, specie quando scrivo. Mi piace spaziare, potermi esprimere liberamente, non dover stare attenta a quante parole uso per raccontare la storia che mi preme far uscire dalla mia testa. Nonostante questo ho tentato, e dal tentativo è venuto fuori Adelmo Greco, un racconto ben riuscito, a mio parere. Finito questo esperimento, mi sono detta: perché non provare a scrivere ancora in modo forzato? Dopotutto basta una piccola idea e un po’ di fatica! E così appena avuta questa piccola idea, mi sono impegnata per trasformarla in un racconto. Il risultato, ritengo, non è buono come per Adelmo Greco, ma tanto male non mi sembra. Beh, avrete modo di giudicarlo voi.
Comunque qualcuno ha subito letto questo racconto e si è lamentato un po’ del finale negativo. Poi mi ha detto: “Perché non riscrivi il finale?”. Ecco, diciamo pure che non sono fan del lieto fine, non lo nascondo mica! Sulle prime ho ringraziato del consiglio e detto che ci avrei pensato, e poi, con calma, mi sono detta: beh, magari riscriverlo per stravolgere il racconto originale no, ma perché non scrivere un finale alternativo? Voi ricordate i fumetti di Topolino con le storie a più finali? Io sì, e mi piacevano molto. Bene, allora ad un certo punto della lettura vi troverete ad un bivio: finale 1 o finale 2? Finale tragico, o lieto fine? Aspetto il vostro parere in questa pagina o in privato all’indirizzo: chiaravitetta1985@gmail.com
Se preferite leggerlo in pdf, potete scaricarlo cliccando qui
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Buona lettura!

I

Tutto ebbe inizio un pomeriggio d’inverno, quando Daniele scoprì sua madre piangere nella solitudine della cucina vuota in cui passava la maggior parte del suo tempo.
Nel suo comprensibile tentativo di non essere scoperta, si era lasciata trasportare da quelle lacrime liberatorie in un momento in cui avrebbe dovuto essere sola in casa, ma il destino, per chi ci crede, aveva deciso diversamente. Destino, caso, crudeltà, giustizia, chissà chi o cosa aveva mosso i fili delle marionette che recitavano nell’agglomerato di vite che costituiva quella famiglia.
Tutto ebbe inizio quel pomeriggio e da lì in poi niente sarebbe stato più lo stesso.
Daniele si era avvicinato a sua madre pervaso da un misto di preoccupazione e imbarazzo, e questo secondo sentimento, non abbastanza forte da soppiantare l’altro, non gli aveva impedito di chiederle la ragione del suo pianto seppure tra di loro non ci fosse mai stata una particolare confidenza. Il rapporto tra madre e figlio era buono, ma non particolarmente profondo né rilassato. Regnava l’imbarazzo dello scontro tra due diverse generazioni, vari tabù ergevano barricate invisibili, le paure e i difetti dei singoli componenti del nucleo familiare, poi, finivano per allontanare quasi completamente un individuo dall’altro. Tutto questo non impediva a Daniele di amare i suoi genitori, né ai suoi genitori di amare lui.
Aveva particolare predilezione per suo padre, un uomo tutto d’un pezzo, ligio al dovere e rispettoso delle regole e della famiglia. Daniele si chiedeva spesso se fosse all’altezza di un personaggio del genere. Quando era bambino e i suoi diciannove anni attuali erano per lui lontani anni luce, vedeva suo padre come un eroe e lo amava senza alcuna riserva. Gli anni passati e l’età che aumentava avevano dato alle sue idee prospettive diverse da cui guardare prima di formarsi, ma il grande rispetto e l’ammirazione per suo padre non erano mutati. Certo non si sentiva molto capito a livello umano, né appoggiato nei suoi difficili sogni. A volte si sentiva troppo sotto pressione, ma continuava ad avere grande rispetto per l’omone grande e grosso che era suo padre. Nei giorni successivi, Daniele avrebbe visto sgretolarsi davanti ai suoi occhi la figura integra e bella che rappresentava suo padre per lui, ma ancora non lo sapeva.
Sua madre, inizialmente riluttante, finì poi per sciogliersi al sole delle sue preoccupate domande, gli confidò di credere che suo marito la tradiva, che il padre che tanto adorava aveva probabilmente una relazione con un’altra donna. Daniele si trattenne dal sorridere: gli sembrava così assurdo! Cercò di rassicurare sua madre, che inconsolabile continuava a piangere e si rammaricava di non avere il denaro necessario per fare seguire il marito da qualcuno. Sulle prime, l’assurdità della situazione chiuse le labbra a Daniele, gli asciugò la saliva in bocca e gli serrò la mascella. Che poteva dire? Era tutto talmente pazzesco! I suoi genitori sembravano andare d’accordo, talvolta litigavano, come ogni coppia, certo, ma mai niente di grave. Poi qualcosa dentro di lui era scattato, forse il tarlo del dubbio aveva cominciato a mordicchiare le gambe della sua sicurezza e così, senza pensarci due volte, aveva proposto a sua madre di calarsi lui stesso nei panni del detective: avrebbe seguito suo padre per scoprire se nascondesse davvero qualcosa. Sua madre si era calmata, aveva assentito e in silenzio aveva preparato il tè. Mentre lo beveva, Daniele si chiedeva cosa fosse quella sensazione scomoda che sentiva dentro. Non calzava bene, la sentiva inadatta, faceva anche un po’ male, come un paio di scarpe strette; ma cos’era?
Presto avrebbe capito che le certezze sono flebili e precarie e che si fa anche troppo presto a cambiare radicalmente idea sulle persone che abbiamo intorno.

II

Seguì suo padre per due giorni usando la macchina di un amico per non rischiare di essere scoperto. Il primo giorno si sentiva sicuro di sé e non pensava molto a quello che stava facendo, ma già il secondo giorno, quando niente di quello che aveva visto smascherava in alcun modo suo padre, cominciò a sentirsi in torto come se avesse ingiustamente negato fiducia a chi la meritava in pieno. Il terzo giorno andò avanti solo per non deludere sua madre, che mai si sarebbe accontentata di due giorni di pedinamento.
Fortuna o sfortuna, decidete voi, tre giorni bastarono.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, era buio e faceva un freddo della malora. Daniele si sfregava le mani tentando invano di scaldarle mentre aspettava che il semaforo gli desse il via libera. Suo padre era poco più avanti. Daniele lo seguiva da circa un’ora, molto incuriosito dalla strada che stava percorrendo. Era sabato, giorno in cui suo padre di solito andava ad incontrare i suoi soliti tre vecchi amici ad un circolo culturale. Così diceva, almeno. Il circolo culturale in questione, comunque, si trovava dall’altra parte della città. Daniele, inquieto e infreddolito, guidava con calma mentre dentro gli si scatenava un principio di tempesta di paura. Cercò di controllarsi e dieci minuti dopo capì dove si stavano dirigendo: i suoi genitori possedevano una seconda casa nella periferia della città.
Quando suo padre parcheggiò davanti alla villetta sfitta, Daniele lo imitò, ma scelse un posto abbastanza distante per non rischiare di essere visto. Teso e con il cuore che batteva un po’ troppo forte, aspettò. Vide suo padre entrare in casa e chiudersi la porta alle spalle, vide le persiane aprirsi e le luci accendersi in casa, e quando un quarto d’ora dopo non era ancora successo altro, si chiese che diavolo ci facesse lì. La prima ipotesi era stata quella di un incontro con una donna, ma lei dov’era? Trascorsero altri minuti, finché alle sette precise una signora che teneva una bambina per mano percorse lentamente la strada dirigendosi verso la casa. Daniele osservò le due figure: qualcosa stonava nel quadretto che gli si presentava davanti agli occhi. La donna, circa trentacinque anni, alta, con lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, sembrava nascosta dietro pensieri pesanti come una tenda spessa che copra segreti inviolabili. La ragazzina poteva avere al massimo dieci anni, e la donna le stringeva la mano come se avesse paura che potesse scappare da un momento all’altro. Madre e figlia, così le aveva classificate Daniele appena le aveva viste entrare nel suo campo visivo.
La bambina aveva gli occhi spenti; occhi che un bambino non dovrebbe mai avere. La visione di quelle due figure lo sconvolse senza fargliene capire la ragione e mentre con uno strano peso sul cuore le osservava camminare, dimenticò il motivo per cui si trovava lì. Della bambina non riusciva a vedere altro che gli occhi, come se il resto di lei fosse offuscato dall’espressione spenta. Poi eccole raggiungere la casa di suo padre. Daniele aggrottò la fronte e scosse la testa: non capiva. Mentre cercava disperatamente di non farsi un’opinione, perché nel fondo di sé sapeva bene che poteva farsene solo una che non avrebbe mai accettato, osservò la porta di casa che un attimo prima aveva inghiottito madre e figlia. Trascorsero cinque lunghissimi minuti prima che la porta si riaprisse per sputare fuori la madre della bambina. Sola.

III

Daniele rimase immobile e attonito davanti alla casa, senza sapere cosa poteva permettersi di pensare e cosa no. Non si concesse alcun pensiero, si costrinse invece a sigillare la mente e aspettare.
Alle otto, un’ora dopo l’arrivo della bambina, la donna tornò. Bussò alla porta e suo padre aprì. Si stava abbottonando la camicia. Si voltò come per chiamarla e un attimo dopo la ragazzina apparve, lei e quei suoi occhi spenti. La madre la prese per mano e Daniele le vide andar via così come erano arrivate. Lui richiuse la porta e riapparve pochi minuti dopo, come se non avesse fatto nulla di male, lustro e sereno come non avrebbe mai dovuto essere, come se stesse tornando a casa dopo un incontro con gli amici al suo dannato circolo culturale. Daniele non lo seguì, ma rimase fermo, con lo sguardo fisso, ancora senza concedersi di pensare. Tornò a casa solo molte ore dopo e solo dopo essersi scolato due o tre birre di troppo nella solitudine di un bar poco frequentato.
Passò la notte senza chiudere occhio, tormentato dal ricordo di quello che aveva visto e schiacciato dalla costrizione di non permettersi di elaborare i fatti appresi.

IV

Nascose tutto a sua madre; mentì spudoratamente ed evitò di incrociare suo padre con svariate scuse più o meno accettabili. Riprese a seguirlo anche se faceva male, anche se immaginava già cosa altro avrebbe visto. Non accettando e non elaborando non aveva idea di cosa avrebbe dovuto fare o non fare: come un automa continuò il pedinamento per una settimana, e il sabato la scena della settimana precedente si ripeté. Tutto perfettamente uguale.
Con la testa china sul volante Daniele scacciò le lacrime pesanti che stavano in agguato dietro ai suoi occhi, strinse i pugni e si costrinse a non cedere. Tenne duro per un’altra settimana, e il sabato seguente, di mattina, dopo aver preso all’insaputa di sua madre l’altra copia delle chiavi della seconda casa, vi si recò. Posizionò due telecamere, una in camera da letto, l’altra in soggiorno, e le nascose per bene. La tecnologia di quel genere era una sua passione da sempre, mentre l’arte della dissimulazione la imparò in quei minuti.
In casa tutto era in ordine. Daniele si impedì di guardare nei cassetti alla ricerca di prove tangibili, ma strinse forte i pugni, scacciò ancora le lacrime ed uscì. Il sollievo, lontano da quella casa, fu immediato. Era come se tra quelle mura vivesse il peso del crimine orrendo che era stato perpetrato. Quel giorno non seguì suo padre: rimase a casa e bevve. Alla quarta birra le lacrime erano indietreggiate e i pensieri scivolati oltre, inafferrabili. Così voleva che fosse.

V

Domenica mattina, dopo aver dormito qualche ora e solo per sfinimento, andò a prendere le registrazioni delle telecamere. Non voleva vederle, ma doveva. Sarebbe andato fino in fondo? Doveva farlo. Il peso del crimine era ancora lì, palpabile, come una coltre di fumo nero che intasa i polmoni e toglie il respiro. Si sentiva come intossicato. Recuperò le due telecamere e corse via, lontano da quel luogo sporco e da quell’aria irrespirabile.

Finale 1

Finale 2

12 Responses to “Il segreto”

  1. miriam Says:

    bello bello…gia’ l’ho letto e gia’ l’ho finito… 🙂 il primo finale è meglio del primo…!!! 😀

  2. Chiara Vitetta Says:

    Ciao Miriam!
    Eh sì, anch’io preferisco il primo finale, non c’è che dire. 🙂

  3. federica Says:

    Brava, hai fatto bene a pubblicarlo qui con entrambi i finali! Io opto per il primo ^___^

  4. miriam Says:

    devo dire..che va per la maggiore il primo finale..:D

  5. Chiara Vitetta Says:

    Decisamente il primo finale è più sentito, d’altra parte era l’originale! Finora tutti preferiscono quello.

  6. daniele trucchia Says:

    Finalmente hai pubblicato il tuo secondo racconto. Era da un po’ che aspettavo questo momento. Delle mie impressioni ti ho già parlato in altra sede, ad ogni modo spero che anche tutti gli altri amici del sito, nonché i visitatori di passaggio possano leggere e apprezzare il tuo lavoro.
    Buona fortuna! Daniele

  7. Chiara Vitetta Says:

    Grazie Daniele!:-D

  8. bluestraneo Says:

    Preferisco di gran lunga il primo. Nel secondo, con i dialoghi fra padre e figlio, con il cambio di prospettiva e di atmosfera, si spezza quella sorta di silenzio di osservatore che fino a prima si era creato.
    Ritengo sia stato molto bello da parte tua, accogliere la proposta di un secondo finale. Per noi “comuni lettori” 😉 è piu interessante saperti cosi propensiva a sperimentare idee e suggerimenti di chi esprime il proprio parere sui tuoi lavori.
    P.s.: E’ molto affascinante la tua scrittura ‘articolata’, Complimenti !

  9. roberta Says:

    Opto anch’io per il primo finale! E’ palese, d’altro canto, che sia proprio quello l’originale…complimenti, è davvero ineccepibile!Continua così!

  10. Chiara Vitetta Says:

    Grazie!:-D

  11. Chiara Vitetta Says:

    Grazie Bluestraneo!:-)
    L’esperimento è stato faticoso, ma a suo modo utile, fosse anche solo per l’apprezzamento appena dimostrato!;-)

  12. Commento a “Il segreto” « Chiara Vitetta Says:

    […] Pubblicato da Chiara Vitetta su 8 maggio 2010 Buongiorno naviganti, oggi vi propongo una recensione, scritta da un amico aspirante scrittore, del racconto “Il segreto”. Chi non lo avesse ancora letto, può provvedere cliccando qui. […]

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