Commento a “Il segreto”

Buongiorno naviganti,
oggi vi propongo una recensione, scritta da un amico aspirante scrittore, del racconto “Il segreto”. Chi non lo avesse ancora letto, può provvedere cliccando qui.

Buona lettura!

COMMENTO:

Un pianto di donna campeggia nell’oscurità, dopodiché si accendono le luci di scena, lampadine al neon che producono una luce fredda e tremolante, per rischiarare una cucina “vuota” con dentro una donna, forse seduta con i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani, oppure in piedi appoggiata al frigorifero, che sfoga la sua disperazione nella certezza di essere sola in casa. Se avessimo dovuto rappresentare la prima scena in teatro non si sarebbe discostata da questa descrizione abbozzata.

È così che “Tutto ebbe inizio”, una frase riportata due volte nella stessa pagina, “Tutto ebbe inizio quel pomeriggio”, come a voler rimarcare la necessità di aspettarsi qualcosa, non certo qualcosa di buono visti i toni con cui si apre la narrazione.

Si avverte una tensione, come se pesasse il silenzio della casa, “l’inquietante silenzio” che fa da sfondo al dialogo tra madre e figlio: non una televisione accesa, né una radio che trasmetta musica banale. È un pomeriggio d’ inverno e ci è facile percepire la fitta coltre di nubi che, oltre le tende immobili della stanza, impedisce di vedere il cielo.

A rafforzare il senso di aspettativa del lettore intercorrono ben architettate metafore, come “chissà chi o cosa aveva mosso i fili delle marionette che recitavano in quell’agglomerato di vite chiamato famiglia”.

Non dirò qual è il gravoso segreto che, una volta rivelato, sarà in grado di distruggere ogni equilibrio, ogni convinzione di Daniele, a cui toccherà l’ingrato compito di pedinare il padre, per giorni, fino a scoprire una verità tutt’altro che rassicurante.

Una storia tristemente possibile, specie in questi tempi in cui ci sono persone, come il personaggio che viene “sputato” dalla porta della seconda casa, quasi fosse troppo ignobile per potersene uscire da sé, un escremento da espellere in qualche modo, che farebbero di tutto pur di sbarcare il lunario, comprese le azioni più vili e deprecabili.

Le descrizioni degli ambienti e dei luoghi sono minime; ciò che prevale, per tutta la durata del racconto, sono le impressioni psicologiche di un diciannovenne il quale vede a poco a poco “sgretolarsi davanti ai suoi occhi” la figura dell’uomo che era stato fino a quel momento il suo più saldo esempio di vita.

A risaltare, sul grigiore delle strade, i muti pedinamenti e le gravi congetture, sono gli occhi “dall’espressione spenta” di una bambina che cammina con sua madre.

Così come le nuvole scure, mai citate apertamente ma il cui grigiore si rifrange sui volti dei personaggi, avevano trattenuto le loro precipitazioni, allo stesso modo alla fine del racconto, assieme alla pioggia fredda e battente, vengono liberate le lacrime pesanti, troppo a lungo ricacciate indietro, da chi sarà destinato a non ritrovare pace per un lungo tempo.

Una storia assolutamente tragica, dove il finale, pur punendo il cattivo, non lascia spazio a riparazioni. Quando il male è fatto non si può tornare indietro. E quando in un diciannovenne viene uccisa la capacità di “credere negli esseri umani”, potrà mai risuscitare? “Forse… Forse…”

A rassicurazione delle persone troppo sensibili (come me), posso dire che non vi sono scene eccessivamente cruente, ma solo accenni a quanto viene compiuto.

Ma ecco che, per i lettori amanti del lieto fine, Chiara ha predisposto anche un’alternativa, dove il tutto assume un significato diverso, anche se poi, a dirla tutta, di santi non se ne vedono neanche qui. Starà al lettore stabilire quale dei due sia il più azzeccato.

Da parte mia, pur essendo un amante delle storie “buone”, posso dire che, per come il racconto è stato concepito, e per come vengono poste, di volta in volta, le piccole anticipazioni, concordo con quanto Chiara esprime nella sua nota finale.

CRITICISSIMA, OVVERO IL PELO NELL’UOVO:

– A pagina 9, dove in pochissime righe si parla di un “primo giorno”, un “secondo giorno” e un “terzo giorno”, forse avrei messo un giorno in meno e un indomani in più.

– Sempre a pagina 9, c’è un “decidete voi”, l’unica espressione rivolta direttamente al pubblico; forse stona leggermente in una narrazione distaccata e impersonale in cui chi racconta è alle spalle del lettore, un audio che proviene da un altoparlante, e non di fronte.

– A un certo punto sbucano dal nulla due telecamere che vengono posizionate. Forse un diciannovenne qualunque, benché si improvvisi detective, non avrebbe a portata di mano due oggetti simili, per di più facilmente mimetizzabili.

(Daniele Trucchia)

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