Tiro alla fune

Lo stalking è un dramma molto diffuso, purtroppo. In Italia moltissime persone, specialmente donne, vengono perseguitate da ex fidanzati o ex mariti e subiscono ogni angheria immaginabile. Non sempre quella che chiamiamo “la legge” riesce ad aiutare queste persone, così viene spontanea la voglia di risolvere tutto da sé…
Ho provato ad immaginare una storia di questo tenore ed è venuto fuori “Tiro alla fune”. Si tratta di un racconto scritto tutto d’un fiato e in poche ore. Tra i tanti i racconti brevi che ho scritto, è uno dei miei preferiti.
Spero vi piaccia almeno la metà di quanto a me è piaciuto scriverlo.
Buona lettura!

I

Ad ogni cosa c’è un limite; credo che questa verità sia viva in ognuno di noi e che spesso si agiti nelle nostre viscere tra la rabbia e l’indignazione. Si sopporta sempre solo fino ad un certo punto e bisogna stare bene attenti all’arrivo del momento in cui la corda sta per spezzarsi.
Roberto era uno di quegli uomini che tirano le corde tutta la vita, uno strattone alla volta, e solo di rado mollano la presa giusto quel tanto perché chi sta dall’altra parte prenda fiato. Tirava da una vita intera mentre Linda, sua moglie da sei lunghi, lunghissimi anni, sopportava in silenzio.
Ma come si sa, ogni situazione è destinata a cambiare.
Il matrimonio era durato sei anni, tempo che per Roberto era stato come un soffio e per Linda come una lunga agonia. A voler essere precisi e sinceri come poche volte si può essere nella vita, il loro matrimonio era durato, per Linda, cinque anni e 364 giorni di troppo. Le ore e i minuti possiamo trascurarli, dopotutto.
Dall’infelice unione erano nati due bambini, Benedetta e Santo. Linda aveva pensato che quei nomi avrebbero attribuito ai figli delle doti che nella vita gli sarebbero servite molto. Sperava che la figlia fosse benedetta dalla Madonna e perciò protetta da uomini come Roberto e che il figlio sarebbe stato tanto santo da sopportare quel tipo di persone. I nomi, l’affetto e la bontà della madre non avevano purtroppo difeso i due piccoli dalle difficoltà della vita e dagli ingiusti imprevisti che prima o poi fanno capolino nell’esistenza di ogni essere umano.
Linda cercava in ogni modo di proteggerli, anche sopportando, ma niente migliorava quella situazione.
Aveva sopportato le botte, le umiliazioni, la gelosia ossessiva e le manie quotidiane di quell’uomo terribile. Aveva taciuto di fronte alle ingiustizie e fatto la brava casalinga muta disposta ad accettare ogni stramba regola o richiesta del marito padrone. Dopo le ferite all’anima e al cuore, anche quelle sul corpo avevano smesso di darle fastidio: erano diventate una cosa normale.
È proprio quando l’orrore si trasforma in normalità che la vita perde valore e smette di essere un piacere; questa era per Linda una verità inconfutabile.
La sua vita era diventata un inferno quotidiano subito dopo il matrimonio. Una macchia sul pavimento o una camicia stirata male significavano uno schiaffo arrivato all’improvviso o un pugno sul naso; un paio di pantaloni troppo attillati indossati per una cena fuori si tramutavano in pizzicotti o bruciature di sigarette in zone del corpo ben nascoste dagli abiti. Anche quando erano nati i loro due figli, Linda non aveva avuto pace. Durante la gravidanza aveva vissuto costantemente con la paura di un aborto causato dalle botte, ma alla fine tutto si era risolto bene e i bambini erano nati sani come pesci. Fortuna, probabilmente.
Anche quando erano nati i bambini Roberto non si era fermato. I maltrattamenti fisici si erano un po’ ridotti, ma quelli psicologici non erano mai cessati. Roberto continuava a dire a Linda quanto valesse poco o quanto fosse incapace, continuava a disprezzare la sua cucina, il suo modo di fare le faccende di casa, persino la sua poca iniziativa a letto. Quale e quanta iniziativa si potesse avere a letto con un uomo violento e cattivo come Roberto, per Linda era un vero mistero.
Cercava sempre di accontentarlo in tutto e a volte di rendersi invisibile per non disturbarlo. Diceva sì ad ogni sua proposta, dalla più ovvia alla più insolita. In quegli anni i no non facevano parte del vocabolario di Linda.
Eppure nulla riusciva a rendere Roberto sereno o felice, era costantemente preda delle proprie insicurezze ed alla continua ricerca di un piacere che solo la violenza sembrava riuscire a dargli.
Linda si dedicò da sola ai figli per anni cercando di arginare i soprusi e mantenere un’atmosfera serena attorno alle vite dei bambini, ma non era un’impresa facile. La presenza del padre li rendeva nervosi, inquieti e spaventati. Lo vedevano poco, ma quel poco bastava per cambiare il tenore delle loro giornate. Fortunatamente Roberto stava via da casa molte ore al giorno per via del suo lavoro, ma nelle ore in cui era presente, sapeva rifarsi del tempo perduto e creare un ambiente di terrore e angoscia che il resto della famiglia non riusciva a contrastare.
Ad un certo punto, apparentemente senza ragione, prese anche l’abitudine di bere molto. In quei casi Linda cercava di non stargli tra i piedi, ma quando era lui stesso a chiamarla non riusciva ad esimersi e le toccava avere a che fare con quell’uomo viscido e malvagio, osceno e volgare, che prestava attenzione solo al suo piacere e a cui non importava nulla della moglie.
Quando facevano l’amore lui era egoista e violento, del tutto disinteressato alla persona con cui stava per congiungersi. Linda si sentiva come un pezzo di carne morta, o peggio, come una bambola gonfiabile utile solo per soddisfare il piacere di un depravato. Tutto questo la annientava giorno dopo giorno, la faceva sentire a malapena viva, ma viva in modo spiacevole, doloroso e triste. Si sentiva piccola e inutile, incapace e brutta; si sentiva un nulla che cammina.

II

È davvero incredibile quanto ognuno di noi sia capace di sopportare e per quanto tempo. Vale per il dolore fisico o per quello psicologico, per i soprusi e per le ingiustizie. Siamo capaci di ingoiare una notevole dose di bocconi amari senza dire A, eppure prima o poi per molti vale l’immagine di una corda tesa che ad un certo punto si spezza o di un bicchiere che presto o tardi diventa colmo fino a che il contenuto trabocca.
Per Linda la sopportazione avrebbe potuto non avere limiti se il marito avesse continuato a prendersela solo con lei. Avrebbe anche sopportato una certa dose di sofferenza per i suoi bambini, ma non avrebbe mai potuto sopportare che venisse alzato un dito su di loro.
Roberto ebbe la sfrontatezza e la cattiveria necessaria per arrivare a tanto quando una sera in cui era particolarmente ubriaco e ce l’aveva con l’universo intero, la figlia osò disturbarlo con i suoi giochi rumorosi. Non che stesse facendo chissà quale fracasso, era abituata a giocare in sordina quando era presente il padre, ma per le orecchie di un ubriaco che cerca solo una scusa per lanciarsi contro qualcuno, il ciuff ciuff sommesso della bambina era decisamente troppo. La prese in braccio con un impeto e una velocità che fecero ammutolire la piccola. Scaraventò il trenino sul muro e poi scosse la figlia tanto da farle perdere i sensi; infine la scaraventò sul divano come un pupazzo di stoffa.
Linda sopraggiunse dopo aver sentito tutto quel trambusto, ma quando arrivò nella stanza la bambina aveva perso i sensi e il suo corpicino era riverso sul divano. Guardò suo marito e per la prima volta dopo anni lo vide come un estraneo e come un mostro. Lo vide per quello che era davvero e capì che non avrebbe più potuto sopportare niente da quell’uomo, che avrebbe dovuto cacciarlo e mettere una notevole distanza tra di loro.
– Cosa le hai fatto? – Urlò al marito. – Ha solo cinque anni, lo capisci? È solo una bambina!!! –
Era la prima volta che alzava la voce da quando erano sposati. La cosa creò un certo shock nell’uomo, che non si aspettava una reazione del genere dalla donnetta remissiva che aveva sposato. Rimase senza parole mentre Linda prendeva tra le braccia la bambina e la portava di corsa alla macchina e poi al pronto soccorso.
Tutto si risolse bene per la piccola e Linda non cambiò la decisione presa poco prima: non avrebbe più sopportato nulla da quell’uomo orribile.
È incredibile come la violenza che subiamo direttamente ci dia meno forza di reagire rispetto a quella perpetrata su chi amiamo.

III

La separazione tra i due coniugi era avvenuta tra mille difficoltà e nella sofferenza generale, in una situazione disperata nella quale Linda doveva continuamente difendersi da accuse infondate e cattive, proteggersi da ricatti e minacce e sopportare insulti. La legge, purtroppo, era dalla sua parte solo in teoria. Per quanto lanciasse i suoi soldi direttamente in bocca a quello squalo del suo avvocato come in un assurdo gioco a premi, non riceveva in cambio nulla, nemmeno un orsacchiotto. L’avvocato si riempiva la bocca di paroloni degni del più forbito dizionario forense, snocciolava leggi e regolamenti, decreti e clausole, ma la fine di quella storia non si vedeva mai. Ormai Roberto era diventato un’ingombrante presenza anche mentre era lontano.
Non vivevano più insieme, ma lui aveva il diritto di vedere i bambini: era il padre, dopotutto. Sempre che possa considerarsi tale un uomo che tratta i suoi figli come oggetti e non li degna neppure delle cure che dedicherebbe ad un pesce rosso in una bolla di vetro.
Di educazione, poi, neanche a parlarne. Linda faceva sempre una fatica immane a rimettere in riga i bambini quando rincasavano dopo un’uscita con Roberto.
Benedetta e Santo risentivano molto della situazione della famiglia sfasciata, specie perché stare con il padre li faceva sentire a disagio. Non erano mai stati abituati a passare del tempo soli con lui per intere ore, e adesso che erano quasi costretti a farlo non sembravano esserne lieti. Linda credeva che il marito volesse vedere i bambini solo per fare un dispetto a lei e presto ebbe la triste conferma della sua convinzione da Roberto stesso.
Lei non voleva più sapere nulla di lui, e per farlo uscire dalle loro vite aveva lottato con una forza che mai avrebbe creduto di possedere. Aveva dato fondo ad ogni sua risorsa per sopportare tutto ciò che era avvenuto dal momento in cui aveva comunicato al marito la sua decisione di lasciarlo. Aveva dovuto farlo in pubblico per evitare di essere ammazzata di botte, il che diceva tutto sull’uomo che aveva sposato.
Erano seguite minacce di ogni genere, telefonate nel cuore della notte, lettere piene di miele e bugie, valanghe di finte promesse. Pareva che Roberto senza di lei si sentisse perso. La mancanza di un oggetto animato su cui riversare la propria violenza e su cui rivalersi per sentirsi migliore era evidentemente una brutta botta per quell’uomo dallo scarso valore. Senza una persona da far sentire piccola piccola mentre lui si faceva grande e potente, Roberto era un nulla riempito di niente.
Passava dalle minacce alle preghiere, dalle urla ai pianti, dagli ordini alle suppliche con una velocità che faceva credere a Linda che soffrisse di qualche disturbo bipolare. Era totalmente fuori controllo e perduto senza di lei perché aveva perso il suo potere. Senza una vittima, ogni carnefice si scioglie come neve al sole.
Linda si stupiva di quei repentini cambiamenti di umore e tono di voce, perdeva il suo equilibrio di fronte ai pianti e alle suppliche perché le veniva il dubbio di essere in torto e di non avere il diritto di togliere ai figli quel padre pessimo, ma pur sempre sangue del loro sangue. Poi Roberto tornava ad essere cattivo e minaccioso come prima e lei capiva di essere una stupida illusa. In quei momenti le sue decisioni si rafforzavano.
Con il trascorrere dei mesi si era ripresa la sua vita, ma non era riuscita a staccare il marito dai figli. Aveva provato a chiedere perizie psicologiche, a parlare all’avvocato e al giudice di come quel padre fosse un cattivo esempio e un pericolo concreto per i bambini, ma niente era servito. Lui aveva le sue furbe trovate e i suoi avvocati d’assalto e soprattutto possedeva una riserva inestinguibile di odio a cui attingere. Era quell’odio verso la donna che aveva osato sciogliere le catene che li legavano, che alimentava le sue iniziative. Così aveva il diritto di vedere i figli, il che comunque gli consentiva in qualche modo di vedere anche la moglie, seppure spesso solo di sfuggita.
Quando i bambini trascorrevano del tempo con lui Linda era continuamente in preda all’ansia. Sapeva quanto poco si occupasse di loro ed era terrorizzata all’idea di Benedetta e Santo lasciati senza controllo; una bambina di cinque anni ed uno di tre nelle mani di un violento ubriacone gonfio di rabbia. Chissà poi quante cattiverie era capace di raccontare ai due piccoli sfortunati a proposito della madre degenere che aveva distrutto la famiglia!
I bambini tornavano a casa dopo un addestramento alla violenza e alla disobbedienza, urlavano e facevano i capricci, pronunciavano con gusto e frequenza una considerevole quantità di parolacce e pretendevano di comandare il mondo intero: ecco quello che Roberto dava ai suoi figli. Linda li raddrizzava piano piano, ma a volte, sconsolata e stanca, non diceva nulla e si lasciava cadere sul divano sospirando e chiudendo gli occhi mentre un concerto di strilli e parolacce le riempiva le orecchie. Anche le sue orecchie erano stanche, certi giorni. Le sembrava che in alcuni momenti fossero stanche anche le sue sopracciglia, i suoi capelli e le sue unghie. E c’erano i giorni in cui anche mangiare era una fatica troppo grande e alzarsi dal letto la mattina, poi, rappresentava la fatica per eccellenza.

IV

La corda che Roberto tirava era attaccata da qualche parte, ma Linda non aveva idea di dove. Pensava che in qualche modo la tenesse lei, ma non poteva essere così perché in quel caso Roberto sarebbe semplicemente caduto a terra con la corda moscia in mano: lei non tirava mai, né rendeva equilibrato quella specie di tiro alla fune.
Solo quando lo aveva lasciato aveva tirato molto dalla sua parte, poi non aveva fatto altro che tenere duro, ma senza guadagnare terreno, senza portare l’equilibrio a suo favore. Anche se aveva fatto molti passi avanti, le sembrava di non avere alcun controllo sulla situazione, di essere solo una sarta improvvisata, brava solo a mettere toppe qua e là. Che vestiti sarebbero venuti fuori dopo gli innumerevoli rattoppi? Anche il vestito più bello, se si continua a rammendare, diventa uno straccio. Dove aveva letto questa frase? Certo non nella carta dei cioccolatini… in qualche libro forse, chissà. Comunque la sua vita assomigliava ormai ad uno straccio, e più giorni passavano, più si rendeva conto che non poteva sopportare quella situazione ancora per molto. Le telefonate di Roberto, gli appostamenti, le minacce, gli sms e le lettere, a volte le rose spedite a casa e i messaggi vocali lasciati in segreteria, erano troppo. Era tutto troppo, e prima o poi, si diceva, la corda si sarebbe spezzata. Le persecuzioni le ricordavano l’ascendente che lui aveva su di lei, e quando se lo trovava vicino non poteva fare a meno di pensare che psicologicamente l’aveva avuta in pugno per anni. L’aveva comandata anche a distanza come si fa con una macchinina di quelle che Linda regalava a Benedetta e che piacevano tanto al piccolo Santo.
Era stata succube e vittima, bambina nelle mani di un orco e argilla nelle mani di un cattivo artista. Non sopportava l’idea di non aver vissuto se non attraverso le sue regole e le sue indicazioni, di avergli permesso di guidarla e di dirle cosa indossare o come muoversi. Quando ci pensava si sentiva infinitamente piccola e stupida, a volte persino indegna di vivere.
A volte le veniva un tale odio per quell’uomo terribile che pensava di esplodere ed era in quei momenti che progettava terribili soluzioni.
Linda era una persona onesta, e come tale, non avrebbe mai concesso alla parte cattiva di sé di fare del male all’ex marito, eppure in certe situazioni anche la persona più buona arriva al punto di dire a se stessa che dovrebbe mandare qualcuno a spezzare le gambe ad uno specifico individuo, ma fa due conti: il primo con la sua coscienza, il secondo con le conseguenze. Beh, a dirla tutta spesso funziona al contrario… comunque sì, Linda ci aveva pensato, e molto. Era stata così vicina a fare qualcosa di veramente brutto da avere paura di se stessa. Quasi non si era riconosciuta nella donna vendicativa e giustiziera che per un attimo era stata. Infine, però, la sua coscienza aveva avuto la meglio, l’angioletto sulla sua spalla sinistra aveva dato un poco angelico calcio nel didietro al diavoletto sulla spalla destra, e Linda si era messa l’anima in pace e aveva desistito. Ma ogni cosa è destinata a cambiare…
Gli insulti in pubblico davanti ai bambini rappresentarono la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Forse più che un vaso era una cisterna, ma anche il più grande recipiente, goccia a goccia, prima o poi finisce per riempirsi.
Qualche giorno prima aveva fatto l’ennesimo tentativo per allontanare Benedetta e Santo dal padre. Aveva incontrato due assistenti sociali che avrebbero parlato con i bambini per capire se effettivamente gli incontri con il padre risultassero dannosi. Uno dei due assistenti sociali le aveva garantito che se fosse risultato un pericolo concreto per l’equilibrio psicofisico dei bambini, molto probabilmente avrebbero perlomeno ottenuto che gli incontri avvenissero in presenza di un assistente sociale. Quando Roberto aveva saputo tutto questo si era imbestialito. La paura di perdere il legame con quella donna che ormai non controllava più ma che avrebbe rivoluto per sé lo aveva reso più rabbioso del solito.
Quel giorno si appostò sotto casa sua e quando la vide uscire la seguì fino al supermercato.
Linda stava facendo la spesa con i bambini. Mentre riempiva il carrello aveva visto venirgli incontro l’ex-marito, spavaldo e con un sorriso cattivo sul volto. Il cuore le si era fermato e poi aveva ripreso a battere scompostamente mancando un battito ogni tre.
Ferma e con le gambe che si stavano facendosi molli, Linda mise un braccio davanti ad ognuno dei suoi figli, che le stavano accanto, come per proteggerli dal padre.
Roberto non osò avvicinarsi, ma rimase a qualche passo da lei e prese a gridare:
– Ecco la puttana che porta i figli a spasso! Non me li vuoi fare vedere, eh puttana! Ma non credere che te li lascerò mai, loro sono anche miei e tu sei una grossa puttana pazza! –
Mentre la gente intorno guardava perplessa e preoccupata la scena, Linda si faceva piccola e arrossiva di vergogna. I bambini erano silenziosi e a disagio, un uomo che forse era il direttore del supermercato cominciò ad avvicinarsi. La preoccupazione era su ogni centimetro del suo volto.
Linda rimase ferma e silenziosa, schiacciata dalla vergogna e dagli insulti. Mentre il direttore cercava di calmare Roberto invitandolo ad abbassare i toni e ad uscire da lì, Linda abbassò la testa, accarezzò i capelli dei figli e li guardò con tristezza. Ecco chi hanno come padre… pensò con amarezza e pietà. E la colpa è mia, è tutta mia che ho sopportato per tanto, che non sono stata abbastanza forte per me e anche per loro, che sono rimasta vittima e come anestetizzata per anni. Mentre Roberto si scusava con il direttore e usciva dal supermercato imprecando ancora contro l’ex moglie che a detta sua gli impediva di vedere i figli per dispetto, Linda sentì le lacrime scenderle inesorabili lungo le guance.
– Andiamo a casa mamma? – Chiese timidamente Benedetta guardando Linda con due occhioni lucidi. Il carrello era quasi vuoto quanto il frigorifero che li aspettava a casa, eppure Linda decise di dare retta alla richiesta della bambina e prendendo i figli per mano uscì dal supermercato abbandonando il carrello lì dov’era. Mortificata e amareggiata, mentre allacciava la cintura di sicurezza pensava che era arrivato il momento di dire basta. Quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

V

Linda non riconsiderò le gambe da rompere e via via tutta la serie di menomazioni da apportare anche solo temporaneamente al corpo di Roberto, pensò invece che la peggior tortura è quella che non tocca il corpo, ma la mente. Sapeva che le violenze fisiche non avrebbero piegato la volontà distruttiva e la voglia di controllo dell’ex-marito, così cercò soluzioni più sottili e soprattutto più efficaci.
Considerò che dopotutto aveva vissuto con lui sei anni, e in tutto quel tempo aveva imparato a conoscere suo marito, pregi e difetti, e sapeva bene quali tasti toccare per distruggerlo. C’era stata un’ingiustizia di troppo, si disse Linda. Fu in quel momento esatto che capì di aver preso la corda in mano: il vero tiro alla fune era appena cominciato.

VI

Non bisognerebbe mai far conoscere al nemico le proprie paure, chi fa la guerra lo sa bene. I punti deboli sono le falle della nostra sicurezza, della nostra salute, a volte della nostra stessa vita. Si può distruggere una casa intera facendo saltare solo qualche pilastro.
Roberto era superstizioso e ignorante, due qualità che vanno spesso a braccetto e che amano stare insieme. Sono fatte l’una per l’altra e convivono da un’eternità, sono una coppia collaudata!
Linda ricordava sorridendo suo marito che si toccava quando vedeva passare un carro funebre, che non avrebbe mai avuto un portachiavi a forma di bara, che non passava sotto le scale e viveva un brutto quarto d’ora se un gatto nero gli attraversava la strada. Anche a piedi, eh! Per non parlare, poi, dell’impressione che gli facevano le bambole. Pare che gli ricordassero qualche episodio del passato, qualcosa che non aveva mai superato.
Linda si prese un giorno libero dal lavoro, mandò i bambini da un amichetto e confezionò il primo dei tanti regalini destinati all’ex marito.

VII

Roberto viveva da solo da quando la moglie l’aveva lasciato. Aveva preso in affitto un appartamento piccolo e scomodo non molto lontano da casa di Linda, così, giusto per tenerla sotto controllo. Mica credeva di trovarsi un altro uomo e fare i suoi comodi! Lui avrebbe vigilato. Se non voleva lui, non avrebbe avuto nessuno, questo era chiaro. Aveva lasciato la casa coniugale vuota pur di stare vicino a lei, e in più non voleva assolutamente darle l’appartamento in cui avevano vissuto, sostenendo davanti alla legge, con prove truffaldine, che lui abitava lì e non poteva pagare l’affitto di un altro appartamento. Tornato a casa dal lavoro, un giorno, vide che sul pianerottolo davanti alla porta d’ingresso c’era una scatola di circa trenta centimetri per venti, alta dieci centimetri. Era avvolta in una carta ruvida color canna da zucchero e un nastro di raso blu scuro girava tutto intorno finendo in un fiocco.
Aggrottò la fronte, prese la scatola in mano ed entrò in casa. Una volta chiusa la porta alle spalle gettò le chiavi sul mobile all’ingresso e lì dove si trovava scartò quell’inaspettato regalo. Tolse il nastro, la carta, e rimosse il coperchio velocemente, colto di sorpresa dalla sua stessa curiosità. Quello che vide gli fece aggrottare ancora di più la fronte che per un attimo si era distesa leggermente.
Nella scatola, adagiata su un letto di cotone rosa, c’era una bambola di pezza di quelle che Linda a volte confezionava per Benedetta. Era il suo hobby praticamente da tutta la vita, e le riusciva bene. La bambola aveva i capelli rosso fuoco fatti con grossi fili di lana acconciati in due lunghe trecce, la bocca sorridente disegnata con un pennarello rosso e due grossi bottoni neri per occhi. Indossava una gonnellina rosa e una maglietta fucsia con su scritto Pamela. Roberto la prese in mano cercando di capire perché diamine quella bambola fosse lì. Sbiancò e per poco non lanciò un urlo quando togliendo Pamela dalla scatola si accorse che le gambe erano tagliate. Con la bambola ancora in mano guardò con orrore il contenitore che si aspettava vuoto, ma che vuoto non era. Al suo interno erano rimaste le gambe, non create a parte, ma chiaramente tagliate dopo, e nel posto vuoto lasciato dal resto della bambola, un paio di scintillanti forbici di acciaio.

VIII

Tre giorni dopo Pamela, fu la volta di Irina. Linda la creò con piacere spropositato mentre considerava che Roberto aveva molto allentato l’assedio dopo la prima bambola e che non le aveva detto nulla in proposito. Era sicura che significasse che aveva fatto breccia. Si vergognava troppo per parlarne, la sua paura era stupida quanto lui; Linda non si rendeva conto che il suo gesto sarebbe risultato pesante agli occhi di chiunque. Mentre cuciva il vestito di Irina, Linda pensava che per lei era quasi un gioco, ma sarebbe stato questo gioco a liberarla per sempre dall’assillante presenta dell’ex-marito. Quel che si definisce Stalking era niente per lei; solo parole, parole e ancora parole. Quand’è che la polizia avrebbe fatto qualcosa? Forse quando quell’uomo orribile avesse messo in atto le minacce di morte fatte a Linda e ai bambini? O quando fosse riuscito a farla dichiarare pazza e le avesse tolto la custodia dei figli?
La situazione aveva smesso di essere sostenibile da tempo. Mentre cuciva l’ultimo pezzo della “A” finale di “Irina” sul vestitino azzurro della bambola, Linda pensò che quel fantoccio di stoffa le avrebbe fatto guadagnare qualche altro centimetro di fune. Sorrise e andò a prendere l’attrezzatura mancante. Con un piccolo coltello si procurò un taglio su un polpastrello e fece gocciolare il proprio sangue su un certo oggetto…

IX

Roberto sudava freddo mentre apriva la seconda scatola. La rabbia gli montava dentro perché si rendeva ben conto di essere impaurito da qualche bambola di pezza, ma era più forte di lui: le bambole lo terrorizzavano da quasi tutta la vita. Vecchie ferite mai guarite tornavano alla luce e lui non sapeva curarle. C’era anche da considerare che pur sapendo che sua moglie non gli avrebbe mai fatto nulla di male, aveva paura di tralasciare qualche elemento, di aver sottovalutato la sua preda. A volte pensava persino che dietro quel macabro disegno non ci fosse la testolina di sua moglie, ma quella di un amante di cui lui ignorava l’esistenza. Un amante… se avesse saputo che esisteva un amante avrebbe ammazzato entrambi, poco ma sicuro. Una moglie è una moglie, e non smette mai di appartenerti.
Mentre questi pensieri gli frullavano in testa, la scatola aperta gli svelava Irina, bambola dai capelli biondo oro raccolti in due codini e un vestitino azzurro con il nome ricamato sopra. Aveva paura di toglierla dalla sua scatolina, paura di vedere ancora gambe tagliate e forbici d’acciaio. Lo fece comunque, perché la curiosità vince la lotta contro molte cose. Neppure il tempo di toccarla e gli sfuggì un gemito: questa volta era la testa ad essere staccata. Rimase inclinata da un lato senza il suo corpicino di pezza e al di sotto di esso Roberto poté vedere una piccola accetta con il manico color ruggine. Era di plastica, probabilmente Linda l’aveva presa dai giocattoli di Santo e l’effetto non sarebbe stato lo stesso delle forbici vere… se non che Linda aveva ben pensato di macchiare di rosso la lama dell’accetta. Roberto sentì che le gambe gli stavano cedendo: certo poteva essere anche succo di pomodoro, ma a lui sembrava proprio sangue vero, altroché!

X

Le angherie di Roberto erano quasi cessate. Era in fase dottor Jekyll, una specie di remissione della cattiveria, ma Linda sapeva bene di non poter mollare. Non poteva essere certa che la sua tecnica di terrorismo psicologico avrebbe funzionato, era solo un tentativo per scrollarsi di dosso quell’uomo orribile. Aveva preso botte e insulti da lui, era stata chiusa in casa per mesi, sotto chiave per non vedere persone che lui decideva di classificare come inadatte a frequentarla. Le aveva creato il vuoto attorno con le sue crisi di gelosia morbosa e ingiustificata, con le sue pressanti idee e imposizioni. Vivere con lui era stato un incubo, e anche ora, da separati, l’incubo non era cessato. Ai bambini non faceva bene quella vita, non era bene che avessero un padre del genere. Doveva andare via, sparire, lasciarli in pace, permettergli di vivere una vita normale, senza la paura delle sue minacce e senza che fossero costretti a guardarsi le spalle con lo scomodo pensiero di essere seguiti. Sarebbe bastata la terza bambola? Forse sì e forse no. Decise che non c’è due senza tre, ma che quattro, in questo caso, sarebbe stato il numero perfetto. E poi, aveva in mente un finale esplosivo. Sarebbe stato presto, molto presto.

XI

La terza bambola rappresentò l’inizio degli incubi di Roberto.
Questa volta si chiamava Clara, aveva un vestito giallo e i capelli castani. Quando la prese in mano vide che era divisa in tre pezzi: testa, busto, gambe. La scagliò lontano da sé un pezzo alla volta, si prese la testa tra le mani e decise che o ammazzava sua moglie o chiamava la polizia. Non avrebbe mai ammesso e forse neanche saputo di essere un codardo, di essere forte solo con i deboli, di non avere fegato e di saper minacciare solo chi è fragile o troppo spaventato per capire che è tutto un bluff. Forse sarebbe stato capace di uccidere, ma in un impeto di rabbia, non in modo controllato, e al momento era frenato da quella serie di macabri fantocci.
Non si rendeva conto di avere più paura di una minaccia simbolica e orrida che non della giustizia umana né tanto meno di quella divina. Decise che sarebbe andato dai carabinieri.

XII

Linda ricevette una telefonata dai carabinieri e un invito a presentarsi in Questura giusto la mattina dopo l’invio di Clara. Vi si recò in tutta tranquillità: sapeva bene che tutti avrebbero capito che era lei a spedire le bambole, ma nessuno avrebbe potuto dimostrare niente. Anche il suo sangue, messo sull’accetta mandata con Irina non significava nulla: una giustizia sommaria e disorganizzata come quella italiana non si sarebbe certo presa la briga di fare un test del dna in un caso del genere. Aveva rischiato, certo, ma le era andata bene: la fortuna aiuta gli audaci, no?
Filò tutto liscio e Linda tornò a casa, serena, a preparare l’ultima bambola. Le angherie di Roberto erano cessate del tutto, non si era fatto vedere né sentire da quando aveva portato Clara sul suo pianerottolo. Pensò che dovesse essere molto arrabbiato per come la polizia aveva gestito la cosa. Ora forse anche lui sapeva cosa significava essere perseguitati e non ricevere aiuto da nessuno, neanche da chi come mestiere dovrebbe proteggere le persone.
Linda sapeva di essere faccia a faccia con Roberto, ora: la fune era quasi tutta ai suoi piedi, doveva solo dare l’ultimo strattone e poi avrebbe vinto.

XIII

Roberto non aveva più la forza di affrontare l’ex-moglie. Le sue immotivate paure avevano radici lontane e quelle bambole le richiamavano tutte alla memoria. Decise che l’avrebbe lasciata stare per un po’, purché non gli mandasse più quelle dannate bambole di pezza. Non riusciva ad affrontarla, era come se avesse paura di lei, come se la considerasse una strega creatrice di orribili giocattoli con strani poteri. Una strega che fa incantesimi, una strega che magari fa fatture e ti manda il malocchio. Le mandò un’e-mail dicendole di smetterla con le bambole, che l’avrebbe lasciata stare, che non avrebbe più tormentato lei e i bambini, che avrebbe fatto il bravo, d’ora in poi.
La mail cadde nel vuoto: Linda non rispose. Non voleva dare alla polizia le prove della sua colpevolezza, né all’ex marito la soddisfazione di leggere una sua risposta. Lui per Linda non esisteva più e se quelle bambole gli davano tanto fastidio, doveva solo seguire le sue istruzioni e non ne avrebbe mai più viste in tutta la sua vita. Le istruzioni, però, le avrebbe ricevute con l’ultima bambola.

XIV

Roberto era inquieto e stanco, e quando vide la quarta scatola sul pianerottolo pensò di gettarla via e non pensarci più. Perché non avrebbe potuto far finta di niente finché lei non si fosse stancata? Semplicemente perché si sentiva braccato, a volte credeva che sua moglie fosse davvero pazza come voleva farla dichiarare un tempo, che godesse a vederlo soffrire in quel modo. Gli incubi lo tormentavano, sognava se stesso senza gambe o senza testa o diviso in tre pezzi, sognava accette sporche del suo sangue ed enormi forbici di acciaio impugnate da mani invisibili che gli tagliavano le gambe. Non ne poteva più.
Prese la scatola per gettarla nell’immondizia così com’era, senza aprirla, ma poi vide che bloccata sotto il nastro di raso c’era una lettera. La lesse sul pianerottolo, incredulo e spaventato.

Dai a Cesare quel che di Cesare e poi sparisci da questa città.
Se ti rivedo ti faccio fare la fine della bambola numero 4.
Se rimani, riceverai una bambola ogni tre giorni per il resto della tua vita.
(Ho molta fantasia, posso inventarmi tante cose carine…)
Hai dieci giorni di tempo a partire da adesso.

Roberto entrò in casa, sconvolto, con la scatola sottobraccio. Lei chiedeva le sue cose e quelle dei bambini, rimaste per suo volere nella vecchia casa in cui abitavano. Voleva la casa coniugale e voleva essere lasciata in pace e avere la custodia esclusiva dei bambini. Non voleva soldi, ma desiderava che lui sparisse. No, non poteva dargliela vinta. Lei era stata la sua vita per sei anni, su di lei aveva costruito le sue instabili certezze. La comandava, la guidava, e smetteva così di sentirsi un fallito. No, non poteva accontentarla, avrebbe trovato qualche altra soluzione. Con mani tremanti, troppo curioso per evitare di farlo, aprì la scatola. Due minuti dopo respirava a fatica ed era rannicchiato sul pavimento, tremante, con le mani sporche di sangue. Una crisi di panico l’aveva colto di sorpresa, e anche se non gli accadeva da molti anni riconobbe le vecchie angosce e le primordiali paure di quella pessima esperienza. Ne aveva sofferto per anni, poi se ne era liberato grazie a mesi e mesi di faticose (e costose) sedute da uno psichiatra. Mentre cercava di calmarsi come il dottore anni prima gli aveva insegnato, decise che avrebbe dato a Linda tutto ciò che voleva.
Roberto aveva mollato la fune.

XV

Linda stava sistemando la sua roba, rimasta troppo tempo in disordine nella casa in cui aveva vissuto con Roberto. Aveva avuto tutto ciò che voleva, ed era felice. Quando pensava a se stessa si vedeva con una lunga fune in mano, non tesa ma floscia, e ne vedeva entrambe le estremità, una ai suoi piedi, l’altra nella sue mani. Si vedeva sorridente, con tutta una vita davanti e nessuna fune da tirare. I giorni delle angosce e dei soprusi erano finiti.

XVI

Roberto raccolse tutta la sua roba, tranne una cosa: l’ultima bambola. Non avrebbe potuto toccarla neanche se lo avesse voluto: sentiva che un’altra crisi di panico l’avrebbe travolto. Si chiuse la porta alle spalle e se ne andò per sempre da quella città che a quanto pareva era troppo piccola per contenere sia lui che Linda.
Sul pavimento del soggiorno, con la scatola e il coperchio capovolto poco lontani, una bambola rivelava al soffitto la sua esistenza. Una piccola bara nera rivestita di seta rossa era l’involucro di un fantoccio che stavolta rappresentava un uomo.
Aveva i capelli castani e un elegante vestito nero. Al collo una cravatta grigia con su ricamato un nome: Roberto. Di fianco alla scatola giaceva il coperchio della piccola bara, sul quale si poteva leggere in caratteri dorati questa scritta:

Qui giace:
Roberto Raspelli

12 8 1975

26 09 2009

Il fantoccio non aveva nulla di tagliato, ma la seta che rivestiva la piccola bara non era rossa… era diventata rossa. Appena Roberto aveva preso in mano la bambola che lo rappresentava aveva avuto una strana sensazione: sembrava che fosse molle, che schiacciandola avrebbe rilasciato qualcosa, come una spugna pregna d’acqua. Poi, con terrore si era accorto che l’imbottitura era intrisa di sangue e che prendendola in mano ne aveva strizzato il corpo e fatto uscire il contenuto. Era stato a quel punto che come in trance l’aveva rimessa al suo posto e aveva cominciato a sentirsi male. Poi, mentre tentava di respirare, si era reso conto che da lì a dieci giorni sarebbe stato il 26-09-2009.

(Chiara Vitetta)

This entry was posted in I miei racconti and tagged , , . Bookmark the permalink.

2 Responses to Tiro alla fune

  1. Roberta says:

    Chiara! Che dire? Fantastico! E’ l’idea giusta per un romanzo! I romanzi nascono sempre dai racconti, e questo è quello giusto! E’ straordinario il filo sottilissimo che lega la tragicità all’ironia più amara. Il perseguitato che perseguita il perseguitatore, la vendetta che si cela anche negli animi più nobili, la tragedia di una famiglia distrutta da una mente malata, la violenza sulle donne e sull’infanzia, insomma, un racconto degno di diventare un romanzo! Dai Chiara!

  2. Grazie Roberta, sono molto contenta che ti sia piaciuto.
    Chissà che un giorno non diventi un romanzo… di solito mi faccio guidare dall’istinto, non ci penso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

ATTENZIONE!!! COMPLETA IL CAPTCHA QUI IN BASSO PRIMA DI INVIARE IL COMMENTO: * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.