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Chiara Vitetta

"Una vita senza libri è una vita di sete". (Stephen King)

Volare come uccelli

Posted by Chiara Vitetta - giugno 4th, 2010

Icaro“Un tempo il re e la regina di Creta erano rispettivamente Minosse e Pasifae. I sovrani vivevano in un alto palazzo, splendete di marmi preziosi, assieme ai loro tre figli: un maschio e due femmine. Andrògeo, il maschio, era saldo e forte come il padre; Fedra e Arianna, le femmine, erano belle e graziose come la madre.
Superba della propria avvenenza ed orgogliosa dei figli, un giorno Pasifae osò offendere Venere, la grande dea dell’amore e della vita. E la dea volle vendicarsi. Quando la regina fu in attesa del quarto figlio, Venere fece in modo che il nascituro assumesse un corpo mostruoso. Difatti la regina mise al mondo un bambino con la testa di vitello.
Subito in tutta l’isola di Creta si disse che nel palazzo del re era nato il Minotauro, cioè <<il Toro, figlio di Minosse>>.
A quel parto mostruoso, il re fu afflitto da un grande dolore e da un’enorme vergogna. Finché gli fu possibile, tenne nascosto il bambino-toro nel palazzo reale, lontano da occhi estranei. Ma presto il Minotauro crebbe e, crescendo, non solo divenne ingombrante ma manifestò un’indole bestiale e feroce. Incominciò ad uccidere i servi e a pascersi di carne umana.
Non potendo più tenerselo in casa, Minosse decise di costruirgli un palazzo e di chiudervelo dentro. Perciò mandò a chiamare Dèdalo, un prodigioso architetto ateniese, e lo incaricò di edificare un grande serraglio, nel quale fosse facile entrare; ma poi non si potesse uscire.
Dèdalo condusse con sé il figlio giovanetto Icaro e, con lungo e ingegnoso lavoro, costruì un palazzo di mille stanze. Muoversi per il palazzo, senza perdersi, era impresa difficile per lo stesso costruttore. Bisognava seguire cammini lunghi e tortuosi, simili al corso del fiume Meandro, che va e viene, gira e volta per le pianure della Frigia, ora avvicinandosi ora allontanandosi dal mare.
Temendo di non sapere più ritrovare la via d’uscita, Dèdalo provvide a scolpire delle scuri a due tagli come segnali sulle pareti interne del palazzo. In lingua cretese la scura a due tagli o bipenne era detta <<labris>>. Per questo motivo l’architetto volle che l’edificio si chiamasse Labirinto cioè <<la casa delle bipenne>>. Ma quando l’opera fu compiuta, il re fece cancellare le bipenni, sì che Dèdalo e Icaro, non sapendo più ritrovare l’uscita, rimasero prigionieri del Labirinto. In tal modo Minosse tenne segreto il nascondiglio del Minotauro.
Troppo ingegnoso e geniale per sopportare passivamente la prigionia e l’esilio, Dèdalo concepì un ardito progetto di fuga. Quando l’ebbe ben maturato nella mente, disse ad Icaro:
– Minosse ci chiude la terra e il mare, ma non può sbarrarci le vie del cielo. Noi ce ne andremo via di qui, volando come uccelli.
– Come uccelli! – ripetè Icaro, battendo le mani contento, e sorrise.
L’artefice costruì quattro telai, sottili come leggeri archi tesi, e incominciò a disporvi ordinatamente delle piume, incominciando dalle più piccole e passando via via quelle più grandi. Le legava nel mezzo con filo ritorto e le incollava con tenera cera. Infine diede alla costruzione una lieve incurvatura sì da imitare le ali degli uccelli.
Il fanciullo Icaro assisteva con gioia al lavoro del padre e, per gioco, ora prendeva una piuma e la faceva volare nel vento ora assottigliava col pollice la bionda cera.
Quand’ebbe dato l’ultimo tocco alla sua mirabile opera, Dèdalo si adattò alle spalle un paio d’ali e le provò. Ampie come vele, lievi come bisso, le ali presero vento e lo sollevarono in aria.
Felice del successo, Dèdalo ritornò a terra e ammaestrò il figlio sul modo di volare.
– Vola sempre a media altezza – gli raccomandò – perché se volerai troppo basso, sarai investito dagli spruzzi del mare, se volerai troppo alto, il sole ti brucerà con i suoi raggi.
– Durante il volo – aggiunse – non guardare né in cielo né in terra. Guarda me, che ti precederò e ti indicherò la via.
Mentre faceva queste raccomandazioni, gli adattava alle spalle le ali appena costruite. Per la prima volta le mani dell’artefice, compiendo il delicato lavoro, ebbero un tremito. Dèdalo sapeva che il volo sarebbe stato pieno di rischi e temeva per il figlio. Ma trattenne le lacrime e, affidatosi agli dèi celesti, spiccò il volo. Pronto, il fanciullo si levò dietro di lui. Fu come quando un uccello dall’alto del nido porta per la prima volta nell’aria i suoi teneri figli.
Dèdalo vide che Icaro lo seguiva agilmente. Ne fu contento e, lanciatogli un richiamo d’incoraggiamento, puntò dritto verso la Grecia.
Pesto furono all’altezza voluta e filarono veloci come gabbiani. Passarono sopra un’isola: un pastore, che guardava il suo gregge, li vide e, stupito li seguì con lo sguardo, credendo che fossero dèi del cielo.
Lasciate a dritta le isole di Lebinto e di Calimmo, ricche di miele, videro con gioia profilarsi lontano i monti della loto patria. Fu proprio allora che Icaro, inebriato dal volo, dimenticò i consigli del padre e batté con forza le ali per levarsi in alto. L’aria, odorosa di mare, gli scivolava sul volto come una carezza e gli cantava negli orecchi. A mano a mano che saliva, l’orizzonte gli si schiudeva alla vista sempre più vasto, e la volta celeste si faceva sempre più vicina. Il fanciullo si sentiva libero e gioioso come un uccello. Incurante del pericolo, saliva cantando verso il sole.
Ma d’un tratto si sentì mancare il sostegno delle ali e batté l’aria con le braccia nude. Così come Dèdalo aveva previsto e temuto, il sole, troppo vicino, sciogliendo la cera, disfaceva rapidamente le ali.
Lo sventurato invocò invano il nome del padre. In un attimo precipitò dal cielo e sprofondò nel mare. Solo allora Dèdalo s’accorse di non essere più seguito dal figlio. Con lo strazio nel cuore, si diede a cercarlo per le vie già percorse.
– Icaro! Icaro! Figlio mio, dove sei? – andava gridando; ma quando vide galleggiare sulle onde marine le ali disfatte, perse ogni speranza e maledisse il suo ingegno e la sua arte che erano state la rovina del figlio.
Ritornato a terra, non ebbe pace finché non recuperò il corpo del fanciullo e poté dargli onorata sepoltura nell’isola più vicina.
Volendo conservare in perpetuo il ricordo di quei fatti, gli abitanti del luogo diedero all’isola il nome di colui che vi è sepolto. Infatti è da allora che quell’isola dell’Egeo si chiama Icaria*”.

(da: “Storie d’oro”, di Gino Ragozzino)

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*Oggi l’isola si chiama Nicaria.

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Dallo stesso libro:

I gabbiani
Narciso

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