I miti del nostro tempo

Umberto Galimberti - I miti del nostro tempoIl mito della giovinezza

(…) A sostegno del mito della giovinezza ci sono quelle idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è. Tra queste ricordiamo il fattore biologico, quello economico e quello estetico che, divenuti egemoni nella nostra cultura, gettano sullo sfondo tutti gli altri valori, per cui la vecchiaia appare in tutta la sua inutilità, e l’inutilità facilmente connessa all’attesa della morte. Nasce da qui la tendenza, sempre più diffusa tra le persone anziane, a non esporre la propria faccia o a nasconderla come oggi consentono gli interventi chirurgici o gli artifici della cosmesi. Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce levigate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile o politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenia. (…)

(…) La pubblicità ci ha insegnato a visualizzare il nostro corpo come semplice interprete del desiderio dell’altro, allucinandolo con quei bisogni da soddisfare quali la bellezza, la giovinezza, la salute, la sessualità che sono poi i nuovi valori da vendere. Basta guardare la televisione per accorgerci che tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della giovinezza, della sessualità gronda del peso del produttivismo, anche le funzioni vitali si presentano immediatamente come funzioni del sistema. La stessa nudità del corpo, che pretende di essere progressista ed emancipativa, lungi dal ritrovare la naturalità, al di là degli abiti, dei tabù, della moda, passa accanto al corpo, ormai reso inespressivo perché utilizzato come equivalente universale dello spettacolo delle merci. E così, anche nello splendore della sua bellezza e della sua giovinezza, il nostro corpo non riesce più a nascondere i segni univoci che lo marchiano, che non sono le rughe o l’incresparsi della pelle da cui ci può difendere il lifting, ma i bisogni indotti dalla nostra cultura e i desideri da essa manipolati, a cui il nostro corpo è stato piegato, e ridotto a puro e semplice supporto. (…)

(…) Ma come deve essere un vecchio? Naturalmente mite, dolce, sensibile, perché se si commuove troppo “ha l’arteriosclerosi”, se è gioviale “non accetta la vecchiaia”. Deve prendere parte alla conversazione, ma guai se ripete un aneddoto. Deve avere interessi, ma guai se progetta qualcosa come se fosse un ventenne. La vecchiaia quindi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli altri, che ai vecchi concedono uno spazio espressivo molto ridotto, oltrepassato il quale il vecchio o è giudicato trascurato, disordinato, sciatto, o ambizioso, vanitoso, ridicolo. E tra l’essere considerato scialacquatore o avaro, impotente o maniaco sessuale, senza personalità o testardo, imprudente o vigliacco, non si dà via di mezzo. Per i vecchi vale la legge del tutto o nulla. (…)

(…) E così, per essere accettati, i vecchi devono esprimere tutte queste virtù da cui sono dispensati i giovani: devono far tacere il desiderio sessuale che non si estingue con l’età, devono rinunciare ai contatti corporei che si addicono ai giovani, devono essere allegri ma con misura, devono partecipare alla vita familiare e sociale senza pretendere di essere ascoltati, devono essere autonimi e indipendenti, due modi per dire “soli”. (…)

(…) E allora il lifting facciamolo non alla nostra faccia, ma alle nostre idee e scopriremo che tante idee convenzionali, che in noi sono maturate guardando ogni giorno in televisione lo spettacolo della bellezza, della giovinezza, della sessualità e della perfezione corporea, in realtà servono per nascondere a noi stessi e agli altri la qualità della nostra personalità, a cui magari per tutta la vita non abbiamo prestato la minima attenzione, perché sin da quando siamo nati ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere, con il risultato di rischiare di morire sconosciuti a noi stessi e agli altri. (…)

(Umberto Galimberti)
(da: “I miti del nostro tempo”)

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6 Responses to I miti del nostro tempo

  1. andrea says:

    Pare che una volta Anna Magnani avesse detto al truccatore che la stava preparando per una scena:
    “Non mi togliere nemmeno una ruga. Le ho pagate tutte care.”

  2. roberta says:

    Grazie Chiara, i tuoi suggerimenti di lettura sono sempre preziosi. Lo comprerò sicuramente, mi sembra davvero molto interessante. ;-D Hai letto qualche altra cosa di Galimberti?

  3. Ciao Roberta,
    di Galimberti per ora ho letto solo questo saggio. A tratti è pesante e annoia, ma è comunque pieno di concetti e idee molto interessanti. 🙂

  4. Emilio says:

    Ciao Chiara, ho letto il libro di cui parli, ma mi è sembrato un pò troppo banalotto e scontato. Hai letto invece “Storia della bellezza” e “Storia della bruttezza” di Umberto Eco? Quelli sì che fanno riflettere! =D

  5. Ciao Emilio,
    a me non è sembrato banale né scontato, però non leggo spesso saggi filosofici, quindi non ho termini di paragone. Di Umberto Eco non ho ancora letto nulla, ma lo farò presto. Grazie del consiglio! 🙂

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