“Scrivi e vinci”, 2° Edizione

scrivi-e-vinciLa prima edizione di “Scrivi e vinci” è stata un successo, per questo motivo inizia oggi la seconda edizione, arricchita da qualche piccolo cambiamento.

Vi proporrò un incipit e alla fine di esso vi chiederò di proseguire spiegandone una parte. Non dovrete indovinare, perché neanch’io so come andrà a finire; dovrete invece inventare, far fruttare la vostra fantasia. Alla scadenza del termine del concorso sceglierò la soluzione più bella. Questa volta ci sono tre copie de “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia” a disposizione, per cui sarete in tre a vincerlo.

Di seguito, tute le informazioni utili per partecipare:

– Le continuazioni potranno essere inviate dal 7 fino alla mezzanotte del 27 luglio 2010.

– Il concorso è aperto a tutti, anche a chi ha già il libro ma ne vuole una copia da regalare ad un amico, ad una biblioteca o a chiunque altro.

– Si può partecipare anche con più continuazioni.

– La lunghezza massima della continuazione è di circa 10000 caratteri (cifra orientativa)

– Le continuazioni del racconto possono essere inviate via e-mail all’indirizzo chiaravitetta1985@gmail.com, oppure pubblicate come commento a questo post.

– I vincitori riceveranno un’ e-mail all’indirizzo che rilasceranno al momento dell’inserimento del commento o, per chi invierà la propria continuazione in privato, all’indirizzo che indicherà.

– Il 28 luglio verrà pubblicato un post con il racconto completo, composto dalla prima parte scritta da me e dalla continuazione migliore tra quelle inviate da voi. Il vincitore si aggiudicherà una copia del mio libro.

– Secondo e terzo classificato riceveranno in premio soltanto il libro.

Bene, si comincia! Leggete la piccola storia di seguito e alla fine vi dirò cosa voglio che mi raccontiate.

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I tavolini dei bar sono spesso depositari di segreti e intrighi, curiose conversazioni e strani litigi. Agli esseri umani piace sfogarsi davanti ad un caffè o un cappuccino, un liquore o un drink qualsiasi, forse per addolcire la bocca, resa amara dalle parole rimaste chiuse troppo tempo nella soffitta buia del cervello. Certi bar, poi, sono particolarmente invitanti, così i tavoli al loro interno sono colmi di residui di parole e del ricordo del tocco delle mani che si sono posate sulla loro superficie. Ah, se quei tavoli potessero parlare, chissà quante storie potrebbero raccontarci! C’è un tavolo in particolare, in un bar delle periferia della città, che un giorno ebbe modo di sentire la conversazione più pazzesca di tutte, e per di più tra due persone che rappresentavano la coppia peggio assortita che si fosse mai vista. Quell’elegante tavolino tondo, di legno verniciato di nero, ebbe modo di vedere da lontano la persona che si sarebbe accostata con una sedia al suo levigato piano. Alle tre e quattordici di un pomeriggio di aprile, una donna sui trent’anni fece il suo ingresso nel bar, arrampicata ad arte su tacchi di dodici centimetri, sottili come il corpo di una penna bic. Ancheggiando e spingendo un ciuffo ribelle di capelli all’indietro, con pochi passi raggiunse il tavolino scelto, troppo presa dai suoi pensieri per accorgersi dell’abnorme quantità di occhi rimasti attaccati ad ogni curva del suo corpo. Mentre il barista si riprendeva a fatica e le cameriere sorridevano e scuotevano la testa per il triste spettacolo che gli uomini avevano offerto, la donna misteriosa, che metteva piede in quel bar per la prima volta nella sua vita, si sedette, accavallò con noncuranza le lunghe gambe avvolte in fuseaux dorati e poggiò con cura la grande borsa dello stesso colore sul tavolino, occupandone metà della superficie. I capelli di un bel castano ramato, di lunghezza media, le ricadevano sulle spalle in morbide onde. Gli occhi castani, pesantemente truccati e davvero poco espressivi, e la bocca dalle pose da diva non la facevano di certo sembrare una persona dalla spiccata intelligenza. Si muoveva con una delicatezza studiata e osservava il mondo senza alcuna curiosità. Quell’aspetto curato fino all’eccesso, era il risultato di una vita trascorsa ad inseguire la bellezza per non si sa quale scopo. Le sopracciglia seguivano una linea perfetta, le labbra, ridisegnate dalle linee marcate di una matita color mattone, erano colorate da un rossetto dello stesso colore; il viso, il cui colorito veniva reso uniforme da un generoso strato di fondotinta e cipria, non presentava alcuna imperfezione, le ciglia allungate ed evidenziate dal mascara cercavano di dare allo sguardo più profondità. Le mani, le cui dita affusolate erano cinte da raffinati e preziosi anelli d’oro, parlavano di ore di manicure e molto denaro speso. Sulla superficie delle unghie finte, laccate di un delicato rosa perlato, piccole margherite bianche erano state applicate da un’estetista precisa fino alla paranoia. L’abbigliamento metteva in risalto ogni grazia: i fuseaux e la gonna di jeans per le gambe lunghe e magre, i tacchi per l’altezza, il reggiseno imbottito e push-up per il seno e per la stessa ragione la scollatura, la maglietta aderente per la vita sottile e la gonna stretta per i fianchi; infine una giacca corta e stretta in vita, lasciata chiusa solo fin sotto il seno per non coprire nulla. Muoveva nervosamente un piede e guardava in continuazione l’orologio dorato che le adornava il polso. Se fosse stata una fumatrice, di certo sarebbe uscita dal bar per una sigaretta, ma mai avrebbe preso in considerazione una simile possibilità: il tabacco le avrebbe ingiallito denti e dita, il che non era ammissibile.
Quando un giovane e timido cameriere le si accostò per chiederle cosa desiderasse, la donna accennò un sorriso di plastica e disse: “Aspetto una persona”. Il ragazzo fece cenno di sì e si allontanò. Non aveva mai visto dal vivo una donna così bella, gli ricordava la modella il cui corpo faceva mostra di sé sulle pagine patinate del calendario che aveva in camera da letto.
Mentre il ragazzo tornava dietro il bancone, uno strano silenzio cadde sul bar. Con gli occhi sgranati e le bocche spalancate dallo stupore, tutti rimasero congelati nel mezzo di quello che stavano facendo e seguirono con lo sguardo, quasi senza respirare, la figura che si dirigeva lenta verso la meravigliosa donna seduta sola al tavolino…

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Che aspetto ha la persona che è appena entrata nel bar? Di cosa parleranno lui/lei e la donna misteriosa?

Vi do un piccolo consiglio:  visto che i discorsi diretti possono essere molto difficili da scrivere, potreste prendere in considerazione il discorso indiretto, o accennare soltanto all’argomento della conversazione e concentrarvi su altro. La fantasia consente tutto, dovete solo tenere presente qualche linea-guida. Ecco le due cose che non dovete dimenticare di tenere in conto:

1. Nelle prime righe si parla di una conversazione pazzesca avvenuta tra i due: nella continuazione ci si deve in qualche modo collegare a quello.

2. Serve una descrizione della persona con cui la donna misteriosa ha l’appuntamento.

Non preoccupatevi, si può essere conformi a tutto questo anche spaziando e rigirando tutto per adeguarlo al proprio modo di scrivere e alla propria idea.  Avete venti giorni per pensarci! 🙂

Buona scrittura e buona fortuna a tutti!

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– Leggi il racconto completo

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28 Responses to “Scrivi e vinci”, 2° Edizione

  1. mukele says:

    Non è che a furia di fare concorsi poi, finisci tutti i libri? Insomma te ne vuoi proprio liberare.
    🙂

  2. federica says:

    Beh…non parteciperò perché non sono in grado di scrivere, ma di certo già il piccolo racconto mi interessa molto. Sono proprio curiosa!

  3. Pingback: Segnalazioni flash « L'isola della poesia – il blog

  4. aragosta says:

    Quando l’ombra imponente, buia e asimmetrica svelò teatralmente l’uomo che la possedeva, la donna batté ciglio con una pazienza quasi soporifera.
    Quell’omiciattolo che procedeva a passi lenti e consapevoli, somigliava ad un ragno grasso e peloso, costretto suo malgrado, in un tight anacronistico che ne celava gli aspetti più bestiali.
    I suo occhi non erano che minuscole fessure sepolte tra le sopracciglia, le quali formavano un singolare monoblocco peloso, che si ergeva fin sotto all’attaccatura dei capelli.
    Il naso dalle enormi narici pareva dilatarsi a ritmo regolare, per inalare il fumo che fuoriusciva sistematicamente dal sigaro cubano, custodito come un gioiello dalle labbra sporgenti e umide, labbra spesse e nodose come una fune.
    Il cilindro nero di una lucentezza artificiale, si innalzava statico e inerme, completamente impermeabile alla corrente d’aria che attraversava il bar e l’uomo lo indossava magistralmente, glorificando la sua presenza con l’atteggiamento fiero che esibiva il suo volto.
    Il suo collo, largo e grasso come quello di un cinghiale, era incorniciato da un colletto inamidato e ritto come un muro di plastica bianca, e strozzato a mezz’altezza da una cravatta scura, fermata da una spilla d’oro a forma di testa di leone.

    Il panciotto in raso e la giacca, impavidi, lo stringevano sui fianchi, palesando tutta la sua ostentata pinguedine e le sue mani tozze e pelose, stringevano il capo di un bastone da passeggio, consumato alla base ma lucente.
    Quando l’uomo si avvicinò alla donna, rapì la sedia libera che le era accanto e parcheggiò la sua mole immensa su quel minuscolo piano di legno indifeso, le cui gambe iniziarono a scricchiolare, inarrestabili.
    Con inaspettata scioltezza, l’uomo piegò la sua gamba destra forzata dal pantalone lievemente gessato, e la pose perpendicolarmente sul ginocchio sinistro, mostrando così i suoi bizzarri calzini viola filo di scozia. Con disinvoltura poi, infilò le dita paffute sotto le bretelle di raso bianco, massaggiandosi il petto, e disse con la voce roca e impastata dal fumo:
    “Salve Teodoro”.
    “La pregherei di chiamarmi Vanda” rispose stizzita la donna.
    “Mi pare che le resti ancora qualcosa della sua vecchia vita, qualcosa che a me interessa parecchio”.
    La donna abbassò lo sguardo e osservò i decori delle sue unghie, riflettendo che, forse, sarebbe stato meglio apporvi delle decorazioni astratte piuttosto che delle margheritine.
    “Quanto sarebbe disposto a darmi?”
    “Quanto sarebbe disposta a chiedermi?”
    La donna ci pensò un istante e poi recitò quel copione che aveva imparato da tempo:

    “Voglio una villa in Sardegna con tre maggiordomi, una limousine bianca, lunghissima, tutta per me, e voglio un autista, naturalmente, poi voglio uno stipendio fisso al mese, diciamo, un seimila euro e poi voglio…”
    “Non le sembra abbastanza?”
    “Le ricordo, nel caso l’avesse dimenticato, che stiamo parlando del mio pene”.
    “Ma lei, da quanto ho capito, è felice di sbarazzarsene, no?”.
    La donna non rispose, continuando a fissarsi le unghie, poi domandò:
    “Come lo vuole?”
    “Voglio assistere all’operazione”, disse il ragno con aggressività.
    “Non se ne parla. Le consegnerò il pene in una congelatore portatile. Prendere o lasciare”.
    “E chi mi assicura la buona riuscita dell’operazione?”
    “Se lo vuole, è un rischio che deve avere il coraggio di correre”.
    “Non mi fido. Cico mi aveva assicurato che lei fosse d’accordo”.
    “Lo sono, ma voglio essere sola quando me ne sbarazzerò. È un fatto personale. A lei cosa cambia?”

    L’uomo iniziò a sudare, non si fidava. Cico gli aveva assicurato che il trans gender avrebbe acconsentito a ogni sua richiesta, e invece… Ma d’altronde cosa sapeva di Cico? Avevano avuto solo contatti telefonici, e poi l’aveva incontrato per caso in un blog, la prima volta, mentre cercava notizie sui trapianti di pene. Non poteva fidarsi di nessuno ma non aveva niente da perdere, se non del denaro, il che non costituiva un problema. Doveva stare al suo gioco. Trovare un donatore di pene si era rivelato più difficile del previsto e proprio non ne poteva più di ritrovarsi senza membro. Erano già passati due anni dall’incidente che gli costò l’amputazione. Pisciare e scopare erano fuori dalla sua portata da troppo tempo. Un uomo potente senza puttane a pagamento è come un cielo senza stelle. Già trovare un dottore disposto a trapiantargli un pene era stata un’impresa, certo ci aveva investito parecchio, ma la sua azienda di salumi fatturava milioni di euro al mese, e questo gli permetteva di rincorrere la sua meta senza troppe preoccupazioni economiche.

    “Va bene, mi verrà consegnato subito dopo l’operazione, in un congelatore portatile. Io aspetterò fuori dalla clinica dove avverrà l’intervento. Avrà quello che vuole a trapianto avvenuto”.
    “Cosa? Non se ne parla. Non appena Cico le consegnerà il congelatore, lei gli darà dieci milioni di euro e io sparirò. Del suo trapianto, francamente me ne infischio, non dipende da me la buona riuscita dell’operazione”.

    L’uomo ci pensò per qualche istante interminabile, mentre, guardando sotto il suo pancione, non poté scorgere altro che il vuoto, l’assenza dell’essere maschio.

    Così l’uomo senza membro accettò le condizioni dettate dalla donna col membro e se ne andò via da quel bar, lasciandola a contemplarsi le unghie con soddisfazione. Il patto era stato fatto e le modalità delle rispettive consegne furono meticolosamente fissate.

    Dopo due giorni gli fu consegnato il pene accuratamente posto in un congelatore portatile e lui partì per l’ America con il prezioso bagaglio.
    Il trapianto fu un successo, ma dopo due settimane l’uomo peloso dovette farsi asportare il pene a causa di un rigetto psicologico. L’uomo restò in America per il resto della sua vita.

    Quanto alla donna, fu vista uscire, quel pomeriggio di Aprile con un piccolo congelatore portatile, estratto da una borsa dorata, mentre, all’interno del bar esplodeva il caos. Il giorno dopo, comparve un bizzarro articolo sul giornale:

    “ Alle quattro e quattordici di ieri, giovedì 24 aprile, un barista è stato brutalmente evirato da una donna di cui si sta cercando di ricostruire il profilo”.

    Intanto, al Centre Hotel, a tremila km di distanza, un uomo che si fa chiamare Cico inizia a dipingersi le unghie. Si organizza per l’ennesimo appuntamento, stavolta ha scelto una parrucca rossa con la frangia. Ci metterà poco a prepararsi, è già sbarbato e depilato.

  5. manola says:

    CONTINUAZIONE

    …….Un vecchio esemplare di labrador avanzava ciondolante ma deciso puntando i suoi occhioni vispi su quelli della donna, quasi inespressivi. La lingua gli penzolava lunga e assetata e a tratti sembrava zoppicare, come se ricordasse con fatica il modo di arrivare alla sua meta. Lei era l’unica tra tutti a non avere quell’espressione stranita che si era dipinta in volto ai presenti, eppure anche davanti ai suoi occhi si stava presentando lo stesso straordinario spettacolo: il cane era completamente ricoperto di post it, quei foglietti gialli che smemorati e romantici attaccano dappertutto.
    L’animale sembrava evitasse accuratamente il contatto con sedie, tavoli e persone, come se conoscesse bene il valore del suo bizzarro carico. Arrivatole vicino poggiò delicatamente il muso sulla coscia dorata e attese. La donna sorrise appena e cominciò a staccare, uno dopo l’altro tutti i post it. Di nuovo pensò che se fosse stata una fumatrice avrebbe potuto, con un gesto plateale e drammatico, bruciare con la sigaretta uno ad uno quei messaggi venuti dal passato, quelle lacrime tinte di giallo, quei ricordi incastonati sul corpo di un cane. Ma si limitò a leggerli, piano, tutti, mentre, di tanto in tanto, con dolcezza, il labrador le leccava l’incavo del gomito, protagonista suo malgrado di quella pazzesca conversazione muta, di quel dialogo a distanza: da una parte parole scritte mai dette o ripetute all’infinito, dall’altra quel sorriso mesto incorniciato da un viso bellissimo e triste.
    Quando ebbe staccato e letto anche l’ultimo foglietto, la donna guardò la piccola pila che si era formata sul ripiano nero del tavolino tondo di quel bar di periferia, che, senza quell’invito inaspettato della sera prima, lei non avrebbe mai frequentato. Alzò gli occhi sentendosi osservata e se lo trovò seduto davanti, con quello sguardo scanzonato, i capelli brizzolati, la maglietta nera aderente con quella minuscola scritta sul fianco scelta da entrambi e fatta stampare apposta, dopo un meraviglioso viaggio in Irlanda. Conservava quella bellezza classica e distinta accentuata in maniera sorprendente da un’età che per qualsiasi altro uomo sarebbe stata quella dei rimpianti e del passato, mentre per lui era quella della conquista e del futuro.
    La sua voce al telefono l’aveva prima allarmata e poi stupita:”Ho bisogno di vederti…per favore….un’ultima volta…”
    Non gli aveva detto no, non aveva potuto.
    Ora lui la osservava da dietro le lenti sottili cerchiate da un sottilissimo filo d’argento e lei sapeva che cosa stesse pensando: troppi colori, troppi accostamenti di cattivo gusto, troppo trucco, troppi gioielli…troppo di tutto!
    “Sempre eccessivo, vero Roberto?”
    “Non mi chiamo più così da anni ormai…lo sai…sei l’unico che insiste….perché lo fai?”
    “Non mi piace il tuo nuovo nome.”
    “E’ solo una vocale….Roberta”- sussurrò con ironia-“ Ro-ber-ta.” Scandì muovendo lenta la bocca bistrata.
    Gli occhi di Mario s’incupirono e distolse lo sguardo mentre accarezzava il cane accucciato a stretto contatto con le gambe di entrambi. Forse solo per lui, per quell’essere a quattro zampe ignaro delle apparenze, solo un po’ confuso da nuovi odori e prospettive, forse solo per lui Roberto/a non era cambiato, non era diventata la persona che lo aveva lasciato, che se ne era andata per inseguire il suo sogno, per ritrovarsi, per ritrovare…ma ritrovare cosa perdio! Non avevano più di quanto avrebbero mai potuto desiderare insieme? Non si erano forse regalati momenti bellissimi? Non avevano imparato l’uno dall’altro arricchendosi giorno per giorno?
    “Basta, professore!”. Lo interruppe dolce ma ferma. “ Non sono più lo studente affascinato che sapevi rimbambire di chiacchiere.”
    Era vero. Non lo era più. Non era più il ragazzo scarmigliato che lo aveva aiutato a ritrovare il cane, in quel pomeriggio piovoso in mezzo al parco, non era più lo studente sfinito che alle due di notte si rifugiava fra le sue braccia, né il pagliaccio ubriaco che gli cantava canzoni d’amore dal finestrino della macchina. Non era più niente di tutto ciò, non era più niente per lui.
    “Sei felice?” Le chiese, incrociando le dita sotto il tavolo sperando che gli rispondesse di no. Roberto/a lo guardò come se lo vedesse per la prima volta:”E tu?”Domandò di rimando, sperando che gli rispondesse di si.
    “Ti ricordi…?”
    “Non ricominciare Mario. Ricordo tutto e non voglio dimenticare niente. Ma ho un’altra vita adesso e voglio viverla fino in fondo.”
    Dai presenti solo un chiacchiericcio indistinto e ancora sguardi curiosi.
    Forse vedevano in loro lo stereotipo dell’attempato benestante con la bellona in cerca di comodità, e non si rendevano conto di assistere al dipanarsi tragicomico e confuso di ben altro stereotipo: quello dell’innamorato ostinato, irragionevole e inconsolabile.
    Erano le cinque e quattordici di quel pomeriggio d’aprile quando lui si costrinse a lasciarla andare, quando si sfiorarono le mani davanti all’ingresso del bar per dirsi addio.
    Mario la guardò allontanarsi ancheggiando sui suoi tacchi assurdi.
    Quella donna patinata, quel sorriso di plastica, quel miraggio ben confezionato non poteva essere la stessa persona che lo aveva reso felice anni prima. Eppure non gli restava che confessarsi la verità. Mentre il labrador strattonava il guinzaglio con la foga di un cucciolo, alla stregua del suo fedele amico, anche lui riconosceva e amava Roberto/a, la sua essenza, la sua unicità. Si, l’amava e l’avrebbe amato/a per sempre.

    • Roberta says:

      Bello Manola, complimenti ;-D

      A quanto pare l’ipotesi del transessuale và per la maggiore ;-D

  6. manola says:

    Si, il trans l’ho scelto perchè va di moda..:))) Devo dire in mia difesa che l’ho spedito a Chiaretta all’altro indirizzo il 9/07/10 senza averne letto ancora nessun altro… Ma il tuo dov’è? Sbaglio o Mukhele l’ha già letto?

  7. Veipone says:

    (continuazione)
    Le sue spalle erano curve come se fosse caricato col peso delle sofferenze del mondo. I passi lenti e cadenzati come se muovesse al ritmo delle fanfare di paese che accompagnano i morti in processione. Lo sguardo cupo e disilluso, rivolto verso il basso, sembrava seguire un percorso tracciato secoli fa da un gatto zoppo, che lo guidava a schivare i tavolini e le sedie senza neppure sfiorarli. Mentre avanzava, lei lo fissava un po’ infastidita dal fatto che un uomo così avesse potuto distogliere l’attenzione da lei. Passarono, lenti, interi minuti, prima che l’uomo raggiungesse il posto immediatamente di fronte alla ragazza. Stando ancora in piedi, appoggiò le mani sul tavolino e tutto il suo peso sulle mani. I suoi occhi stanchi puntati verso quelli di lei.
    La sua faccia si deformò in una maschera triste come quella di una zucca di Halloween tagliata male, che poteva essere la più alta espressione di sorriso della quale lui fosse capace.
    Si sentiva nell’aria una tensione palpabile. Tutti i clienti del bar, in quel momento, erano rapiti da quello spettacolo, le orecchie tese ad ascoltare le prime parole che fossero state pronunciate. Alcuni uccellini, accovacciati al davanzale di una delle finestre del bar, che prima cinguettavano allegri in quel caldo pomeriggio primaverile, si tacitarono anche loro.
    D’un tratto, l’uomo iniziò, con sognante dolcezza:
    “Sei davvero molto bella. Il tuo volto candido non mostra nessuna imperfezione, come la tua pelle giovane e curata. I tuoi occhi sono magnetici, truccati perfettamente, tanto da riuscire quasi a distogliere l’attenzione dal tuo corpo sensuale e voluttuoso, scolpito forse da qualche artista di altri tempi. Anche il tuo ciuffo ribelle, unico segno di imperfezione, non lo è tanto da non sembrare fatto apposta per esaltare tutto il resto.”
    Lei rimase senza parole. Aveva assistito a tanti tentativi di abbordaggio da parte di uomini di qualunque tipo, ma non le era mai capitato di ascoltare complimenti così diretti da un uomo che mentre la fissava sembrava scrutare un orizzonte lontano e inafferrabile.
    La donna aprì e chiuse la bocca più volte, come per iniziare a parlare senza avere nessuna parola da dire.
    Inaspettatamente il volto di lui cambiò lentamente espressione. Le sopracciglia si inarcarono piangenti, gli angoli della bocca scivolarono verso il basso, lo sguardo fuggì dagli occhi di lei ed andò a poggiarsi sul posacenere al centro del tavolino. Sola, una lacrima rigò il suo volto. L’uomo continuò sussurrando: “Eppure, siano maledetti il cielo ed il creatore, anche tu tra pochi anni invecchierai. Le rughe inizieranno a solcare il tuo volto, i morbidi capelli a diradarsi, i tuoi seni ad appassire come fiori colti, la tua pelle a raggrinzire come plastica al fuoco. Invano inizierai a nascondere i segni dell’età: il tuo trucco perfetto diventerà esagerato o forse ti farai tirare la faccia sulle spalle fino a perdere ogni tipo di charme e magnetismo, riducendoti ad una finta maschera, parodia morta di un volto perennemente sorridente. E con quel ghigno mostruso ti ritroverai di colpo cenere, come quella di una sigaretta accesa ma non fumata da nessuno”.
    Il tavolino nero lucido iniziò a scricchiolare, sopportando a stento il peso di quell’uomo poggiato completamente su di esso.
    Alzò di poco il tono, rendendolo rabbioso o disperato, non si sarebbe potuto dire con certezza.
    “È TUTTO INUTILE! Affannarsi alla ricerca della perfezione e poi morire tristemente imperfetti. Correre verso un sogno ed esserne infine disillusi. Cercare di ottenere tutto e poi ritrovarsi di colpo con nulla. Nemmeno la morte può alleviare l’inutilità dell’esistenza, perché la vita eterna che ci attende è solo portatrice di nuove illusioni, nuove sofferenze e nuovi rimpianti”.
    La donna fu scossa da forti brividi. Il suo sguardo perfetto si corrugò per un istante, il suo cuore iniziò a battere più velocemente.
    Intorno a loro, qualche cliente si prodigò in gesti scaramantici, tanti altri furono visibilmente infastiditi da quello che avevano appena ascoltato. Gli uccellini volarono via, a cercare nei dintorni un luogo più allegro dove cinguettare. Qualcuno quel giorno vide uno stormo appollaiarsi sulla statua dedicata ai caduti della grande guerra, nel cimitero del paese.
    Viste le reazioni dei clienti il timido cameriere ebbe la prontezza di spirito di avvicinarsi all’uomo e di invitarlo ad andarsene.
    Con il volto tornato ordinariamente cupo, si allontanò lento, trascinandosi a ritroso per il percorso tracciato secoli fa da un gatto zoppo. Anche quella volta aveva proclamato la verità ed era stato scacciato, come tutti i profeti ed i saggi venuti prima di lui. La cosa non lo feriva, né gli importava minimamente: anche quelli erano uomini, dopotutto, e quindi erano ipocriti, ignoranti, stupidi, inconsapevoli. Lui sapeva che parlare era inutile e le sue azioni del tutto irrilevanti.
    La donna segui per un po’ l’uomo con gli occhi. Sembrava riflettere attentamente su qualcosa. Poi fece spallucce, riaccavallò voluttuosamente le gambe, rispolverò un sorriso ebete e finto, studiato apposta per evitare di sforzare la pelle e allontanare le rughe. Guardò l’orologio. Il suo ragazzo doveva aver finito di lavorare già da mezz’ora ed ancora non si era fatto vedere. Prese la decisione di mollarlo: non aveva mai sopportato i suoi ritardi.

    (Liberamente ispirato dal Marvin di Douglas Adams)

  8. di salvo angela says:

    Era un uomo piccolo e magro e camminava zoppicando appoggiandosi ad un bastone. Gli occhi neri di pece sembravano due fessure taglienti come una lama, le labbra sottili e imbronciate trasmettevano perfidia e disappunto.
    I lunghi capelli bianchi e spennacchiati incorniciavano un volto scarno e lineamenti spigolosi e avvizziti dal tempo e dai malanni, le sopracciglia folte e aggrottate non promettevano niente di buono.
    Anche l’abbigliamento, che avrebbe voluto essere sobrio ed elegante, metteva in mostra un vestito blu stropicciato più grande di almeno una taglia e quella cravatta gialla a righe, malamente annodata al collo, stonava come un pugno in un occhio.
    Trascinandosi la sua gamba e tossendo rumorosamente, puntò dritto verso di lei e senza un saluto le si sedette di fronte, guardandola in fondo agli occhi senza cambiare espressione. Poi, dopo qualche minuto di silenzio, calmata la sua tosse, riuscì finalmente a parlare.
    – E così sei venuta…mi avevi detto di avere un impegno. Grazie..
    – Di niente. Ma ho ancora il mio impegno… l’ho solamente spostato di un’ora.
    – Quindi abbiamo soltanto un ora…non so se basterà,Giorgia.
    – Io invece credo che sia anche troppo. Che cosa vuoi? E come hai fatto a rintracciarmi?
    – Non è stato difficile…..ci sono molte persone in città che hanno il tuo numero, anzi i tuoi numeri di cellulare. E io ho ancora molti amici, nonostante i miei guai.
    Quel tono calmo e deciso l’avevano indisposta parecchio ma continuò a rispondere pacatamente,senza scomporsi.
    – Senti, se mi hai cercata per raccontarmi i tuoi guai, ti comunico che non ne ho alcuna voglia.
    – Eppure forse dovresti averne. Non ci sentiamo da anni. .
    – Abbiamo vissuto escludendoci reciprocamente dalle nostre vite, senza sapere niente l’uno dell’altro. Che senso avrebbe adesso farci i rispettivi consuntivi?
    – Io invece della tua vita so tutto….anche il mestiere che fai. Puoi andarne fiera: una affascinante e ricercata escort….proprio una bella carriera. Non avresti potuto desiderare di meglio.-
    La palese ironia che trapelava dalle sue parole avevano irritato ancora di più la ragazza, ma non riusciva a reagire a dovere perché stranamente il tono della voce dell’uomo non trovava riscontro nella mimica del suo viso che rimaneva identica, come scolpita in una maschera di cera.
    Per questo Giorgia continuò la conversazione con apparente indifferenza, sperando di spicciarsi prima del tempo.
    – Svolgo un mestiere come un altro, accompagno uomini d’affari stranieri e politici a cene d’affari o a ricevimenti, e faccio anche da interprete,quando occorre……….non mi pare affatto di meritare il tuo sarcastico giudizio. E comunque sono fatti miei, se non ti dispiace.
    – Certo, sono fatti tuoi, hai ragione. Ma non dirmi stronzate perché sappiamo tutti e due quello che fai………perciò non assumere quell’aria da santarellina: sei ridicola.
    Stavolta Giorgia scatto in piedi alzando il tono della voce.
    – Non hai alcun diritto per parlarmi così! Quindi,se non devi dirmi altro, io me ne vado………
    – Siediti- disse perentoriamente l’uomo- Non ho finito.
    Giorgia tornò a sedersi accavallando di nuovo le lunghe e splendide gambe con spavalderia, imponendosi di non perdere più il controllo; aveva diversi appuntamenti nella giornata e non poteva andarci troppo stressata.
    – E allora concludi- disse osservando il suo raffinato orologio dorato- il tempo passa. E quando l’ora che ti ho concesso finirà, io mi alzerò e non riuscirai più a trattenermi.-
    – Davvero? Potevi non venire all’appuntamento, se non ti andava.-
    – Sono venuta semplicemente perché mi hai detto che dovevi comunicarmi una cosa di vitale importanza per me. E io, come sai, sono molto curiosa..
    Sorrise forzatamente,mostrando i suoi bianchissimi denti e un sorriso incantevole, ma dentro di sé si sentiva un po’ agitata senza una ragione.
    – E’ una cosa importante per il tuo futuro, è vero – confermò l’uomo – Ma non può esserci futuro se non si chiudono i conti con il passato.
    – Che significa?
    – Hai dimenticato il tuo passato, Giorgia? Hai dimenticato quanto hai patito per colpa di tuo marito e di quanta violenza hai dovuto subire?
    La giovane alzò le spalle continuando a sorridere, mentre frugava nella sua capiente borsa griffata cercando lo specchietto e il rossetto per ripassarlo sulle labbra. Ma in quella borsa troppo grande faticava spesso a trovare le cose, quindi ci rinunciò quasi subito.
    – Acqua passata. Io non sono più quella di una volta. Ero giovane e molto innamorata……
    – E non riuscivi a lasciarlo, nonostante lo ripetessi puntualmente quando ti picchiava e ti trattava come una schiava…
    Giorgia rimase assorta per qualche attimo e poi scoppiò in una risata nervosa.
    – La dipendenza della vittima dal suo carnefice!! Non lo sapevi?- disse appena riprese fiato- Me lo ha detto lo psicanalista dopo la mia lunga terapia…………ma alla fine ne sono uscita.
    – Tu ne sei uscita? Tu?- aggiunse l’uomo con tono duro- Allora ti sei scordata che sono stato io ad ammazzarlo il bastardo in quella fredda sera di inverno, appostato in quel vicolo, dopo che era uscito strafatto dal suo club pronto per ritornare a casa e scaricare su di te la sua ennesima furia…..
    Stavolta Giorgia non riuscì a mantenere la calma e lo interruppe rabbiosa ma con voce appena percettibile.
    – Stai zitto!! Ti sembra il caso di fare questo discorso qui, in un luogo pubblico dove anche i tavoli hanno orecchie? Sei diventato matto?-
    Lei si guardò attorno con circospezione ma nessuno sembrava guardare verso di loro; sospirò, però non si sentiva per niente rassicurata.
    L’uomo continuava a rievocare il passato e non la guardava nemmeno in faccia, tanto era preso dalla tragica visione che si era affacciata nella sua mente che sentiva da qualche tempo traballante.
    -Ma io l’ho colpito con quella spranga così tante volte che poi alla fine mi facevano male le braccia. Un colpo per tutte le volte che ti ha fatto piangere, e un colpo per tutte le volte che ha fatto piangere me…..-
    Bisbigliava piano adesso, ma non per paura che gli altri ascoltassero………solo perché la voce se n’era andata, soffocata da un odio implacabile, ancora più vivo di quanto fosse lui stesso.
    Rivedeva il suo corpo muscoloso e atletico buttato lì per terra come una marionetta in quella strada buia e deserta,era tutto ricoperto di sangue ma non gli faceva impressione, immaginava che fosse il colore caduto per terra di un bizzarro pittore che aveva scelto molto rosso per dare intensità al suo quadro , mentre dipingeva uno straordinario tramonto.
    E per quel delitto nessuno aveva pagato perché, dati i precedenti della vittima, era stato archiviato come un regolamento di conti della malavita, senza che si fosse mai trovato il responsabile.
    – Ho fatto in modo di fare quello che dovevo fare- riprese a parlare –approfittando del fatto che quella sera tu eri andata ad assistere tua madre in ospedale e avevi un alibi di ferro. Così nessuno avrebbe mai potuto rivolgere verso di te alcun sospetto.-
    Adesso che la sua rievocazione si era conclusa, aveva ripreso a tossire e si passava in faccia un sudicio fazzoletto di carta.
    La giovane lo aveva ascoltato senza trovare la forza di interromperlo e adesso che aveva finito, si sentiva sollevata e non vedeva l’ora di svettare sui suoi tacchi e andarsene via come se quella conversazione non fosse mai avvenuta.
    Ma ancora non riusciva a capire la ragione vera di quell’incontro ed era solo per questo che non se n’era ancora andata approfittando del fatto che l’uomo che le stava di fronte,preso dal suo racconto, non si accorgesse più della sua presenza.
    -Perché mi hai raccontato tutto questo dopo tanto tempo? Che senso ha?- chiese alla fine dopo che l’attacco di tosse del suo interlocutore si era smorzato.
    – Il mio è stato un gesto di amore per te- disse con dolcezza improvvisa e non si era accorto del cameriere che gli stava a fianco.
    – Desiderate ordinare qualcosa?
    – Sì, io un bicchiere di acqua tonica con ghiaccio- rispose Giorgia a cui era venuta una gran sete.
    – Io prendo un caffè- aggiunse l’uomo con tono sbrigativo- Ma per favore, faccia presto perché abbiamo fretta.
    – Bene- disse il cameriere mentre annotava le ordinazioni e intanto provava pena per quel poveraccio che, magari da innamorato senza speranza, faceva da mentecatto davanti a quella splendida donna inaccessibile di certo per un tipo come lui.
    – E’ stato un atto d’amore che non è servito a niente- riprese a fatica l’uomo- credevo che, dopo esserti liberata dal tuo incubo, avresti incominciato a vivere libera e serena. E invece sei entrata in quel giro di puttane di lusso e ti sei dimenticata di me.
    Si fermò come se gli mancasse il respiro, ma stavolta la tosse lo risparmiò.
    – Volevo salvarti e ti sei perduta lo stesso…e anche io ho perso te. Hai spento la tua anima e acceso il tuo corpo, hai curato la tua bellezza perché non avevi più niente da curare se non quello che ti era rimasto: un involucro esteticamente perfetto, tanto perfetto da sembrare finto.-
    – Ora basta!- ribattè seccamente la ragazza-Stai vaneggiando. Non devi rinfacciarmi niente, quello che hai fatto, ammesso che sia stato tu a farlo, non mi tocca, è stata una tua scelta. E non me ne importa niente. Io ho la mia vita, sono un’altra persona, devi rassegnarti e lasciarmi in pace.
    – No, adesso è venuto il momento di regolare i conti. Io sono malato e non penso di avere una vita lunga……….ma non voglio morire da solo come un cane. Perciò tu adesso lasci la tua bella vita, liquidi subito il tuo bel mestiere e vieni con me, fino alla fine dei miei giorni. Magari, chissà, questa esperienza ti farà tornare ad essere umana e non questa stupida bambola che sei diventata.
    _ Cosa? Cosa? – esclamò inebetita la ragazza senza credere a quello che stava ascoltando, all’assurdità allucinante di quelle parole che sembravano un ordine piuttosto che una pazzesca richiesta- Come puoi pensare che io possa lasciare la mia vita, che mi piace tanto, e seguire un vecchio pazzo e malato fino alla sua morte? Ma dico, sei ammattito? Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?
    – Certo- riprese l’uomo pacatamente- Me ne rendo conto, ma tu lo farai.
    Giorgia si abbandonò di nuovo alla sua nervosa risata, poi prese la sua borsa e decisamente si accinse ad alzarsi.
    _ Questo è troppo. Me ne vado, sono stata una stupida a venire.-
    – Fossi in te, non lo farei. Se lo fai, io vado a costituirmi subito. Dirò quello che ho fatto e andrò a marcire in prigione. Ma tirerò in ballo anche te rivelando che mi hai spinto all’omicidio, che mi hai condizionato ad un punto tale che non avrei potuto fare altro.-
    – E pensi che ti crederanno? Tu deliri,sei completamente fuori di testa.-
    – Ho conservato tutte le tue lettere, tutti i tuoi biglietti, tutte le email che mi hai mandato dove mi supplicavi di aiutarti a togliertelo di torno,mi chiedevi persino di ucciderlo per salvarti dalla tua disperata condizione. Avrai delle attenuanti, ma dovrai sopportare un processo, dovrai difenderti. Dovrai cercare un avvocato per tirarti fuori dai guai e sarai costretta comunque ad interrompere la tua fiorente attività. E non è escluso che anche tu possa farti qualche annetto di galera. Che ne dici?-
    L’uomo parlava seraficamente come se stesse prospettando chissà quale esperienza speciale ed allettante per lei e sembrava non accorgersi del suo sguardo stralunato e del terrore contenuto che aveva stampato sul suo volto.
    Giorgia lo ascoltava sbalordita esporre le sue ipotesi con tanta pacata dolcezza e non si curava nemmeno che il sudore le aveva fatto colare il suo fondotinta e che il rimmel, abbondantemente sparso sulle sue lunghe ciglia da donna fatale, fosse stato sbavato dalla sua mano che si fregava gli occhi come per svegliarsi da un brutto sogno.
    – Ma capisco che ti ho presa alla sprovvista. Tu mi hai concesso un’ora, io te ne concedo ben quarantotto per decidere. Questo è il mio indirizzo e il numero di telefono. Scaduto il tempo, se non ti fai viva, vado alla polizia– disse posando uno sgualcito bigliettino sul tavolo, mentre il cameriere era tornato con il suo vassoio.
    L’uomo tirò fuori dalla tasca degli spiccioli e li posò sul tavolo.
    – E’ troppo tardi, mi spiace, beva lei il mio caffè, offro io.-
    – Anche questo lo faccio per amore…..ma tu non sai più che cosa voglia dire amare- proferì le sue ultime parole con amarezza e poi uscì fuori dal bar zoppicando con il suo bastone seguito dallo sguardo compassionevole del cameriere. La giovane e splendida donna rimase ancora da sola seduta con le braccia appoggiate al tavolo per un tempo incommensurabile senza riuscire a muoversi né a bere la bibita per spegnere la sua terribile sete.
    Poi, scattando come una molla, si alzò urtando il tavolo nero e facendo cadere a terra il bicchiere che si infranse in mille pezzi, ma lei non se ne curò affatto e uscì fuori gridando:
    – Papà, aspetta……papà!!-
    Si mise a correre per cercare di raggiungerlo ma il tizio si era dileguato in fondo alla strada o, se era ancora nei paraggi, si era mescolato fra i passanti e Giorgia non era più in grado di distinguere la sua figura.
    Ma lei continuava a chiamarlo e a vagare fra la gente e non si curava dell’ammirazione che suscitava il suo corpo aggraziato persino nell’affanno della corsa, mentre il rumore del traffico inarrestabile copriva il suo richiamo ormai inutile.

  9. serena says:

    E’ un piccolo capolavoro. Non poteva venire meglio. Brave!!

  10. giorgio says:

    E’ davvero incredibile come in un semplice racconto possa trovarsi concentrata una storia di tale intensità ed attualità.
    Brava l’autrice che ha creato il personaggio e apprezzabile colei che ne ha creato un altro con tale incisività e formidabile tecnica narrativa priva di patetismo, sentimentalismo e luoghi comuni.
    Un lavoro molto encomiabile, vivissimi complimenti ad entrambe.(molto geniali).

  11. Grazie Giorgio! 🙂

  12. Davu says:

    Ogni passo dello sconosciuto era accompagnato da un tonfo sordo.

    L’uomo, alto e piazzato, aveva mossi capelli brizzolati che crescevano selvaggi sulla sua testa, il pizzetto dello stesso colore, la pelle bronzea, cotta dal sole, coperta in alcune zone da macchie tendenti al rosa. Indossava una lunga giacca blu con i bottoni dorati, che comunque non riusciva a nascondere il suo pancione prominente. Sul lato destro della bocca, una pipa pendeva senza emettere fumo. Ma, senz’ombra di dubbio, la cosa che aveva attirato l’attenzione dei presenti era l’assenza della gamba sinistra, o meglio la presenza del suo sostituto ligneo.

    Zoppicando, raggiunse il tavolino occupato dalla donna, nascosto agli occhi e alle orecchie altrui da un separé, e mimando un inchino disse con voce roca “Buon pomeriggio, Madame. Perdoni il ritardo”. La donna per un attimo lo fissò perplessa ma poi rispose “Si accomodi” indicandogli la sedia dall’altra parte del tavolino. Lui prese posto e poggiandosi sui gomiti si mise a fissarla.

    La donna percepì il peso di quei penetranti occhi verdi che la studiavano, come stessero passando al setaccio la sua anima. Decise quindi di fare una battuta per rompere il ghiaccio “Non mi aspettavo certo di avere a che fare con il capitano Achab… anche se il suo contatto mi aveva fatto una sua vaga descrizione”.

    Accennando un sorriso le rispose “Oh, questo è niente… mi diverto a travestirmi. Col mestiere che faccio, capisci bene che non posso mostrarmi in giro come se niente fosse. Ai clienti poi… ” quindi aggiunse “Ah, posso darti del tu, vero?”

    “Certo. Strano posto per un incontro del genere. Mi sarei aspettata piuttosto di incontrarti nella zona industriale”

    “Preferisco i luoghi affollati, non si sa mai… dunque miss… miss?”

    “ehm… diciamo Maria”

    “ok, miss diciamomaria… cosa vuole che faccia?”

    Maria raccolse l’enorme borsa dorata e ne estrasse una candida busta di carta. La aprì, scartabellò un momento, quindi porse all’uomo due fotografie. In una c’era raffigurata una bellissima ragazza sdraiata su una spiaggia. Aveva la pelle nera dall’abbronzatura, ricci capelli corvini e un corpo perfetto che il costume a due pezzi metteva in risalto. La seconda foto invece riportava un primo piano della stessa ragazza. Quest’ultima, senza neanche un filo di trucco, era di una bellezza da mozzare il fiato anche al più misogino degli uomini. Lui le osservò per qualche istante mentre con la bocca faceva roteare la pipa.

    Nel frattempo, si era avvicinato al tavolo il giovane cameriere. Attese di ricevere attenzione dalla strana coppia tamburellando nervosamente con le dita sul blocchetto per le ordinazioni. Quando finalmente ‘Achab’ staccò gli occhi dalle foto per posarle su di lui gli chiese “i signori desiderano ordinare?”. Maria ordinò un caffè veneziano mentre l’altro con voce roca disse “yo-ho-ho portami una bottiglia di rum”. Il ragazzo annotò tutto sul blocchetto e perplesso si allontanò da loro.

    ‘Achab’ riconsegnò le foto a Maria dicendo “davvero un gran pezzo di figliuola. Chi è?”

    “non t’importa” rispose lei in tono severo.

    “senti ‘cocca’, io sono un professionista rispettabile. Se vuoi un ladro di polli qualsiasi, vattelo a cercare al porto o nella zona industriale. ci salutiamo qui” e fece per alzarsi.

    “aspetta” lo fermò lei.

    L’uomo tornò a sedersi e riprese a fissarla con i suoi enigmatici occhi verdi. Maria restò in silenzio per qualche minuto ragionando con se stessa. Tornò il cameriere e consegnò quanto avevano ordinato. ‘Achab’ lo guardò e disse sorridendo “yo-ho-ho”. Quando se ne fu andato, Maria sbuffando prese a raccontare: “Qualche mese fa è venuta a mancare mia madre. Essendo figlia unica, immaginerai il mio sconcerto quando arrivata dal notaio per sbrigare le pratiche riguardanti l’eredità, ho scoperto di avere una sorellastra”.

    “quindi si tratta di soldi…” affermò l’uomo.

    “lasciami finire. La ragazza era stata data in affidamento a un orfanotrofio. Ho saputo dal notaio che mia madre negli ultimi mesi aveva fatto delle ricerche per ritrovare la figlia perduta… ed eccola lì. Mia madre le ha lasciato metà dell’eredità, casa compresa, e vi si è trasferita. Hai visto com’è? Ti pare possibile che la natura sia stata così buona con lei mentre io sono dovuta ricorrere più volte al chirurgo estetico? Che ogni volta che devo uscire da casa, sono costretta a perdere due ore della mia vita a rendermi presentabile mentre lei non ha alcun problema?”

    “mh mh” mugugnò lui assentendo col capo mormorando “invidia…”

    “non puoi capire la frustrazione” disse lei visibilmente irritata “ogni maledetta mattina io mi alzo e non riesco a guardarmi allo specchio mentre quella stronzetta è fresca come una rosa. È una tortura che dura da mesi ormai. Non ce la faccio più. Per questo ti ho contattato.”

    “vuoi che sembri un incidente?”

    Maria prese nuovamente la busta di carta e ne estrasse un foglio che piazzò al centro del tavolino.
    “questa è la piantina della casa. È in periferia quindi non ti dovrai preoccupare di gente in giro. La sera che concorderemo, anche oggi se sei disponibile, lascerò accostata questa finestra al pian terreno” e indicò un cerchio rosso sul foglio “dovrai salire questa scala ed entrare nella seconda porta a destra. Quella puttanella dorme qui” e indico una ‘x’ rossa. “il tutto deve passare per una rapina finita male. Il ladro entra dalla finestra dimenticata aperta, gira per casa e capita nella camera della ragazza. Questa si sveglia e fa per chiamare aiuto quindi il ladro la uccide e scappa. A questo punto entro in gioco io che svegliata dai rumori, trovo la mia povera sorellina morta e chiamo la polizia. Ovviamente ho già provveduto a far scomparire alcuni oggetti di valore di cui denuncerò la scomparsa.”

    “vedo che hai pensato a tutto, complimenti. Farò una cosa pulita”

    “deve sembrare una rapina… ma cerca di farla soffrire il più possibile” sibilò lei.

    Con la stessa naturalezza di uno che chiede un cappuccino al bar, lui disse “va benissimo” e stappando la bottiglia di rum si riempì il bicchiere. Poi aggiunse “resta solo di parlare del compenso”.

    Maria sorseggiando il caffè rispose “Ho già pronta la cifra pattuita col tuo contatto. Né avrai metà ora e metà a lavoro finito” quindi estrasse dalla borsa un beauty case rigonfio e glielo passò da sotto il tavolo. L’uomo lo prese e aprì la cerniera quanto basta per sbirciarne il contenuto. Quindi lo richiuse e disse “sono certo che sono giusti. Non tenteresti scherzetti suicidi… beh, direi che è sufficiente…” poi alzandosi aggiunse “vado un attimo al bagno”.

    L’uomo, zoppicando verso la toilette, passò accanto al giovane cameriere che stava lì in attesa da quando quella bizzarra conversazione era iniziata. Con un ampio sorriso disse “yo-ho-ho” e poi aggiunse a voce più bassa “è ora che la signora paghi il conto” quindi continuò zoppicando verso la sua destinazione.

    Ricevuto il segnale che attendeva, il cameriere si avvicinò al tavolino della signora portando un vassoio e iniziò a sparecchiare. Una volta alle sue spalle, brandendo il coltellaccio che aveva nascosto sotto il grembiule, le tappò la bocca con la mano libera e la sgozzò. Con un sommesso gorgoglio, la donna cadde riversa sul nero tavolino che adesso andava ricoprendosi di sangue. Riposto il coltello sotto il grembiule, anche il cameriere si avviò verso il bagno.

    Quando un cliente, appena entrato nel bar, scivolò sulla rossa sostanza mentre si avviava al bancone, si accorse dello stato in cui si trovava la donna e nel locale scoppiò il caos. L’uomo quindi andò in bagno per pulirsi e qui incrociò solo un curioso ometto dalla pelle quasi albina, senza capelli né barba, vestito in maniera elegante, che vedendolo lordo di sangue non si scompose e lo salutò con un cenno del capo.

    Il cliente ricambiò distrattamente il saluto, ancora shockato per quello che era successo nel bar, e quando in seguito la polizia lo avrebbe interrogato, dell’uomo incontrato in bagno avrebbe ricordato soltanto gli scintillanti occhi verdi.

    L’ometto attraversò il bar in cui regnava la confusione più assoluta e varcò la soglia mentre l’ambulanza parcheggiava lì davanti sgommando.

    Quella sera, chiunque fosse passato sul lungomare avrebbe visto passeggiare chiacchierando una stupenda ragazza mora e abbronzata accompagnata da un insignificante ometto albino e glabro.

  13. giorgio says:

    Certo che la fantasia non manca qui,eh?

  14. Sembra proprio di sì! E tu non partecipi? 🙂

  15. giorgio says:

    Non partecipo perchè sono soltanto un buon lettore (purtroppo solo d’estate perchè ho più tempo libero). Se tutti quelli che leggono scrivessero, che gusto ci sarebbe? Ma mi fa piacere che c’è diversa gente che concorre in modo originale e creativo. Però,io ho già scelto il proseguio più originale (e più verosimile). Staremo a vedere.

  16. Ti capisco e il ragionamento ha senso. Spero ripasserai a fine concorso per scoprire chi ha vinto! 🙂 E magari per dirmi se la continuazione scelta è la stessa che preferisci tu.

  17. Tano says:

    Beh che dire…complimenti alla fantasia degli autori!!! Chiara buona fortuna nello scegliere i vicitori…eheheheh

  18. Kyo says:

    Ecco la mia versione…comunque complimenti per l’idea è una cosa carina 🙂

    Un uomo alto, ben vestito, con un elegante completo grigio e morbide scarpe in pelle nera; sulla testa un cappello scuro, perfettamente in sintonia col resto dell’abbigliamento, copriva parte del viso.
    Portava una semplice cravatta, anch’essa scura, e un camicia perfettamente, estremamente, quasi eccessivamente bianca.
    Nel complesso, ognuno avrebbe potuto dire che era un individuo di classe, fine, con un certo portamento; ma non bastava. Qualcos’altro, un che di sottile, indefinito, una sensazione che sembrava permeare quell’uomo e da egli stesso si trasmetteva a tutti i presenti, riuscì a gelare e forse far rabbrividire gli astanti.
    Perché davvero qualcosa non andava, in quel tizio. L’incedere, i modi, la sua maniera così perfetta di salutare con un cenno del capo la bella donna, di spostare la sedia e di accomodarsi; la sua voce profonda, forte, avvolgente; i suoi occhi incredibilmente grigi. Cos’era? Perché la sua presenza, il suo stesso essere comunicava altro? Perché non era semplicemente un uomo elegante?
    Il cameriere sobbalzò quando si accorse che lo stavano chiamando; corse in fretta al tavolo, nervoso, e chiese con voce tremante: “Si, signori? Cosa desiderate?
    “Per me un caffè, grazie” fece la donna. Da quando il tizio era entrato nel bar, non gli aveva levato per un attimo gli occhi di dosso. E anche ora, mentre rispondeva al sudaticcio cameriere, non smetteva di fissare l’uomo grigio. Intensamente. Accanitamente. Con sguardo non colpito, né affascinato…ma odioso.
    “Anche per me un caffè” disse l’altro, con quella sua voce potente, vibrante.
    Il ragazzo prese velocemente le ordinazioni, scrivendo con mano tremante su un piccolo taccuino. Poi senza dire altro si affrettò verso il bancone, dove un turbato barista stava già avviando la macchina per l’espresso.
    I due seduti al bar si guardavano, ora. Lei con quell’espressione di intenso odio. Lui con quell’altra espressione senza espressione. Con quello sguardo che non comunicava assolutamente e incredibilmente nulla.
    “Credevo non saresti venuto.”, disse infine la donna.
    “Non manco mai agli appuntamenti, lo sai”, rispose l’altro, “semplicemente mi concedo qualche ritardo.”
    “Avrei tanto voluto che non venissi.”
    “E invece sono qui, per te. Solo per te.”
    Il cameriere tornò, portando i due caffè su un vassoio lucido e ben pulito. “Ecco, signori” disse timidamente mentre posizionava le tazzine davanti agli avventori, “sono due…”
    “Il signor barista,” lo interruppe l’uomo grigio, “è un mio vecchio amico. Sarà felice di offrirci lui le consumazioni.”
    Poi guardò il signore dietro il bancone; e a quello sguardo il barista sembrò sprofondare in un assoluto disagio, in un incontenibile senso di smarrimento; tremò; e alla esitante domanda del cameriere rispose che si, i caffè erano offerti dalla casa.
    Il garzone si allontanò velocemente dal tavolo, portando via il vassoio e sudando; e nel locale tornò a regnare il silenzio, mentre tutti osservavano la strana coppia lì seduta, una donna attraente e bella e un uomo bello ma essenzialmente disarmante.
    I due sembrarono non farci caso; bevvero i caffè senza smettere di guardarsi; poi lui riprese a parlare.
    “La festa è domani, hai l’invito direttamente dal barone e dalla baronessa.”
    “Non voglio andarci.” ribatté lei.
    “Invece vuoi andarci. E vuoi anche che ci andiamo insieme.”
    “No.”
    “Oh, si invece,” fece allora lui con il solito tono avvolgente, incantevole, delizioso, “tu ci vuoi andare. E ci vuoi andare con me. E’ un modo per chiudere in bellezza, no?”
    La donna sembrava lanciargli fulmini con gli occhi. L’odio, la tensione potevano quasi sentirsi sfrigolare nell’aria.
    “Vorrei non averti mai incontrato.” gli disse con voce tremante.
    “Ma se mi hai cercato tu…su, datti un contegno. Non è il caso di innervosirsi proprio ora. Ormai quel che è fatto è fatto.”
    “Io non credevo che sarebbe stato così.”
    “Avresti potuto immaginarlo, però. Insomma, mi conosci, sai chi sono. Non ci vuole molta fantasia.”
    “Mi hai ingannato.” disse lei, e nei suoi occhi l’astio si mescolava a piccole lacrime.
    “No. Era tutto chiaro, sin dall’inizio. Ho spiegato tutto, certo, magari a modo mio, ma tutto. E tu hai accettato. Non c’è altro da dire. Ormai è andata così.”
    Il trucco della donna iniziò a sciogliersi in righe sottili, sotto le lacrime che ora le lambivano le guance. “Io non voglio. Non voglio finire in questo modo.” fece sospirando, singhiozzando piano.
    “Vuoi che ti dica che mi dispiace?” ribatté lui senza mutare espressione, senza mutare inespressività, “non posso dire una cosa del genere, lo sai. Però, pensa a quello che hai avuto, a quello che sei stata. Insomma, hai ottenuto quello che volevi, no? Sei una bella donna, ricca, partecipi ai migliori salotti, alle feste…senza di me, saresti ancora in strada.”
    Lei non rispose, abbassando lo sguardo e continuando a versare lacrime. Gli astanti del bar osservavano la scena intontiti; inorriditi, quasi; il cameriere fece per avvicinarsi al tavolo, ma il barista lo bloccò con un veloce movimento del braccio.
    “Mi hai chiesto aiuto, io ti ho aiutata,” proseguì il grigio con la voce mielosa, profumata, incensata, “tutto per un piccolo prezzo. Tu hai chiesto, io ho dato, io ho chiesto, tu hai dato. Fine. Equo, semplice. Nient’altro.”
    “Ti odio.” riuscì a balbettare lei.
    “Io no. Io ti amo. E amo tutte quelle come te.”
    La donna scoppiò allora in un pianto disperato, come se fino a quel momento avesse cercato di contenere i singhiozzi; si gettò sul tavolino, rovesciando la tazzina del caffè, che cadde e si ruppe in mille pezzi.
    Di nuovo il cameriere fece per avvicinarsi, di nuovo il barista lo fermò.
    Il signor grigio guardò prima la tazzina, poi di nuovo lei che si gemeva con la faccia nascosta tra le braccia, rannicchiata; non una sola ruga del suo volto si mosse, non un sopracciglio; né i suoi occhi tremarono.
    “Datti un contegno,” le ripeté di nuovo, “datti un contegno. Datti un contegno. Domani devi essere in forma. Domani è il gran finale.”
    Allora lei si alzò di scatto, quasi rovesciando il tavolo; e singhiozzando pazzamente si lanciò fuori dal bar, correndo. Pochi riuscirono a vedere il suo volto; ma quelli che ci riuscirono lessero l’orrore più assoluto.
    Nessuno disse nulla, nessuno osò tendere un muscolo o contrarre un tendine; tutti, ogni occhio fissava l’uomo grigio, come si fisserebbe qualcosa di incredibilmente alieno, o estraneo, che improvvisamente fosse precipitato nel luogo più abituale e comune del mondo.
    E il signore rimase qualche istante fermo; poi si alzò, si avviò con passo deciso verso la porta; e prima di uscire si voltò, passando i suoi grigi bulbi oculari su ogni presente.
    “La amo, sapete?” disse infine, “la amo e amo tutti voi. Tutti!”
    E rise. Voltandosi, uscendo, rise, rise in un modo, in una maniera che non può essere compresa, concepita, ma solo sentita e non capita; rise con quella voce che spezzò qualcosa nei cuori di tutti gli astanti.

    Il giorno dopo, la sera, una bellissima donna si presentò al gran ricevimento del barone, accompagnata da uno strano ma elegante signore.
    E, mentre ballava da sola, tra nobili coppie danzanti, estrasse una pistola da non si sa dove, e si tirò un colpo in testa.

  19. Grazie dei complimenti e di aver partecipato! 🙂

  20. Pingback: Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 2° edizione « Chiara Vitetta

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