“Scrivi e vinci”, 1° Edizione

scrivi-e-vinciVi piace scrivere? E leggere? Se ad entrambe le domande avete risposto sì, allora ho quello che fa per voi.
Metto a vostra disposizione delle copie del mio libro, “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia”, ma dovrete guadagnarvele! Vi proporrò una piccola storia e alla fine di essa, vi chiederò di proseguire spiegandone una parte. Non dovrete indovinare, perché neanch’io so come andrà a finire; dovrete invece inventare, far fruttare la vostra fantasia. Alla scadenza del termine del concorso sceglierò la soluzione più bella. Il vincitore riceverà una copia del mio libro a casa, con dedica e autografo.

Ecco le semplici regole:

– Il concorso è aperto a tutti, anche a chi ha già il libro ma ne vuole una copia da regalare ad un amico, ad una biblioteca o a chiunque voglia.

– La lunghezza massima della continuazione è di circa 5000 caratteri (cifra del tutto orientativa)

– Le continuazioni del racconto possono essere inviate via e-mail all’indirizzo chiaravitetta1985@gmail.com, oppure pubblicate come commento a questo post.

– Tutte le continuazioni del racconto devono essere inviate entro la mezzanotte del 28 giugno.

Il 29 giugno verrà pubblicato un post con il racconto completo, composto dalla prima parte scritta da me e dalla continuazione migliore tra quelle inviate da voi. Il vincitore si aggiudicherà una copia del mio libro.

Bene, si comincia! Leggete la piccola storia di seguito e alla fine vi dirò cosa voglio che mi raccontiate.

Buona fortuna a tutti!

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Pasquale Sabatini era tutto fuorché un uomo comune. Come ogni strano personaggio, era strano a modo suo, in una maniera unica e impareggiabile. Non era tanto l’abbigliamento vecchio di vent’anni nello stile a farlo spiccare tra la gente, né i modi garbati fino all’eccesso, quanto invece lo sguardo e l’atteggiamento del volto, i cui lineamenti potevano cambiare innumerevoli volte nell’arco di pochi minuti. Vista la mimica e la grande mobilità dei suoi muscoli facciali, avrebbe di certo avuto successo come attore, ma questo pensiero non gli aveva mai attraversato la mente. Da quando era bambino aveva una passione sfrenata: i treni. Aveva fatto il macchinista per tutta la vita, portando centinaia di treni da una parte all’altra d’Italia, e una volta pensionato, aveva preso la strana abitudine di viaggiare avanti e indietro ora su uno, ora su un altro treno. La stranezza di questa scelta non stava certo nel viaggiare in sé, quanto nel non vedere mai le città in cui il treno si fermava. Scendeva per un rapido caffè ristretto e un cornetto alla marmellata se era mattina, per un panino al prosciutto e mozzarella se era ora di pranzo, per una pizza o una focaccia se era sera. Mangiava sempre le stesse cose, quando le trovava, poi aspettava l’arrivo del treno che avrebbe fatto il viaggio all’indietro, per tornare al luogo da cui era partito. Ciò che più amava erano i treni, non le città in cui passava. Lo rendeva felice la sensazione di macinare molti chilometri, di sentirsi scorrere sotto al sedere le ferrovie di tutt’Italia, di avanzare e poi retrocedere, ma sempre con la sensazione di spostarsi in avanti, in avanti e ancora in avanti, come se il mondo non avesse fine e non ritornasse su se stesso. Conosceva le tratte a memoria, le regole dei viaggiatori a menadito e le fermate come un matematico conosce la tabellina del 2. Da tre anni viaggiava su e giù per l’Italia tre giorni alla settimana e da alcuni mesi aveva cominciato ad essere socievole. Viaggiare significa anche conoscere molte persone, specie durante viaggi lunghi; e Pasquale, vedovo da dieci anni e solitario per natura, aveva imparato con difficoltà a conversare con chi gli rivolgeva la parola. Perfetti estranei anche timidi diventavano stranamente loquaci se viaggiavano soli e il viaggio era abbastanza lungo da annoiarli a sufficienza. Gli chiedevano della sua vita con una facilità che lasciava Pasquale a bocca aperta. Lo spiazzavano così tanto che non faceva neanche in tempo a decidere se la domanda fosse lecita; rispondeva e basta. Lo coglievano alla sprovvista e lui parlava, disabituato a tanta curiosità rivolta proprio a lui, che si credeva così tanto anonimo quanto in realtà era strano. Non poteva capire come le persone restassero incuriosite dalle sue tante espressioni, dagli occhi lucenti e mobili, dal sorriso sincero e aperto. Non capivano come potessero esistere in un uomo tanti stati d’animo e mai li avevano visti manifestarsi tutti sullo stesso volto. Pasquale parlava e le persone osservavano, estasiate, come la sua espressione cambiava e il suo tono di voce si adeguava alle risposte; come gli occhi, la bocca e la testa, inclinata o meno, reagivano ai loro racconti, assumendo pose di solidarietà, fiducia, speranza o stupore. Le piacevoli chiacchierate toccavano qualunque argomento, ma finivano sempre per concludersi allo stesso modo.
Pasquale aveva l’abitudine, di tanto in tanto, ma con una cadenza alquanto precisa, di accarezzare con le dita della mano sinistra uno stranissimo anello che portava all’anulare destro. Sembrava un anello da donna: era un sottile cerchietto d’argento con una pietra verde smeraldo che luccicava al sole. Quel gioiello, strano al dito di un uomo, colpiva immancabilmente chiunque, ma nessuno osava chiedere nulla. La curiosità generale aumentava in maniera preoccupante quando, dopo alcune ore di conversazione, Pasquale assumeva un’espressione di dolore e accarezzava l’anello con una dolcezza tale da spezzare anche un cuore di pietra.
Nel tempo, tra tutte le persone con cui Pasquale aveva conversato, nessuno aveva ancora avuto la sfrontatezza di chiedere di quell’anello, ma si sa, prima o poi ogni cosa è destinata a cambiare. Un giorno, in viaggio verso Roma, una donna sedeva di fronte a Pasquale, e con lei la figlia, una ragazzina di circa otto anni dagli occhi vispi. Fu proprio lei, innocente e spontanea, priva delle regole sociali degli adulti, a dire semplicemente: “Come brilla! Lo posso vedere?”
Pasquale e le sue mille espressioni si congelarono all’istante. Mille pensieri gli attraversarono la mente e furono come una folata di vento che alza tutta la polvere del mondo.
Ricordò in un attimo la storia che quell’anello portava sempre con sé, incastonata sotto la pietra a brillare per l’eternità insieme a lei…

Qual è la storia dell’anello di Pasquale?

Buona scrittura a tutti!

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Leggi il racconto completo

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63 Responses to “Scrivi e vinci”, 1° Edizione

  1. mukele says:

    Scusa, non mi è chiaro il premio.
    “… Il vincitore riceverà una copia del miolibro a casa, con dedica e autografo.”
    Ho capito male?

  2. Pingback: Qual è la storia di Pasquale? Gioca con Chiara Vitetta | Storia Continua

  3. mukele says:

    Siamo sicuri che sia un premio?

  4. mukele says:

    🙂 ok, scusa, delle volte sono proprio un cafone!

  5. mukele says:

    La tua replica mi ha smontato. O nascondi un’eleganza raffinata (ahimè al giorno d’oggi sempre più in via d’estinzione) o quantomeno una lodevole autoironia. Mi riservo di leggere di più per scoprirlo.
    A presto 🙂

  6. Magari un giorno sarai tra i miei più fedeli lettori! 😉

  7. mukele says:

    Se continui così sarò obbligato a partecipare al concorso. Non voglio però che si pensi che quanto precede sia stato dettato da astuto lecchinaggio. 🙂

  8. mukele says:

    Aspè, domanda di riserva. Ma nel libro sono comprese anche le spese di spedizione o deve sborsare il vincitore?

  9. Tutto a mio carico, non c’è trucco, non c’è inganno. Perché non partecipi? 😉

  10. mukele says:

    Mah, io mi ritengo un peones della scrittura, riprendo la penna adesso dopo chissà quanto tempo passato lontano da una passione givanile. Non credo di essere all’altezza di scrivere un racconto in pochi giorni: pretendo troppo da me stesso. Comunque se trovassi un proseguo non banale al tuo incipit, niente di strano che accetti il Tuo invito.
    Per ora lascio lo spazio a gente molto più scrittrice di me.

  11. Beh, però ti basterebbe pensare che non hai niente da perdere, solo un libro da guadagnare. Io tenterei…:-)

  12. mukele says:

    In effetti il libro mi tenta, vedremo. Dovrò vincere il mio innato pudore a sporcare una pagina immacolata. Ma se perdo, sono io a doverti regalare un libro?

  13. mukele says:

    Nel frattempo il post stà diventando quasi un epistolario settecentesco (mancano solo frasi del tipo “Amica mia, i vostri ordini mi sono sempre carissimi, e anche più caro m’è il modo di darmeli: voi fareste adorare persino il despotismo” 🙂

  14. Se riesco forse partecipo. =)

  15. Bene! Allora in bocca al lupo. 🙂

  16. gallina says:

    Aveva sei anni Pasquale quando si accorse che la sua vita era tutta in quell’anello, muto e freddo come tutti gli oggetti del mondo. Sapeva che l’anello non poteva parlare, eppure continuava a domandargli come mai sua madre lo avesse lasciato da solo, una mattina di giugno, a Piazza Venezia. La guerra era tornata di nuovo e stavolta, non era solo nei racconti dei sopravvissuti, ma era tutt’intorno e sembrava che alle persone piacesse parecchio, tranne a sua madre, che non era affatto felice e continuava a sudare. Talvolta si girava di scatto con gli occhi sbarrati: stava cercando i suoi aguzzini, ma Pasquale questo non lo sapeva. E non sapeva neanche che gli uomini neri presto l’avrebbero portata via, al confino, e che lui sarebbe rimasto senza madre.
    Quando gli uomini neri la presero tra le braccia e la trascinarono via, lontano dalla folla che acclamava festosa l’uomo goffo sul davanzale, lei riuscì a gridare con tutta la voce che aveva in corpo: “Stai tranquillo, Pasquale”.
    Pasquale non riusciva a capire: “Dov’è che ti portano, mamma?”, gridò a sua volta, sforzandosi di non piangere, come fanno i veri uomini.
    “In treno, vado a fare un viaggio”, urlò lei, scavalcando il frastuono di quelle voci accaldate, mentre quegli omoni continuavano a trascinarla, e le sue scarpe di pezza si disfacevano nella terra calpestata. Lei provava a divincolarsi ma pacatamente, come se sapeva che niente e nessuno potesse salvarla. Gli uomini neri la strascicarono a lungo, per un tempo che parve interminabile e Pasquale, minuto inseguitore del suo destino, le correva dietro, a distanza ravvicinata. Quando arrivarono lungo i binari, sua madre gridò il suo nome insieme ad un avvertimento:”Guarda nella tasca”. Il messaggio gli arrivò da lontano, in mezzo alla polvere, tuttavia le sue orecchie riuscirono a coglierlo e mentre i vagoni chiassosi risucchiavano il volto della sua mamma, Pasquale infilò la mano nel taschino e ne estrasse un anello. Lo scrutò a fondo e lo riconobbe all’istante: era l’anello che lei teneva nascosto in un cassetto, sotto le mutande di cotone. Doveva tenerci davvero tanto. Sapeva che era stato qualcuno di importante a darglielo. Si diceva che fosse un intellettuale, e molti sostenevano che fosse un partigiano, ma Pasquale non sapeva nemmeno che cosa significasse. Quando posò i suoi occhi all’interno della circonferenza del sottile anello, Pasquale riuscì a scorgervi una scritta: “Libertà”.
    Non aveva mai visto quell’uomo, ma sapeva che sua madre lo amava profondamente. Lo amava più di quanto avesse mai amato suo padre, che tornava ogni sera ubriaco fradicio e a volte, non si ricordava nemmeno il nome di suo figlio. Quando la madre rimase vedova, i vicini iniziarono a darle della puttana. Sapevano tutti che di notte se ne andava lungo i sentieri nascosti delle montagne, alla periferia, per portare il pane al suo uomo, anche Pasquale lo sapeva, ma non gli importava perché sua madre, in silenzio, era felice.
    Pasquale non riuscì a trovare l’uomo misterioso, né rivide mai la sua mamma. Oltre all’anello, l’unica cosa che lo legava a lei era quel rumore assordante dei vagoni in corsa. In quel frastuono riusciva ancora a ritrovare il volto della donna che, suo malgrado, lo aveva abbandonato per sempre. Respirare quel rumore gli aveva permesso di sopravvivere al passato e al dolore. D’altro canto a Pasquale non restavano che i ricordi e mille domande senza risposta. Ma quando i dubbi e l’assenza sembravano travolgerlo per sempre, lui stringeva tra le mani quello che sua madre gli aveva lasciato, l’insegnamento della libertà, e allora sentiva ticchettare dentro di sé, le lancette della Storia.

  17. mukele says:

    Fu un giorno d’inverno, rigido, in una rigida città simile a molte tanto da far dimenticare il proprio profilo.

    Sulle prime pensò di essersi sbagliato: non poteva essere Giulio! Eppure qualcosa dentro di lui sapeva già la verità. Per un secondo vacillò nel vuoto cercando con le mani un appiglio cui appoggiare la propria incredulità.
    Tentò di proseguire ma i piedi gli si erano trasformati in plinti di calcestruzzo armato; si rifiutavano di scollare le suole dal marciapiede ingombro di fogli di giornali inzuppati, lattine di birra e quanto il vento riusciva a catturare nelle sue maglie gelate. Le scarpe sembravano aver affondato delle radici, aprendosi la strada fra l’acciottolato, fino a trovare il suolo capace di reggere.
    Era fermo. Come colpito da un fulmine in mezzo alla gente che gli scorreva incurante ai lati. Una statua di incredulità e dolore. Perché quello che aveva visto là, in quell’angolo buio, proprio fra la rientranza di una vetrina di ferramenta e la fermata dell’autobus, era proprio Giulio.
    Per un attimo lo rivide giovane, al suo fianco, i capelli lisci e lunghi di un biondo quasi slavato, marciare spavaldo e ridente verso la conquista del mondo in una stradina di un paese di provincia. Col passo che solo i giovani hanno. Con il sorriso che solo i giovani hanno quando affrontano il mondo corpo a corpo
    Ricordò i loro sogni, i loro progetti comuni. Riassaporò il fumo delle sigarette notturne, sulla sponda di un mare che dormiva russando leggero. E nel suo cuore, come una ferita, sentì riaprirsi il sorriso di Giulio, il suo modo calmo e arrogante di respirare il futuro, l’intero universo.
    Rivide in un attimo i dolciamari anni della loro amicizia che sembrava promettere chissà quali sviluppi, chissà quali promettenti futuri.
    Poi, come assistesse dn una presentazione di slide aziendali , sfilarono nella sua mente, le foto di Giulio ridente che indicava un pezzo di carta, mentre sullo sfondo alcuni amici festeggiavano levando calici dal tappo di schiuma; il ritratto di lui ingabbiato in un impeccabile abito scuro con accanto una splendida donna, sullo sfondo una chiesa romanica, sotto una grandine di chicchi di riso; lo stesso sorriso sul ponte di una barca a vela, con i cappelli impigliati nel vento.
    Rivide lo stesso sguardo che lo fissava incredulo da dietro quella scrivania lucente e ordinata. Squardo simile a quello di un cane che, minacciato, tira fuori i denti e ringhia impaurito.
    Sentì ancora nella propria gola le urla che gli aveva rivolto contro e la rabbia con cui aveva sbattuto la porta dietro di sé e percorso i pochi gradini della villa verso la propria utilitaria. Poi il buio.

    Quanti anni erano passati? Cosa era successo? Possibile, Cristo, che quella “cosa” lì fosse il Giulio che ricordava?
    Non fu né la pietà né l’acre e alcolico sapore della vendetta che lo costrinsero a voltare i passi e avvicinarsi a quel mucchio di cartoni che sembrava formare un cumulo disordinato addossato lungo le pareti ammuffite e sporche di scritte della rientranza, formata da chissà quali vicissitudini urbanistiche, dall’arretrare di un vecchio edificio rispetto il corretto e preciso filo degli altri.
    Dai cartoni spuntava una faccia scura, barbuta, quasi uno di quei idoli intarsiati nel legno africano. Era rivolta verso l’angolo del muro e mostrava appena il profilo. Fu guardandola ancora una volta che Pasquale capì che la sua intuizione, pur avendo a sua disposizione solo alcune frazioni di secondo, aveva colto nel segno come un arciere Zen bendato.
    Non sapendo che fare rimaneva lì in piedi, accanto ai cartoni, attirando ancor più lo sguardo incuriosito dei pochi passanti. Costoro prolungavano quello sguardo anche dopo passati oltre il punto in cui Pasquale s’era fermato. Quel loro girare la testa pur continuando a camminare li trasformava per un attimo in strane e farsesche creature prima che la testa ritornasse alla sua corretta posizione e sparissero dietro l’angolo dell’isolato.
    Pasquale si chinò e, fra i cartoni cercò una spalla, una mano, che potesse consentirgli di svegliare con una scossa l’uomo che dormiva. Faceva un freddo cane quel giorno e per un attimo Pasquale pensò che quell’essere che vedeva accucciato fra i cartoni fosse crepato. Doveva aver passato quella terribile notte di gelo e chissà quante altre là fuori.
    “Dio mio, come è possibile sopportarlo?” si chiese.
    E si mise a scuotere vistosamente i cartoni quasi fosse quella l’unica salvezza possibile.
    L’uomo, disturbato dalle mosse si limitò a tossire e cercare una posizione più comoda. Nel vederlo Pasquale capì che l’uomo non era in grado di recuperare la coscienza. Forse era ubriaco, ma molto più probabilmente era malato. Con l’angoscia nel cuore la stessa voce di prima (l’arciere) gli disse calmo “Sta per morire”.
    Quasi al limite della disperazione sentì che doveva fuggire. Si alzò e come un automa prese ad allontanarsi dall’angolo. ma proprio quando i passi stavano aumentando di ritmo, si svegliò dal terrore che si era impossessato di lui e si vide fermo, al centro del marciapiede, con un cartone in mano mentre con gli occhi annaspava nel vuoto alla ricerca di chissà quale segnale o speranza.
    Ritornato in sé si diede del vigliacco e cominciò ad frugarsi le tasche e ad armeggiare con il cellulare. Dall’altro capo del filo (filo inesistente e sottile come la speranza a cui era sospeso il cuore di Pasquale) gli rispose una voce chiara e calma. “Come è possibile che tutti tranne me siano così calmi?” si chiese.
    Dopo aver quasi gridato al microfono che era necessaria una ambulanza, la voce richiese ancora alcuni chiarimenti sulla posizione esatta e lo rincuorò dicendo che sarebbe stata lì a momenti una “vettura”.
    Pasquale si precipitò verso l’uomo con l’intenzione di rincuorarlo, fare qualcosa nell’attesa dei soccorsi. Ma stava inebetito, inginocchiato sui cartoni e non sapeva far altro che ripetere fra le lacrime: Giulio, Giulio… sembrava una madre che recita una ninna nanna al capezzale di un bambino malato.

    (il resto alla prossima stesura, spero)

  18. Bravo! 🙂 Sono contenta che tu abbia partecipato. Tra tre giorni il responso.

  19. mukele says:

    *
    La cosa che più lo faceva infuriare era ricordarsi quel gesto che i medici, uno dietro l’altro, avevano continuato a inframmezzare ai loro imbarazzati sorrisi. Un roteare del polso con l’indice e il pollice aperti. E la loro continua domanda “E’ un parente?”.
    Dalle ricerche, del resto risultava che Giulio Ferri (il suo Giulio) non aveva parenti prossimi ai quali poter comunicare l’accaduto; che non era la prima volta che risultava ospite della casa di cura e che se comunque lui si assumeva la responsabilità di ospitarlo a casa propria (visto che lì, in ospedale non avrebbero potuto fare di più…)“Del resto, in casi simili, siamo i primi a consigliare il rientro in casa… almeno in un ambiente familiare… mi capisce no?”
    Pasquale accennava terrorizzato.
    La prima volta che lo rivide, su delle vere lenzuola, il viso lavato e i cappelli riavviati alla meglio riuscì ad accennare appena un sorriso, impacciato, convinto che Giulio non sarebbe riuscito a riconoscerlo.
    Giulio invece ricambiò il sorriso e sussurrò il suo nome fra un accesso di tosse e l’altro. Pasquale gli fece segno di non proseguire e per assicurarlo, prese fra le sue una delle mani di Giulio. Ma era talmente fredda e secca, da sembrare una misera cosa abbandonata per dimenticanza fra le lenzuola.

    *

    Che Pasquale avesse deciso di non sposarsi, che dunque vivesse solo in quell’appartamento spesso troppo vasto e vuoto che gli serviva ormai quasi come pied-a-terre fra un amore e l’altro dei suoi viaggi, agevolò non poco il trasloco.
    Giulio non diceva niente. Lasciava fare e Pasquale sistemo tutto perché tutte le necessarie operazioni creassero il minimo disturbo all’amico.

    Nei giorni che seguirono Pasquale si sentì meglio, occupato com’era dall’assistenza verso Giulio, la preparazione cioè del cibo e di tutte le piccole attenzioni che attenuano l’angoscia di chi accudisce un moribondo dando a sé stessi una scusa pietosa: non pensare alla inutilità di ogni gesto di fronte a quel grande mistero che avanza, è lì appena in fondo alle scale, sale lentamente le rampe, si ferma al pianerottolo, è pronta a bussare alla porta …

    Un giorno Giulio ruppe il silenzio e domandò a Pasquale di aiutarlo a scendere dal letto.
    Dalla comoda poltrona in cui Pasquale lo aveva accompagnato, guidando con cura e attenzione i suoi gesti, Giulio ora lo guardava e per un attimo; fra le sue labbra brillò quel sorriso d’un tempo.

    – Ti sarai certo chiesto come io sia potuto ridurmi in questa … diciamo condizione. E…
    Invano Pasquale accennò una protesta ma G. alzando appena la mano lo interruppe.
    – Ti prego … fallo almeno per il ricordo di quando ci si credeva amici e si aveva dei sogni. Lasciamo perdere come allora le convenzioni e parliamo come due veri uomini.
    Nessun dio ha scagliato su di me le sue ire. Nessun demonio ha tentato il signore come nella favoletta che blaterano i preti dai loro pulpiti addobbati. Né credo che tu voglia recitare la farsa di uno degli amici che si riuniscono al giaciglio di Giobbe per proferire le loro insulse teologie del castigo rivolgendosi alle sue piaghe.
    E’ più semplice di quanto non pensi. O meglio è forse più incredibile, ma almeno non disturba nessun trono celeste.
    Un comune bottegaio potrebbe sintetizzare precisamente tutta la vicenda con una frase che rende bene “Ha fatto una cazzata … una grande cazzata”.
    Ovvero un bel giorno ho sentito che tutto quello che possedevo in realtà mi possedeva. Che quanto credevo di aver conquistato e raggiunto era una ulteriore catena che soffocava i miei movimenti
    Credimi, ho lottato per anni contro una voce che sempre più cresceva. Ho provato da prima con l’alcool e con le anfetamine, poi con metodi più brutali: i preti (e un sorriso ironico comparve sulle sue labbra).
    “Niente. Ad un certo punto è come se quel qualcuno che gridava dentro di me, avesse spezzato i legami e avesse preso pieno governo dei miei piedi, delle mani, degli occhi. Mi sono trovato in una strada, in una città qualunque, privo di qualunque coscienza di come fossi arrivato lì.
    Però la prima sensazione che provai fu il benessere provato nel respirare. Potevo respirare finalmente. Potevo guardare le cose senza quel velo che aveva offuscato per anni i miei occhi.
    Ero di nuovo un uomo. Tutto qui. E da allora ho cercato di rimanerlo.”
    – Ma nessuno è venuto a cercarti?
    – Figurati, ai più interessavano i miei soldi e, dato che avevo preso le precauzioni necessarie a lasciarli per strada, hanno ritenuto più utile fermarsi a raccattarli … del resto io non ero molto diverso da loro fino a pochi mesi prima.
    – Si, ma potevi ….
    – Potevo cosa?
    Pasquale capì che quanto stava per dire rientrava fra quelli che un tempo erano soliti chiamare “pensieri stacca-la spina” e tacque, comprendendo la vanità di qualunque commento.
    – Per quanto tempo? – chiese
    – Non ho tenuto un conto preciso, su per giù direi una decina d’anni, forse più, forse meno, che importa?
    – Niente, infatti.
    – Bravo, vedo che sei rimasto il Pasquale che conoscevo. Non credo in una provvidenza eppure che sia stato proprio tu, fra tanti, a ritrovarmi, mi spinge a credere in qualcosa che va oltre il caso.
    So che non mi rimane molto tempo … lasciami finire, ti prego … So che non mi rimane molto tempo e devo chiederti un favore.
    – Dimmi
    – Vedi quest’anello? Mostrò a pasquale un anellino con la montatura in argento che con l’andare del tempo aveva assunto una patina che quasi lo rendeva simile ad un cerchietto di stagno ma sulla quale era incastonata una pietra che anche nella penombra della camer sembrava brillare di luce propria, Quasi una piccola torcia fosse contenuta all’interno del gioiello.
    – Si – si limitò a dire Pasquale.
    – Devo consegnarlo a qualcuno, insieme ad un libro.
    – Va bene, a chi devo far avere le due cose?
    – A nessuno, sono tue
    – Ma …
    – Non complicarmi il dovere Pasquale. So cosa sto facendo e lo saprai anche tu una volta che leggerai quel libro.
    – D’accordo.
    – Me lo prometti?
    – Si, Giulio, te lo prometto.
    – Ok, dopo che sarò morto voglio che tenga questo anello con te e legga il libro. Indicò un volumetto posato sul comodino a fianco al letto.
    Solo allora Pasquale si accorse del volume. Preso dalle cure per Giulio aveva distrattamente avuto coscienza della presenza di quel libricino ora non gli diede maggiore attenzione ma si limitò a prendere atto della sua esistenza e del dovere che lo legava a quell’oggetto.

    *
    Passarono dei giorni, dopo il funerale di Giulio, prima che Pasquale si ricordasse del libro e della promessa.
    L’anello lo aveva tenuto con se fin dal momento in cui Giulio, ancora lucido, se l’era sfilato dal dito smagrito e l’aveva infilato nell’anulare di Pasquale accompagnando il gesto con una stretta così forte che Pasquale si spaventò quasi.

    (continua)

  20. mukele says:

    Riandò nella camera di G. e, afferrato macchinalmente il libro lo portò con se fino al comodo divano del soggiorno. Solo dopo averlo aperto Pasquale si accorse che quello che sembrava un comune libro era in realtà un manoscritto. Dall’aspetto delle pagine sembrava anche alquanto vecchio. Addirittura antico.
    La copertina era completamente anonima e priva di qualunque scritta ma sul frontespizio appariva una scritta in caratteri talmente svolazzanti e barocchi che P. si chiese come potesse nel contempo apparirgli così chiaro il loro contenuto: “il cuore e l’anello”. Non appariva nessun autore e tantomeno notizie riguardanti la data o il luogo in cui erano stato scritti quei fogli.
    Prima di avventurarsi nella lettura, quasi macchinalmente come era solito fare con i libri per una vecchia abitudine P. volle sfogliare velocemente il contenuto delle pagine ma si accorse con suo stupore che solo le prime contenevano qualcosa mentre il resto del libro era un insieme di pagine bianche. Ritornò alla pagina successiva al frontespizio, era coperta da qualcosa che somigliava ad un elenco di nomi, ciascuno però scritto con una grafia diversa. I nomi si succedevano incolonnati per alcune pagine. Sull’ultima di queste lo sguardo cadde sull’ultimo nome: Giulio Ferri. Accanto al nome una piccola v (quasi un visto) esattamente simile a tutti quelli che lo precedevano a fianco di ciascun nome.
    Incuriosito prese a fogliare il libro più accuratamente ma non riuscì a trovare niente che potesse risolvere il mistero.
    Che doveva farsene di quel libro? Perché G. lo aveva così caro?
    Stava per desistere e abbandonare il libro sconsolato nel tavolino accanto al divano, quando un raggio di luce proveniente dalla lampada, per chissà quale regola illuminotecnica colpì la pietra sull’anello e sulla pagina bianca si formò una sorta di cono verde dovuto alla rifrazione.
    Sulle prime P. pensò ad un’illusione ma poi vide chiaramente che, il cono verde conteneva delle scritte. Nella speranza di osservarle da vicino, però istintivamente frappose la testa fra la sorgente luminosa e l’anello e le scritte scomparvero.
    Gli ci volle poco per capire quanto accadeva sotto i suoi occhi. La luce, riflessa dalla pietra, manifestava, una scrittura che, allo scomparire del raggio tornava come a nascondersi nelle fibre della carta. Una specie di “inchiostro simpatico” pensò. E senza spaventarsi per l’assurdità della propria teoria, cerco di trovare una posizione che gli consentisse di leggere più accuratamente il contenuto di quel misterioso manoscritto. Per farlo decise di togliersi l’anello dal dito ed usarlo come una lente per aver modo di scorrere le righe con più comodità.
    Quella notte P. non volle mollare il libro fino a che non ebbe letto l’ultima pagina. Quando posò infine il libro le ossa si fecero sentire protestando e dalla finestra principiava ad entrare, insieme al primo traffico, anche il lucore dell’alba.
    *
    Il libro era certamente antico anche se P. non aveva le nozioni per quantificare quanto. Di sicuro erano almeno secoli. E non si chiese, se ciò era vero, in che modo lui, in possesso di un diploma di perito industriale, fosse in grado di capire così agevolmente la lingua di secoli fa. Eppure aveva scorso il libro come fosse stato il giornale del mattino.
    Sulle prime aveva certo trovato difficili tutti i rimandi a quegli oscuri personaggi, a quelle teorie che continuavano a rimanere per lui decisamente ostiche. Aveva capito che si parlava di alchimia, e che chi aveva composto il libro aveva voluto iniziarlo facendo un po’ una specie di riassunto di quanti prima di lui si erano occupati della materia.
    La parte più incredibile era però contenuta nelle ultime pagine. In essa l’autore riassumeva le sue scoperte e parlava dell’anello. Stando a sentire lui l’anello era in grado di compiere quello che tanti suoi predecessori avevano invano tentato di fare: la trasmutazione degli oggetti in oro.

    (continua, ma datemi almeno il tempo di rileggere)

  21. mukele says:

    Secondo il libri per compiere l’operazione alchemica sarebbe bastato capovolgere la pietra, in modo che risultasse rivolta verso il palmo della mano, afferrare un oggetto qualsiasi e chiuderlo nel pugno in modo che la pietra potesse venire in contatto con l’oggetto.
    “Tutto qui?” si chiese sorridendo Pasquale e guardò l’accendino di plastica con il quale aveva macchinalmente acceso l’ultima sigaretta. Gesto ormai talmente abituale da sfiorare appena la coscienza. Prese l’anello fra i pollice e l’indice della sinistra e fece compiere all’anello una rotazione di 180 gradi, in modo che la pietra fosse rivolta verso il palmo. Afferrò quindi l’accendino e serrò la mano inanellata per alcuni secondi. Nel riaprirla vide che l’accendino era stranamente mutato.
    Ora appariva di un metallo dorato. “Scherzi della notte in bianco” pensò. Ma insieme a quella del buon senso sentì anche quella del solito arciere bisbigliargli: “Oro, ovviamente”.
    Poi fu la volta di una matita, un posacenere di alabastro, la tazzina con il caffè appena bevuto, il rubinetto del bagno, la maniglia di una porta… Tutto quanto veniva a contatto con la pietra si tramutava in metallo dorato.
    Fu solo quando vide tramutarsi in oro la sedia di cucina che decise di arrendersi all’evidenza.

  22. Attenzione: la continuazione non deve superare i 5000 caratteri.

  23. mukele says:

    Allora sono fuori di brutto. Credevo di aver capito che non c’erano limiti

  24. gallina says:

    è tipo una saga 😉

  25. mukele says:

    *
    Secondo il libro per compiere l’operazione alchemica sarebbe bastato capovolgere la pietra, in modo che risultasse rivolta verso il palmo della mano, afferrare un oggetto qualsiasi e chiuderlo nel pugno in modo che la pietra potesse venire in contatto con l’oggetto.
    “Tutto qui?” si chiese sorridendo Pasquale e guardò l’accendino di plastica con il quale aveva macchinalmente acceso l’ultima sigaretta. Gesto ormai talmente abituale da sfiorare appena la coscienza. Prese l’anello fra i pollice e l’indice della sinistra e fece compiere all’anello una rotazione di 180 gradi, in modo che la pietra fosse rivolta verso il palmo. Afferrò quindi l’accendino e serrò la mano inanellata per alcuni secondi. Nel riaprirla vide che l’accendino era stranamente mutato.
    Ora appariva di un metallo dorato. “Scherzi della notte in bianco” pensò. Ma insieme alla voce del buon senso sentì anche quella del solito arciere bisbigliargli: “Oro, ovviamente”.
    Poi fu la volta di una matita, un posacenere di alabastro, la tazzina con il caffè appena bevuto, il rubinetto del bagno, la maniglia di una porta… Tutto quanto veniva a contatto con la pietra si tramutava in metallo dorato.
    Fu solo quando vide tramutarsi in oro la sedia di cucina che decise di arrendersi all’evidenza.
    *
    L’ultima pagina del libro (visto che doveva finire in fretta) riportava:
    “L’anello cerca il cuore puro
    anche se il cuore non sa dell’anello
    Ora che ne sei venuto in possesso
    Ricorda che è tuo dovere seguirlo
    E trasmetterlo a chi lui sceglierà”
    Seguiva a mo’ di firma un detto latino: “Et in arcadia ego”.
    Da quel momento Pasquale capì che il suo amore per i viaggi aveva un senso, una ragione prima. Sapeva che qualcuno o qualcosa di superiore ai propri piccoli desideri lo stava “usando” per un fine nascosto.
    Capì che gli rimaneva solo un unico destino. Trasportare l’anello alla ricerca del nuovo “padrone”.
    Per ultimo, chinando un poco il capo, quasi ad assenso, udì ancora un’ultima volta la voce dell’arciere che gli sussurrava: “Tranquillo, sarà il cuore a guidarti”.

    (FINE)

  26. di salvo angela says:

    Quel mattino di maggio di dieci anni prima era un giorno grigio e pioveva. Era in ritardo e si preparava speditamente a raggiungere il suo treno.
    Non aveva voglia di riprendere il lavoro; sua moglie Elvira era morta da una settimana dopo una lunga e terribile malattia e in lui era nato una strano stato d’animo che non era dolore né la disperazione che segue ad una perdita. Avvertiva in modo sempre crescente un senso di straniamento e di distacco che lo portavano a fare tutto con automatismo. Aveva perso la sua straordinaria capacità di comunicare con gli altri e i tratti del suo volto, così mobili e vivi, erano diventati inespressivi.
    Non avvertiva la mancanza della moglie, anzi ripensava spesso a quel senso di liberazione che aveva provato quando era spirata con gli occhi socchiusi sprofondati in quel viso scarno e cereo. Vederla in quel letto a soffrire e stare accanto a lei per giornate intere senza poter alleviare in alcun modo le sue sofferenze era stato uno strazio insopportabile. Restavano ore da soli in interminabile silenzio rotto soltanto dai suoi flebili lamenti e non c’era mai nessuno che venisse a trovarli, tranne l’infermiera che impassibilmente eseguiva le istruzioni del medico.
    Ma sperava che, quando avrebbe oltrepassato la soglia della stazione e si sarebbe accinto a guidare il suo treno, tutti i pensieri sarebbero spariti e sarebbero rimasti chiusi in quella casa vuota e disordinata in cui continuava a vivere suo malgrado con il proposito di venderla prima o poi, quando ne avrebbe avuto l’occasione e il coraggio.
    Quella mattina era passato per sbaglio nella sala d’attesa dei passeggeri.
    C’erano solo due persone in un angolo e discutevano animatamente. L’uomo era all’impiedi sovrastando con la sua figura massiccia la giovane donna che stava accucciata sul sedile come una bimba smarrita.
    – Te ne devi liberare!! Non te ne sei ancora convinta?-
    – Io…non posso… ho paura e poi non so se è giusto…-
    – Tu sei pazza! Lo devi fare! Non possiamo tenerlo, lo capisci?-
    Pasquale aveva ascoltato quel dialogo incalzante mettendosi di spalle e fingendo di guardare un avviso che stava attaccato alla parete scalcinata del muro
    Non erano fatti suoi ma il tono perentorio dell’uomo e la voce dolcissima e disperata di quella fanciulla lo avevano paralizzato. Sentiva il dramma di quella creatura e all’improvviso la sua grande carica di umanità e di sensibilità, che sembravano sopite e dissolte nella sua apatia, si erano risvegliate con prepotenza impedendogli di andarsene, come avrebbe fatto chiunque in una circostanza simile.
    Non riusciva a smettere di guardare la giovane donna e allo stesso modo anche lei rimaneva a sostenere il suo sguardo con occhi imploranti. Ella aveva quell’uomo davanti che inveiva senza accorgersi della presenza di un estraneo, eppure continuava a guardarlo..
    Pasquale la vedeva muovere nervosamente le dita e toccare e rigirare un anello con una pietra verde che aveva lo stesso colore dei suoi occhi. Lo toccava e lo guardava come se fosse la cosa più preziosa del mondo o forse quello che le restava di qualcuno che non era più accanto a lei per proteggerla come un tempo.
    Poi aveva abbassato il viso e avvicinato l’anello alle sue diafane labbra,ripetendo il gesto più volte.
    L’ omone, infastidito dal suo silenzio e dalla compulsività dei suoi movimenti, aveva fatto alzare la donna afferrandola sgraziatamente per il braccio.
    – E’ tardi,andiamo! Altrimenti perdiamo il nostro treno! –
    Mentre uscivano dalla sala d’attesa, Pasquale aveva notato la figura esile della donna che camminava barcollando e che trascinava a fatica il peso del suo bagaglio.
    Era rimasto lì immobile a guardarli andar via senza riuscire a soffocare quella pena infinita che nasceva nel suo cuore e che gli faceva sentire la necessità di un tempestivo intervento.
    Ma cosa avrebbe potuto fare? Cosa? Eppure,non riusciva a placare quel senso di ansia che aumentava minuto dopo minuto e che gli aveva fatto persino scordare che anche lui doveva raggiungere il suo treno.
    All’improvviso sentì delle grida, ascoltò i passi frenetici dei passeggeri che si susseguivano caoticamente sul marciapiede accanto ai binari e un enorme frastuono lo assordò.
    Corse d’stinto anche lui in mezzo alla gente senza capire, senza chiedere, senza immaginare che cosa fosse successo.
    – Una ragazza si è gettata sotto il treno!- urlava una donna anziana con le mani sulla testa.
    – Poverina!! L’ho vista, così giovane!….- ribatteva un altro.
    – Ma come è potuto succedere? Dov’è? Dov’è?-
    Pasquale sentiva il cuore battergli così forte che non riusciva a respirare, eppure tentò anche lui di insinuarsi nella folla che si accalcava curiosamente, cercando di spingersi avanti nella speranza di scoprire che il suo terribile dubbio era infondato.
    L’urlo di una sirena si espandeva sinistramente per tutta la stazione e per un attimo non sentì più le gambe, si ritrovò per terra urtato da qualcuno che cercava anche lui di farsi strada per poter osservare più fa vicino lo scenario dell’incidente.
    – State lontani- gridava un poliziotto ferroviario- Non vi avvicinate, per favore, state lontani!!-
    Pasquale non riusciva a rialzarsi ma doveva trovare la forza di farlo, se voleva evitare di essere calpestato. Poggiò le mani per terra per aiutarsi a risollevarsi e si ritrovò fra le dita l’anello d’argento con quella pietra verde che sembrava sfavillare alla luce del sole che si era affacciato come per incanto fra le nuvole.
    Non pioveva più, la giornata si era fatta luminosa e serena e pareva stridere con l’atmosfera tetra e drammatica che si respirava ovunque e che si leggeva nei volti e nei movimenti di tutta quella gente stravolta che cercava affannosamente di vedere e di sapere….
    Ma Pasquale aveva già la sua risposta. Era uscito dalla stazione con l’anello stretto delicatamente nel pugno della sua mano possente e lo aveva portato con sé per tutti quegli anni come il ricordo della sua vile impotenza, come l’emblema di un errore imperdonabile per la sua coscienza. Il senso di colpa che si portava appresso per non avere saputo difendere quella creatura innocente e il suo ancor più innocente bambino lo aveva accompagnato giorno dopo giorno senza tregua. Portare quell’anello al dito era stata la punizione che si era voluto infliggere e non lo consolava affatto il pensiero che, in fondo, non era stato lui, da perfetto estraneo, a causare quella tragedia.
    Pasquale dentro di sé sapeva perché viaggiava su quei treni su e giù per l’Italia e per quale ragione amava parlare con tante persone e donare a tutti calore umano e affettuosa cordialità.
    Si era convinto che soltanto così avrebbe potuto riparare al quella sua lontana debolezza e ritrovare nella fiducia degli altri la fiducia che egli aveva perso di sé.
    E adesso il ricordo ancora così vivo e straziante di quell’evento gli aveva fatto realizzare che forse era inutile e troppo dolorosa quella strana abitudine che aveva perpetrato caparbiamente per tutti quegli anni.
    Forse era venuto il momento di smettere e di non tornare più nelle stazioni e salire su quei treni in cerca delle mille facce dolenti dell’ umanità.
    Poteva cercarle altrove……magari in un parco, sulla spiaggia, in un ospedale , in una piazza…dovunque….ma non più lì.
    Lentamente si tolse l’anello dal dito e lo mise senza fiatare nelle mani della bimba che gli stava accanto.
    Rimase qualche secondo ad ammirare la luce gioiosa che si era accesa nei suoi occhi blu e il sorriso stupito della sua piccola bocca prima di uscire precipitosamente dallo scompartimento e scendere del suo ultimo treno.

    .

    .

  27. Brava Angela! Grazie di aver partecipato. Fra tre giorni il responso. 🙂

  28. elena incremona says:

    E’ il racconto più bello che io abbia letto in questi ultimi anni!!! Brave Chiara ed Angela………sembrate lo stesso autore!!! Siete davvero in sintonia.
    Complimenti vivissimi………..farete strada!

  29. Ciao Elena,
    grazie, sei molto carina! 🙂 Tu non partecipi? 😉

  30. elena incremona says:

    Io sono una accanita lettrice ma non ho il dono della scrittura.
    Ciao, ti faccio i miei migliori auguri.

  31. Roberto Vindigni says:

    Dire che sono fuori forma per scrivere è un eufemismo poichè devo convivere con gente che mi sta rendendo la vita impossibile.
    Ma visto che partecipare non costa nulla ci provo:

    Più si immergeva nelle sue memorie passate e più l’ambiente del treno iniziava a svanire, lasciando posto al piccolo paesino nel quale era cresciuto; il rumore delle rotaie si trasformò nelle grida dei gabbiani che volteggiavano lungo la scogliera frastagliata, mentre Pasquale seduto su una vecchia panca arrugginita contemplava il mare calmo e deserto ove soltanto la barca di un pescatore si intravedeva a malapena sullo sfondo.
    La brezza serale con le luci dei lampioni che iniziavano ad accendersi pareva sussurrare il nome di Teresa, che malgrado non fosse tra le donne più belle del luogo aveva un sorriso ed un portamento così fine e delicato da renderla incantevole.
    Sentiva in cuor suo che Teresa sarebbe stata l’unica donna che avrebbe mai amato, così non appena smontava dal suo turno di servizio come macchinista, cercava sempre di incontrarla per passare del tempo assieme a lei. Si vedevano spesso in quella panca, stando abbracciati in silenzio, cullandosi col rumore delle onde e nessuno dei due aveva bisogno di dichiarare l’amore all’altro, giacché spontaneamente questo sentimento era sorto nel cuore di entrambi.
    La nitidezza delle sue memorie a tratti lo abbandonava, e la sua mente si riempiva di immagini confuse correlate ad eventi cui non ricordava l’esatto ordine temporale. Voleva donare al dito di Teresa un anello per sposarla, ma malgrado avesse messo da parte tutti i suoi risparmi non trovava un solo articolo nelle gioiellerie che incontrasse i suoi gusti invero assai difficili. Pensava che nessuna pietra preziosa fosse all’altezza della donna che amava, così la sua ricerca continuava invano.
    Tutto avrebbe sperato tranne di trovare l’anello che cercava esposto nella vetrina della bottega di un rigattiere: quello smeraldo mistico così singolare….
    Il vecchio venditore gli disse che quell’anello gli fu regalato da un giovane disperato, desideroso solo di disfarsene; lo considerava un oggetto antico e maledetto la cui pietra diveniva sempre più bella ogniqualvolta passasse da un proprietario all’altro.
    Ma Pasquale immaginava solo di essere all’altare con la sua futura sposa nel momento solenne dello scambio degli anelli, così non badò né al prezzo né tantomeno alle superstizioni.
    Un fitto dolore lo riconduceva al presente, dove la bambina continuava ancora ad osservarlo in attesa.
    Quel mare agitato impetuoso e Teresa dal capo opposto della strada che con gioia gli veniva incontro mentre lui dietro la schiena teneva l’anello di fidanzamento: la ragazza attraversò con una tale noncuranza che un auto in corsa la travolse.
    La sua stessa carne si lacerava quando rivedeva quell’asfalto macchiato di sangue e sua moglie in punto di morte a cui strinse con forza le mani sentendola esalare gli ultimi respiri.
    Da quel giorno lo smeraldo maledetto portatore di sciagura ebbe una vitrea lucentezza ancora maggiore. Pasquale si convinse che la pietra imprigionava le anime dei morenti con cui entrava in contatto, cosicché lo spirito del suo grande amore dimorerà in eterno tra le sfaccettature della gemma.
    “Bambina, non senti anche tu una presenza aleggiare nell’aria?”
    “Cosa vuol dire aleggiare?”
    “Non importa” rispose con un sorriso alla piccola, notando come ella avesse preso a guardare il paesaggio fuori dal finestrino distogliendo del tutto l’attenzione dall’anello.

  32. Bravo Roberto! Grazie di aver partecipato. 🙂

  33. Veipone says:

    Trent’anni prima, durante una delle brevi soste per un caffè che era solito fare, si trovò a camminare a passo veloce per la stazione di Roma Termini. Quel giorno vi era una folla straordinaria e Pasquale faceva del suo meglio per schivare i tanti passanti, che si affrettavano tra un quadro informazioni, un binario e un negozio. Doveva assolutamente comprare un regalo alla sua bambina, che avrebbe compiuto 11 anni proprio quel giorno. Per tutto il tempo aveva in mente i riccioli rossi, lo sguardo allegro ed il sorriso vivace della sua piccola Giulia. Si fermò a guardare diverse vetrine, ma non sembrava riuscire a trovare nulla che fosse adatto alla sua bambina. Era sconfortato. Non aveva trovato nulla ed il suo tempo stava per scadere: il treno del quale era macchinista sarebbe partito di lì a poco.
    Mentre si affrettava al binario, gli sembrò di vedere la sua bambina in stazione. Si fermò un attimo, per capire da cosa provenisse quella sensazione. Guardando più attentamente, scorse in lontananza, nella vetrina di una gioielleria, un bagliore verde smeraldo della stessa tonalità e della stessa brillantezza degli occhi della sua Giulia. Sorrise. Non potè fare a meno di entrare in quel negozio. Non potè fare a meno di prendere quell’anello. Da vicino, la pietra incastonata sembrò per una breve istante sorridergli. Il colore e la lucentezza erano davvero sorprendentemente identiche a quelli degli occhi della sua Giulia. Nonstante il prezzo non proprio accessibile, nonostante il regalo non fosse il più adatto per una piccola undicenne, non potè fare a meno di comperarlo.
    Arrivò in ritardo al binario e si prese una sonora strigliata dal suo supervisore, ma nonostante il duro rimprovero, per tutto il viaggio non smise mai di sorridere.
    A sera, tornato a casa, si meravigliò di non vedere le luci accese a festa filtrare dalle finestre, di non sentire i gridolini dei bambini che giocavano, invitati per il compleanno della sua Giulia. Notò solo per ultimo una macchina della polizia parcheggiata nei pressi ed ancora non poteva pensare che la cosa potesse avere a che fare con lui, con la sua famiglia, con la sua bambina. Corse comunque in casa. Sentiva sua moglie piangere e singhiozzare e due voci dure, vicine eppure così distanti, che ponevano domande. La sua bimba dai riccioli rossi, dagli occhi verdi brillanti e dal sorriso vivace si era smarrita.
    Nonostante tutti gli sforzi per cercarla fatti in paese ed in tutta Italia, dopo dieci anni di Giulia non vi era nessuna traccia. Per molti anni ancora aveva provato a cercare gli occhi verdi di Giulia e i suoi riccioli rossi nei passanti e nei viaggiatori che incontrava nelle stazioni e nei treni: si era convinto che più chilometri avesse percorso, più possibilità avrebbe avuto di ritrovarla. Per molti anni ancora, anche se in pensione, continuò a viaggiare, sperando di incontrarla, ma credendoci sempre meno. Qualche tempo dopo la morte della moglie, aveva perso completamente la speranza di rivedere la sua Giulia. Continuava a viaggiare sui treni, oramai, perchè era l’unica cosa che avesse fatto in vita e quella sensazione di movimento, i paesaggi che cambiavano velocemente al finestrino, le persone sempre diverse che incontrava lo distraevano e gli garantivano un po’ di felicità.
    Ormai non raccontava più a nessuno la sua storia. Ormai sapeva che non avrebbe più visto la sua bambina e di lei rimanevano solo gli occhi verdi brillante incastonati in un sottile cerchio d’argento.

    Vista l’espressione di dolore sul volto di Pasquale ed il suo silenzio, la donna rimproverò la figlia: non avrebbe dovuto essere così sfrontata. Pasquale ritrovò animo e cambiò argomento velocemente: rievocare quei ricordi era per lui molto doloroso. La donna e la bambina scesero dal treno alla stazione successiva.
    Se quella volta avesse raccontato la storia di quell’anello, forse la donna che aveva davanti si sarebbe incuriosita. Forse si sarebbe tolta gli occhiali da sole neri e avrebbe svelato i suoi occhi brillanti verde smeraldo. Forse si sarebbe pentita di aver snaturato i suoi riccioli rossi lisciandoli e ricoprendoli di una tinta scura. Forse avrebbe potuto incontrare il suo padre naturale, dopo tanti anni.
    Non accadde nulla di tutto questo, perchè Pasquale aveva smesso ormai di sperare e a questo errore non avrebbe più potuto porre rimedio.
    I due non si incontrarono più.

    Un giovane prese posto difronte a Pasquale ed iniziarono a chiaccherare.

  34. elena incremona says:

    La continuazione del racconto può avvenire in tanti modi diversi che possono confermare le aspettative o sorprendere il lettore.
    E’ ovvio che qui la fantasia non manca agli aspiranti scrittori che si cimentano nell’impresa. Ma quanto conta lo stile, la correttezza formale e la pregranza lessicale del testo? Negli ultimi due ci sono parecchie imperfezioni sia nell’uso dei verbi che nella scelta non appopriata di certe espressioni.
    Come si regolerà l’autrice dell’incipit dopo aver operato la sua scelta? Correggerà o lascerà tutto com’è, anche in dissonanza con il suo testo iniziale?

    • Veipone says:

      Si, Elena, è vero. Purtroppo il tempo dedicato non è stato che quello necessario per scrivere di getto e rileggere un paio di volte per evitare erroracci troppo vistosi. Mi prendo responsabilità di tutti gli errori e sviste commesse, sperando che non siano così tanti da ammazzare completamente la piacevolezza eventuale della lettura… ed il piacere del gioco.
      🙂

  35. mukele says:

    Elena ha proprio ragione. Il tempo concesso era forse troppo breve. Oppure ci siamo forse lasciati prendere dall’ansia della mannaia del lunedì. Ora me ne pento non poco.
    Taglierei e rifarei almeno il 70% di quanto scritto.
    Vabbè, per fortuna nessuno qui ha chi gli spulcia gli avverbi e costruzione dei personaggi come succederebbe a qualcuno anche un poco famoso. Lusso dell’essere ignoti 🙂

  36. Bravo Veipone! Grazie anche a te di aver partecipato. 🙂

    @ Elena
    Il tempo era poco e il concorso un esperimento che definirei decisamente riuscito. Si vince il libro di una quasi sconosciuta, per cui la cosa bella è che chi partecipa abbia voglia di mettersi in gioco e impiegare del tempo per questo piccolo premio. L’unica cosa che correggerò, una volta scelta la continuazione vincitrice, saranno gli errori oggettivi, se presenti. Se l’autore vorrà correggere qualche altra cosa, starà a lui.
    Sceglierò la continuazione più conforme all’incipit che ho scritto, quella che sarà più in linea con il personaggio e che mi piacerà più delle altre. Anche il modo in cui è scritta ha molta importanza, ma sarà un insieme di fattori a determinare la scelta.

  37. elena incremona says:

    Ammiro la vostra modestia e umiltà. Ma a parte qualche svista, eleminabile con un minimo di “labor limae”, nessun merito va tolto alla vostra buona capacità di scrittura e all’apprezzabile volontà di aver dedicato in po’ del vostro tempo all’esercizio nobile della mente.
    Comlimenti a entrambi (Veipone e Mukele) e auguri!!!
    (Ce ne fossero altri come voi………il mondo sarebbe migliore e meno stupido).

  38. mukele says:

    Troppo buona. E’ facile essere umili quando si parte dal basso. Difficile è rimanerlo quando si crede di aver raggiunto una qualsiasi meta 🙂

  39. Chi smette di essere umile quando raggiunge grandi traguardi non è mai stato umile davvero! 🙂

  40. mukele says:

    Si, a parole tutti lo dicono infatti 🙂

  41. roberta says:

    Lunga vita a “Scrivi e vinci” ! ;-D

  42. Floriana says:

    Quando quel mattino Pasquale si svegliò, credeva e sperava di aver fatto solo un orribile e tremendo sogno, si voltò per dare il buongiorno alla sua amata moglie, ma con terribile “sorpresa” si accorse che quello avuto la notte appena trascorsa non era stato un incubo, ma la reale e cruda realtà. Sua moglie non c’era, non sentiva più il calore delle sue mani appena sveglia né la leggerezza del suo respiro. Era morta. Capì che sua moglie era morta. Questo succedeva ogni mattina da un paio d’anni circa. Pasquale non era riuscito a farsi una ragione della morte di sua moglie, e più il tempo passava più lui sentiva terribilmente la sua mancanza. Un mattino, di riposo al lavoro, decise di intraprendere un viaggio, senza meta, alla ricerca di qualcosa o anche di qualcuno che avrebbe potuto distrarlo dal vivere una vita che ormai non gli apparteneva più. Si recò alla stazione, in particolare nei pressi del binario numero 7, non si sa perché scelse proprio quel numero tra tanti, forse perché era l’unico numero che in quel momento gli indicava qualcosa di perfetto, qualcosa che lontanamente somigliasse alla sua vita passata. Non sapeva dove l’avrebbe condotto il treno in arrivo su quel binario, fatto sta che decise di salirci. Una volta entrato, si guardò intorno per cercare un posto a sedere libero. Non ne vedeva nessuno ma quando ad un tratto l’uomo possente che era davanti a lui si spostò Pasquale notò un posto libero accanto ad una donna. Decise di sedersi. Chiese alla donna se il posto fosse occupato e alla sua risposta negativa si sedette. Pasquale guardava fisso fuori dal finestrino, quasi come se volesse essere trasportato via leggero come il vento che batteva contro il vagone del treno. Ogni tanto però il suo sguardo ricadeva sulla donna che gli sedeva di fronte. Una donna molto bella. Bionda con due enormi occhi dal colore del mare; sorreggere quello sguardo significava perdersi nell’infinito, perfetta. L’aveva capito, Pasquale, quando lei gli aveva garbatamente detto che poteva sedersi. Mentre cercava di evitare lo sguardo di quella meravigliosa creatura, Pasquale posò gli occhi sulla mano destra di lei, una mano che sembrava avvolta da un bagliore divino, da una luminosità angelica, una luce che proveniva da un anellino che portava sull’anulare. Una piccola fascetta d’argento con sopra una pietra verde smeraldo. Pasquale rimase affascinato da quell’oggetto materiale quasi quanto dalla persona che lo indossava. La donna si accorse presto di come quell’uomo sconosciuto e affascinate le fissava le mani, decise allora di parlare con lui. I due parlarono per molto tempo, finché la donna non si accorse di dover scendere. -È la mia fermata!- disse –A presto!-
    Pasquale non riuscì a dire nulla, si limitò a sorriderle dolcemente. Quando lei se ne fu andata lui fu colto da un tremore improvviso. Pensava che aveva sbagliato a rivolgere tante attenzioni ad una donna quando ancora pensava a sua moglie, eppure, dopo tanto tempo in cui era rimasto legato ad una sola persona, quella donna sconosciuta gli aveva colpito il cuore. Si sentiva felice, leggero quasi quanto una nuvola trasportata dolcemente dal vento. Alla fermata successiva decise di scendere e di aspettare il treno che l’avrebbe riportato a casa.
    Durante il viaggio di ritorno ripensò a quello che gli aveva detto quella donna, di cui non sapeva ancora nemmeno il nome, “prendo questo stesso treno ogni mattina”. Una volta a casa sentì talmente tanto la mancanza della presenza di quella donna da decidere di prendere quello stesso treno anche l’indomani.
    E così fu. Appena sveglio si recò alla stazione e comprò un biglietto per lo stesso treno del giorno precedente. Appena dentro si guardò intorno e subito riconobbe la sagoma della sua donna. Le si avvicinò e con terribile sorpresa vide che accanto a lei c’era un uomo, con il quale sembrava essere molto intima. Decise comunque di sedersi di fronte a lei che per tutto il viaggio non gli rivolse nemmeno uno sguardo intenta ad amoreggiare con il suo uomo. La donna si alzò e mentre si incamminava verso la porta con la mano sinistra avvolta da quella dell’uomo, le cadde qualcosa. Pasquale vide un oggetto luccicare in terra e decise di raccoglierlo. Era l’anello con la pietra che il giorno prima lo aveva abbagliato talmente luccicava. Decise di tenerlo con sè. Da quel giorno Pasquale viaggia quotidianamente su quel treno, senza una meta precisa, con la speranza di rivedere quella donna alla quale vorrebbe restituire la pietra, ma niente. Lei è come sparita. Pasquale non la vide più seduta al suo posto in quel treno. Non conosceva nemmeno il suo nome, né il suo in indirizzo per poterglielo spedire, ma forse Pasquale non voleva questo. Lui era rimasto tremendamente colpito da quella donna, da quella donna che in un attimo lo aveva fatto sentire importante e l’attimo dopo lo aveva lasciato sprofondare. Si era innamorato. Lei con il suo solo sguardo e i suoi soli modi di fare era riuscita in un’impresa in cui nessuno prima: lo aveva fatto innamorare di nuovo. Da allora Pasquale cerca la perfezione su un treno che viaggia veloce e porta al dito quell’anello custodendolo gelosamente come fosse un’inestimabile tesoro. No, è di più di un tesoro. L’unica cosa che lo avrebbe legato per sempre a qualcosa di perfetto.

  43. Brava Floriana! Grazie di aver partecipato. 🙂

  44. elena incremona says:

    Ma quando sapremo chi ha vinto? Non era oggi?

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