Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 2° edizione

winnerPartecipare ad un concorso come “Scrivi e vinci” può presentare delle difficoltà, me ne rendo conto. Sta sperimentando, imparo insieme a voi, e sono in attesa dei vostri consigli per migliorare questo concorso, che tornerà a settembre. In questa edizione mi sono trovata un po’ in difficoltà quando è stato il momento di scegliere 1°, 2° e 3° classificato. Dopo l’incipit, ho specificato le mie richieste:

1. Nelle prime righe si parla di una conversazione pazzesca avvenuta tra i due: nella continuazione ci si deve in qualche modo collegare a quello.

2. Serve una descrizione della persona con cui la donna misteriosa ha l’appuntamento.

Apparentemente nelle vostre continuazioni c’era la descrizione e anche la conversazione, ma la coerenza rispetto all’incipit è mancata quasi i in tutte. Quando si scrive un racconto la coerenza è importantissima, non ci si deve contraddire né si può lasciare da parte qualcosa di evidenziato in una parte tralasciandone la spiegazione in quella successiva. La conversazione avrebbe dovuto essere insolita, e in molte continuazioni non è stato così, ma soprattutto, la maggior parte delle vostre descrizioni del personaggio entrato nel bar dopo la donna non giustificava affatto occhi spalancati e silenzio generale da parte del barista e dei camerieri.
Per queste ragioni, il vincitore è Davu, colui che ha rispettato le regole inventando e descrivendo un personaggio insolito e una conversazione fuori dal comune. L’idea è buona, la coerenza c’è, la scrittura è piacevole e scorrevole. Complimenti a Davu, 1° classificato.

Seppure il vecchietto descritto da Angela di Salvo non sia una figura tale da far spalancare gli occhi, ma magari da far alzare un sopracciglio, ho apprezzato molto la sua continuazione. Bella l’idea, bella la scrittura. Angela è il 2° classificato.

Nella continuazione di Veipone, la descrizione del personaggio non giustifica la reazione dei presenti (che presumibilmente avrebbero dovuto intristirsi, non rimanere sbalorditi), ma è decisamente una continuazione buona. Molto divertente e ben descritto questo triste personaggio, notevoli i dettagli di contorno, come gli uccellini che smettono di cantare e successivamente volano verso mete più allegre, come il monumento ai caduti… Veipone è il 3° classificato. Il Marvin di Douglas Adams direbbe: “Tanto non serve a niente…” 😉
Avevo stabilito di pubblicare in questo post il mio incipit e la continuazione migliore, ma mi rendo conto che chi volesse leggere quella del secondo e del terzo classificato ci arriverebbe con una certa scomodità, così cambierò in corsa e pubblicherò di seguito, dopo l’incipit, tutte e tre le continuazioni. Mi perdonerete, spero. 🙂 In compenso, quando a settembre creerò una sezione in questo sito in cui inserire i racconti venuti fuori da i vari “Scrivi e vinci”, sarà solo la continuazione del primo classificato quella che verrà pubblicata.

Grazie a tutti i partecipanti per aver investito le proprie energie e il proprio tempo in questo gioco. Invito tutti a partecipare anche alle prossime edizioni, perché oltre ai premi, c’è comunque il piacere di confrontarsi, l’esercizio di scrivere con linee guida altrui, lo sviluppo della fantasia.

Adesso godetevi il racconto completo. Buona lettura!

I tavolini dei bar sono spesso depositari di segreti e intrighi, curiose conversazioni e strani litigi. Agli esseri umani piace sfogarsi davanti ad un caffè o un cappuccino, un liquore o un drink qualsiasi, forse per addolcire la bocca, resa amara dalle parole rimaste chiuse troppo tempo nella soffitta buia del cervello. Certi bar, poi, sono particolarmente invitanti, così i tavoli al loro interno sono colmi di residui di parole e del ricordo del tocco delle mani che si sono posate sulla loro superficie. Ah, se quei tavoli potessero parlare, chissà quante storie potrebbero raccontarci! C’è un tavolo in particolare, in un bar delle periferia della città, che un giorno ebbe modo di sentire la conversazione più pazzesca di tutte, e per di più tra due persone che rappresentavano la coppia peggio assortita che si fosse mai vista. Quell’elegante tavolino tondo, di legno verniciato di nero, ebbe modo di vedere da lontano la persona che si sarebbe accostata con una sedia al suo levigato piano. Alle tre e quattordici di un pomeriggio di aprile, una donna sui trent’anni fece il suo ingresso nel bar, arrampicata ad arte su tacchi di dodici centimetri, sottili come il corpo di una penna bic. Ancheggiando e spingendo un ciuffo ribelle di capelli all’indietro, con pochi passi raggiunse il tavolino scelto, troppo presa dai suoi pensieri per accorgersi dell’abnorme quantità di occhi rimasti attaccati ad ogni curva del suo corpo. Mentre il barista si riprendeva a fatica e le cameriere sorridevano e scuotevano la testa per il triste spettacolo che gli uomini avevano offerto, la donna misteriosa, che metteva piede in quel bar per la prima volta nella sua vita, si sedette, accavallò con noncuranza le lunghe gambe avvolte in fuseaux dorati e poggiò con cura la grande borsa dello stesso colore sul tavolino, occupandone metà della superficie. I capelli di un bel castano ramato, di lunghezza media, le ricadevano sulle spalle in morbide onde. Gli occhi castani, pesantemente truccati e davvero poco espressivi, e la bocca dalle pose da diva non la facevano di certo sembrare una persona dalla spiccata intelligenza. Si muoveva con una delicatezza studiata e osservava il mondo senza alcuna curiosità. Quell’aspetto curato fino all’eccesso, era il risultato di una vita trascorsa ad inseguire la bellezza per non si sa quale scopo. Le sopracciglia seguivano una linea perfetta, le labbra, ridisegnate dalle linee marcate di una matita color mattone, erano colorate da un rossetto dello stesso colore; il viso, il cui colorito veniva reso uniforme da un generoso strato di fondotinta e cipria, non presentava alcuna imperfezione, le ciglia allungate ed evidenziate dal mascara cercavano di dare allo sguardo più profondità. Le mani, le cui dita affusolate erano cinte da raffinati e preziosi anelli d’oro, parlavano di ore di manicure e molto denaro speso. Sulla superficie delle unghie finte, laccate di un delicato rosa perlato, piccole margherite bianche erano state applicate da un’estetista precisa fino alla paranoia. L’abbigliamento metteva in risalto ogni grazia: i fuseaux e la gonna di jeans per le gambe lunghe e magre, i tacchi per l’altezza, il reggiseno imbottito e push-up per il seno e per la stessa ragione la scollatura, la maglietta aderente per la vita sottile e la gonna stretta per i fianchi; infine una giacca corta e stretta in vita, lasciata chiusa solo fin sotto il seno per non coprire nulla. Muoveva nervosamente un piede e guardava in continuazione l’orologio dorato che le adornava il polso. Se fosse stata una fumatrice, di certo sarebbe uscita dal bar per una sigaretta, ma mai avrebbe preso in considerazione una simile possibilità: il tabacco le avrebbe ingiallito denti e dita, il che non era ammissibile.
Quando un giovane e timido cameriere le si accostò per chiederle cosa desiderasse, la donna accennò un sorriso di plastica e disse: “Aspetto una persona”. Il ragazzo fece cenno di sì e si allontanò. Non aveva mai visto dal vivo una donna così bella, gli ricordava la modella il cui corpo faceva mostra di sé sulle pagine patinate del calendario che aveva in camera da letto.
Mentre il ragazzo tornava dietro il bancone, uno strano silenzio cadde sul bar. Con gli occhi sgranati e le bocche spalancate dallo stupore, tutti rimasero congelati nel mezzo di quello che stavano facendo e seguirono con lo sguardo, quasi senza respirare, la figura che si dirigeva lenta verso la meravigliosa donna seduta sola al tavolino…

1°classificato:

Ogni passo dello sconosciuto era accompagnato da un tonfo sordo.
L’uomo, alto e piazzato, aveva mossi capelli brizzolati che crescevano selvaggi sulla sua testa, il pizzetto dello stesso colore, la pelle bronzea, cotta dal sole, coperta in alcune zone da macchie tendenti al rosa. Indossava una lunga giacca blu con i bottoni dorati, che comunque non riusciva a nascondere il suo pancione prominente. Sul lato destro della bocca, una pipa pendeva senza emettere fumo. Ma, senz’ombra di dubbio, la cosa che aveva attirato l’attenzione dei presenti era l’assenza della gamba sinistra, o meglio la presenza del suo sostituto ligneo.
Zoppicando, raggiunse il tavolino occupato dalla donna, nascosto agli occhi e alle orecchie altrui da un separé, e mimando un inchino disse con voce roca: “Buon pomeriggio, Madame. Perdoni il ritardo”. La donna per un attimo lo fissò perplessa ma poi rispose “Si accomodi” indicandogli la sedia dall’altra parte del tavolino. Lui prese posto e poggiandosi sui gomiti si mise a fissarla.
La donna percepì il peso di quei penetranti occhi verdi che la studiavano come stessero passando al setaccio la sua anima. Decise quindi di fare una battuta per rompere il ghiaccio: “Non mi aspettavo certo di avere a che fare con il capitano Achab… anche se il suo contatto mi aveva fatto una sua vaga descrizione”.
Accennando un sorriso le rispose: “Oh, questo è niente… mi diverto a travestirmi. Col mestiere che faccio, capisci bene che non posso mostrarmi in giro come se niente fosse. Ai clienti poi… ” quindi aggiunse: “Ah, posso darti del tu, vero?”
“Certo. Strano posto per un incontro del genere. Mi sarei aspettata piuttosto di incontrarti nella zona industriale.”
“Preferisco i luoghi affollati, non si sa mai… Dunque, miss… miss?”
“Ehm… diciamo Maria”
“Ok, miss Diciamomaria… cosa vuole che faccia?”
Maria raccolse l’enorme borsa dorata e ne estrasse una candida busta di carta. La aprì, scartabellò un momento, quindi porse all’uomo due fotografie. In una c’era raffigurata una bellissima ragazza sdraiata su una spiaggia. Aveva la pelle nera dall’abbronzatura, ricci capelli corvini e un corpo perfetto che il costume a due pezzi metteva in risalto. La seconda foto invece riportava un primo piano della stessa ragazza. Quest’ultima, senza neanche un filo di trucco, era di una bellezza da mozzare il fiato anche al più misogino degli uomini. Lui le osservò per qualche istante mentre con la bocca faceva roteare la pipa.
Nel frattempo, si era avvicinato al tavolo il giovane cameriere. Attese di ricevere attenzione dalla strana coppia tamburellando nervosamente con le dita sul blocchetto per le ordinazioni. Quando finalmente ‘Achab’ staccò gli occhi dalle foto per posarle su di lui gli chiese: “I signori desiderano ordinare?” Maria ordinò un caffè veneziano mentre l’altro con voce roca disse “Yo-oh-oh, portami una bottiglia di rum”. Il ragazzo annotò tutto sul blocchetto e perplesso si allontanò da loro.
‘Achab’ riconsegnò le foto a Maria dicendo: “Davvero un gran pezzo di figliuola. Chi è?”
“Non t’importa” rispose lei in tono severo.
“Senti cocca, io sono un professionista rispettabile. Se vuoi un ladro di polli qualsiasi, vattelo a cercare al porto o nella zona industriale. Ci salutiamo qui.” E fece per alzarsi.
“Aspetta” lo fermò lei.
L’uomo tornò a sedersi e riprese a fissarla con i suoi enigmatici occhi verdi. Maria restò in silenzio per qualche minuto ragionando con se stessa. Tornò il cameriere e consegnò quanto avevano ordinato. ‘Achab’ lo guardò e disse sorridendo “Yo-oh-oh”. Quando se ne fu andato, Maria sbuffando prese a raccontare: “Qualche mese fa è venuta a mancare mia madre. Essendo figlia unica, immaginerai il mio sconcerto quando arrivata dal notaio per sbrigare le pratiche riguardanti l’eredità, ho scoperto di avere una sorellastra.”
“Quindi si tratta di soldi…” affermò l’uomo.
“Lasciami finire. La ragazza era stata data in affidamento a un orfanotrofio. Ho saputo dal notaio che mia madre negli ultimi mesi aveva fatto delle ricerche per ritrovare la figlia perduta… ed eccola lì. Mia madre le ha lasciato metà dell’eredità, casa compresa, e vi si è trasferita. Hai visto com’è? Ti pare possibile che la natura sia stata così buona con lei mentre io sono dovuta ricorrere più volte al chirurgo estetico? Che ogni volta che devo uscire da casa, sono costretta a perdere due ore della mia vita a rendermi presentabile mentre lei non ha alcun problema?”
“Mh mh” mugugnò lui assentendo col capo e mormorando: “Invidia…”
“Non puoi capire la frustrazione” disse lei visibilmente irritata. “Ogni maledetta mattina io mi alzo e non riesco a guardarmi allo specchio mentre quella stronzetta è fresca come una rosa. È una tortura che dura da mesi ormai. Non ce la faccio più. Per questo ti ho contattato.”
“Vuoi che sembri un incidente?”
Maria prese nuovamente la busta di carta e ne estrasse un foglio che piazzò al centro del tavolino.
“Questa è la piantina della casa. È in periferia, quindi non ti dovrai preoccupare di gente in giro. La sera che concorderemo, anche oggi se sei disponibile, lascerò accostata questa finestra al pianterreno” e indicò un cerchio rosso sul foglio. “Dovrai salire questa scala ed entrare nella seconda porta a destra. Quella puttanella dorme qui” e indico una ‘x’ rossa. “Il tutto deve passare per una rapina finita male. Il ladro entra dalla finestra dimenticata aperta, gira per casa e capita nella camera della ragazza. Questa si sveglia e fa per chiamare aiuto, il ladro la uccide e scappa. A questo punto entro in gioco io che svegliata dai rumori, trovo la mia povera sorellina morta e chiamo la polizia. Ovviamente ho già provveduto a far scomparire alcuni oggetti di valore di cui denuncerò la scomparsa.”
“Vedo che hai pensato a tutto, complimenti. Farò una cosa pulita.”
“Deve sembrare una rapina… ma cerca di farla soffrire il più possibile” sibilò lei.
Con la stessa naturalezza di uno che chiede un cappuccino al bar, lui disse: “Va benissimo” e stappando la bottiglia di rum si riempì il bicchiere. Poi aggiunse: “Resta solo di parlare del compenso”.
Maria sorseggiando il caffè rispose: “Ho già pronta la cifra pattuita col tuo contatto. Né avrai metà ora e metà a lavoro finito” quindi estrasse dalla borsa un beauty case rigonfio e glielo passò da sotto il tavolo. L’uomo lo prese e aprì la cerniera quanto bastava per sbirciarne il contenuto. Quindi lo richiuse e disse: “Sono certo che sono giusti. Non tenteresti scherzetti suicidi… beh, direi che è sufficiente…” poi alzandosi aggiunse: “Vado un attimo al bagno”.
L’uomo, zoppicando verso la toilette, passò accanto al giovane cameriere che stava lì in attesa da quando quella bizzarra conversazione era iniziata. Con un ampio sorriso disse “Yo-oh-oh” e poi aggiunse a voce più bassa: “È ora che la signora paghi il conto” quindi continuò zoppicando verso la sua destinazione.
Ricevuto il segnale che attendeva, il cameriere si avvicinò al tavolino della signora portando un vassoio e iniziò a sparecchiare. Una volta alle sue spalle, brandendo il coltellaccio che aveva nascosto sotto il grembiule, le tappò la bocca con la mano libera e la sgozzò. Con un sommesso gorgoglio, la donna cadde riversa sul nero tavolino che adesso andava ricoprendosi di sangue. Riposto il coltello sotto il grembiule, anche il cameriere si avviò verso il bagno.

Quando un cliente, appena entrato, dirigendosi verso i tavoli scivolò sulla rossa sostanza mentre si avviava al bancone, si accorse dello stato in cui si trovava la donna e nel locale scoppiò il caos. L’uomo quindi andò in bagno per pulirsi e qui incrociò solo un curioso ometto dalla pelle quasi albina, senza capelli né barba, vestito in maniera elegante, che vedendolo lordo di sangue non si scompose e lo salutò con un cenno del capo.
Il cliente ricambiò distrattamente il saluto, ancora shockato per quello che era successo nel bar, e quando in seguito la polizia lo avrebbe interrogato, dell’uomo incontrato in bagno avrebbe ricordato soltanto gli scintillanti occhi verdi.
L’ometto attraversò il bar in cui regnava la confusione più assoluta e varcò la soglia mentre l’ambulanza parcheggiava lì davanti sgommando.

Quella sera, chiunque fosse passato sul lungomare avrebbe visto passeggiare chiacchierando una stupenda ragazza mora e abbronzata accompagnata da un insignificante ometto albino e glabro.

(Chiara Vitetta e Davu)

2° classificato:

Era un uomo piccolo e magro e camminava zoppicando appoggiandosi ad un bastone. Gli occhi neri di pece sembravano due fessure taglienti come una lama, le labbra sottili e imbronciate trasmettevano perfidia e disappunto.
I lunghi capelli bianchi e spennacchiati incorniciavano un volto scarno e lineamenti spigolosi e avvizziti dal tempo e dai malanni, le sopracciglia folte e aggrottate non promettevano niente di buono.
Anche l’abbigliamento, che avrebbe voluto essere sobrio ed elegante, metteva in mostra un vestito blu stropicciato più grande di almeno una taglia e quella cravatta gialla a righe, malamente annodata al collo, stonava come un pugno in un occhio.
Trascinandosi la sua gamba e tossendo rumorosamente, puntò dritto verso di lei e senza un saluto le si sedette di fronte, guardandola in fondo agli occhi senza cambiare espressione. Poi, dopo qualche minuto di silenzio, calmata la sua tosse, riuscì finalmente a parlare.
– E così sei venuta… mi avevi detto di avere un impegno. Grazie…
– Di niente. Ma ho ancora il mio impegno… l’ho solamente spostato di un’ora.
– Quindi abbiamo soltanto un ora… non so se basterà, Giorgia.
– Io invece credo che sia anche troppo. Che cosa vuoi? E come hai fatto a rintracciarmi?
– Non è stato difficile… ci sono molte persone in città che hanno il tuo numero, anzi i tuoi numeri di cellulare. E io ho ancora molti amici, nonostante i miei guai.
Quel tono calmo e deciso l’avevano indisposta parecchio ma continuò a rispondere pacatamente, senza scomporsi.
– Senti, se mi hai cercata per raccontarmi i tuoi guai, ti comunico che non ne ho alcuna voglia.
– Eppure forse dovresti averne. Non ci sentiamo da anni…
– Abbiamo vissuto escludendoci reciprocamente dalle nostre vite, senza sapere niente l’uno dell’altro. Che senso avrebbe adesso farci i rispettivi consuntivi?
– Io invece della tua vita so tutto… anche il mestiere che fai. Puoi andarne fiera: una affascinante e ricercata escort… proprio una bella carriera. Non avresti potuto desiderare di meglio. –
La palese ironia che trapelava dalle sue parole avevano irritato ancora di più la ragazza, ma non riusciva a reagire a dovere perché stranamente il tono della voce dell’uomo non trovava riscontro nella mimica del suo viso che rimaneva identica, come scolpita in una maschera di cera.
Per questo Giorgia continuò la conversazione con apparente indifferenza, sperando di spicciarsi prima del tempo.
– Svolgo un mestiere come un altro, accompagno uomini d’affari stranieri e politici a cene d’affari o a ricevimenti, e faccio anche da interprete,quando occorre… non mi pare affatto di meritare il tuo sarcastico giudizio. E comunque sono fatti miei, se non ti dispiace.
– Certo, sono fatti tuoi, hai ragione. Ma non dirmi stronzate perché sappiamo tutti e due quello che fai… perciò non assumere quell’aria da santarellina: sei ridicola.
Stavolta Giorgia scatto in piedi alzando il tono della voce.
– Non hai alcun diritto per parlarmi così! Quindi,se non devi dirmi altro, io me ne vado…
– Siediti – disse perentoriamente l’uomo – Non ho finito.
Giorgia tornò a sedersi accavallando di nuovo le lunghe e splendide gambe con spavalderia, imponendosi di non perdere più il controllo; aveva diversi appuntamenti nella giornata e non poteva andarci troppo stressata.
– E allora concludi – disse osservando il suo raffinato orologio dorato – il tempo passa. E quando l’ora che ti ho concesso finirà, io mi alzerò e non riuscirai più a trattenermi.
– Davvero? Potevi non venire all’appuntamento, se non ti andava.
– Sono venuta semplicemente perché mi hai detto che dovevi comunicarmi una cosa di vitale importanza per me. E io, come sai, sono molto curiosa… –
Sorrise forzatamente,mostrando i suoi bianchissimi denti e un sorriso incantevole, ma dentro di sé si sentiva un po’ agitata senza una ragione.
– E’ una cosa importante per il tuo futuro, è vero – confermò l’uomo – Ma non può esserci futuro se non si chiudono i conti con il passato.
– Che significa?
– Hai dimenticato il tuo passato, Giorgia? Hai dimenticato quanto hai patito per colpa di tuo marito e di quanta violenza hai dovuto subire?
La giovane alzò le spalle continuando a sorridere, mentre frugava nella sua capiente borsa griffata cercando lo specchietto e il rossetto per ripassarlo sulle labbra. Ma in quella borsa troppo grande faticava spesso a trovare le cose, quindi ci rinunciò quasi subito.
– Acqua passata. Io non sono più quella di una volta. Ero giovane e molto innamorata…
– E non riuscivi a lasciarlo, nonostante lo ripetessi puntualmente quando ti picchiava e ti trattava come una schiava…
Giorgia rimase assorta per qualche attimo e poi scoppiò in una risata nervosa.
– La dipendenza della vittima dal suo carnefice! Non lo sapevi? – disse appena riprese fiato – Me lo ha detto lo psicanalista dopo la mia lunga terapia… ma alla fine ne sono uscita.
– Tu ne sei uscita? Tu? – aggiunse l’uomo con tono duro – Allora ti sei scordata che sono stato io ad ammazzarlo il bastardo in quella fredda sera di inverno, appostato in quel vicolo, dopo che era uscito strafatto dal suo club pronto per ritornare a casa e scaricare su di te la sua ennesima furia…
Stavolta Giorgia non riuscì a mantenere la calma e lo interruppe rabbiosa ma con voce appena percettibile.
– Stai zitto! Ti sembra il caso di fare questo discorso qui, in un luogo pubblico dove anche i tavoli hanno orecchie? Sei diventato matto? –
Lei si guardò attorno con circospezione ma nessuno sembrava guardare verso di loro; sospirò, però non si sentiva per niente rassicurata.
L’uomo continuava a rievocare il passato e non la guardava nemmeno in faccia, tanto era preso dalla tragica visione che si era affacciata nella sua mente che sentiva da qualche tempo traballante.
-Ma io l’ho colpito con quella spranga così tante volte che poi alla fine mi facevano male le braccia. Un colpo per tutte le volte che ti ha fatto piangere, e un colpo per tutte le volte che ha fatto piangere me… –
Bisbigliava piano adesso, ma non per paura che gli altri ascoltassero… solo perché la voce se n’era andata, soffocata da un odio implacabile, ancora più vivo di quanto fosse lui stesso.
Rivedeva il suo corpo muscoloso e atletico buttato lì per terra come una marionetta in quella strada buia e deserta, era tutto ricoperto di sangue ma non gli faceva impressione, immaginava che fosse il colore caduto per terra di un bizzarro pittore che aveva scelto molto rosso per dare intensità al suo quadro, mentre dipingeva uno straordinario tramonto.
E per quel delitto nessuno aveva pagato perché, dati i precedenti della vittima, era stato archiviato come un regolamento di conti della malavita, senza che si fosse mai trovato il responsabile.
– Ho fatto in modo di fare quello che dovevo fare – riprese a parlare – approfittando del fatto che quella sera tu eri andata ad assistere tua madre in ospedale e avevi un alibi di ferro. Così nessuno avrebbe mai potuto rivolgere verso di te alcun sospetto. –
Adesso che la sua rievocazione si era conclusa, aveva ripreso a tossire e si passava in faccia un sudicio fazzoletto di carta.
La giovane lo aveva ascoltato senza trovare la forza di interromperlo e adesso che aveva finito, si sentiva sollevata e non vedeva l’ora di svettare sui suoi tacchi e andarsene via come se quella conversazione non fosse mai avvenuta.
Ma ancora non riusciva a capire la ragione vera di quell’incontro ed era solo per questo che non se n’era ancora andata approfittando del fatto che l’uomo che le stava di fronte, preso dal suo racconto, non si accorgesse più della sua presenza.
– Perché mi hai raccontato tutto questo dopo tanto tempo? Che senso ha? – chiese alla fine dopo che l’attacco di tosse del suo interlocutore si era smorzato.
– Il mio è stato un gesto di amore per te – disse con dolcezza improvvisa e non si era accorto del cameriere che gli stava a fianco.
– Desiderate ordinare qualcosa?
– Sì, io un bicchiere di acqua tonica con ghiaccio – rispose Giorgia a cui era venuta una gran sete.
– Io prendo un caffè – aggiunse l’uomo con tono sbrigativo – Ma per favore, faccia presto perché abbiamo fretta.
– Bene – disse il cameriere mentre annotava le ordinazioni e intanto provava pena per quel poveraccio che, magari da innamorato senza speranza, faceva da mentecatto davanti a quella splendida donna inaccessibile di certo per un tipo come lui.
– È stato un atto d’amore che non è servito a niente – riprese a fatica l’uomo – credevo che, dopo esserti liberata dal tuo incubo, avresti incominciato a vivere libera e serena. E invece sei entrata in quel giro di puttane di lusso e ti sei dimenticata di me. – Si fermò come se gli mancasse il respiro, ma stavolta la tosse lo risparmiò.
– Volevo salvarti e ti sei perduta lo stesso… e anche io ho perso te. Hai spento la tua anima e acceso il tuo corpo, hai curato la tua bellezza perché non avevi più niente da curare se non quello che ti era rimasto: un involucro esteticamente perfetto, tanto perfetto da sembrare finto. –
– Ora basta! – ribattè seccamente la ragazza – Stai vaneggiando. Non devi rinfacciarmi niente, quello che hai fatto, ammesso che sia stato tu a farlo, non mi tocca, è stata una tua scelta. E non me ne importa niente. Io ho la mia vita, sono un’altra persona, devi rassegnarti e lasciarmi in pace.
– No, adesso è venuto il momento di regolare i conti. Io sono malato e non penso di avere una vita lunga… ma non voglio morire da solo come un cane. Perciò tu adesso lasci la tua bella vita, liquidi subito il tuo bel mestiere e vieni con me, fino alla fine dei miei giorni. Magari, chissà, questa esperienza ti farà tornare ad essere umana e non questa stupida bambola che sei diventata.
_ Cosa? Cosa? – esclamò inebetita la ragazza senza credere a quello che stava ascoltando, all’assurdità allucinante di quelle parole che sembravano un ordine piuttosto che una pazzesca richiesta – Come puoi pensare che io possa lasciare la mia vita, che mi piace tanto, e seguire un vecchio pazzo e malato fino alla sua morte? Ma dico, sei ammattito? Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?
– Certo – riprese l’uomo pacatamente – Me ne rendo conto, ma tu lo farai. –
Giorgia si abbandonò di nuovo alla sua nervosa risata, poi prese la sua borsa e decisamente si accinse ad alzarsi.
– Questo è troppo. Me ne vado, sono stata una stupida a venire.
– Fossi in te, non lo farei. Se lo fai, io vado a costituirmi subito. Dirò quello che ho fatto e andrò a marcire in prigione. Ma tirerò in ballo anche te rivelando che mi hai spinto all’omicidio, che mi hai condizionato ad un punto tale che non avrei potuto fare altro. –
– E pensi che ti crederanno? Tu deliri, sei completamente fuori di testa.
– Ho conservato tutte le tue lettere, tutti i tuoi biglietti, tutte le email che mi hai mandato dove mi supplicavi di aiutarti a togliertelo di torno, mi chiedevi persino di ucciderlo per salvarti dalla tua disperata condizione. Avrai delle attenuanti, ma dovrai sopportare un processo, dovrai difenderti. Dovrai cercare un avvocato per tirarti fuori dai guai e sarai costretta comunque ad interrompere la tua fiorente attività. E non è escluso che anche tu possa farti qualche annetto di galera. Che ne dici? –
L’uomo parlava seraficamente come se stesse prospettando chissà quale esperienza speciale ed allettante per lei e sembrava non accorgersi del suo sguardo stralunato e del terrore contenuto che aveva stampato sul suo volto.
Giorgia lo ascoltava sbalordita esporre le sue ipotesi con tanta pacata dolcezza e non si curava nemmeno che il sudore le aveva fatto colare il suo fondotinta e che il rimmel, abbondantemente sparso sulle sue lunghe ciglia da donna fatale, fosse stato sbavato dalla sua mano che si fregava gli occhi come per svegliarsi da un brutto sogno.
– Ma capisco che ti ho presa alla sprovvista. Tu mi hai concesso un’ora, io te ne concedo ben quarantotto per decidere. Questo è il mio indirizzo e il numero di telefono. Scaduto il tempo, se non ti fai viva, vado alla polizia – disse posando uno sgualcito bigliettino sul tavolo, mentre il cameriere era tornato con il suo vassoio.
L’uomo tirò fuori dalla tasca degli spiccioli e li posò sul tavolo.
– È troppo tardi, mi spiace, beva lei il mio caffè, offro io. –
– Anche questo lo faccio per amore…..ma tu non sai più che cosa voglia dire amare – Proferì le sue ultime parole con amarezza e poi uscì fuori dal bar zoppicando con il suo bastone seguito dallo sguardo compassionevole del cameriere. La giovane e splendida donna rimase ancora da sola seduta con le braccia appoggiate al tavolo per un tempo incommensurabile senza riuscire a muoversi né a bere la bibita per spegnere la sua terribile sete.
Poi, scattando come una molla, si alzò urtando il tavolo nero e facendo cadere a terra il bicchiere che si infranse in mille pezzi, ma lei non se ne curò affatto e uscì fuori gridando:
– Papà, aspetta… papà!!! –
Si mise a correre per cercare di raggiungerlo ma il tizio si era dileguato in fondo alla strada o, se era ancora nei paraggi, si era mescolato fra i passanti e Giorgia non era più in grado di distinguere la sua figura.
Ma lei continuava a chiamarlo e a vagare fra la gente e non si curava dell’ammirazione che suscitava il suo corpo aggraziato persino nell’affanno della corsa, mentre il rumore del traffico inarrestabile copriva il suo richiamo ormai inutile.

(Angela di Salvo)

3° classificato:

Le sue spalle erano curve come se fosse caricato col peso delle sofferenze del mondo. I passi lenti e cadenzati come se muovesse al ritmo delle fanfare di paese che accompagnano i morti in processione. Lo sguardo cupo e disilluso, rivolto verso il basso, sembrava seguire un percorso tracciato secoli fa da un gatto zoppo, che lo guidava a schivare i tavolini e le sedie senza neppure sfiorarli. Mentre avanzava, lei lo fissava un po’ infastidita dal fatto che un uomo così avesse potuto distogliere l’attenzione da lei. Passarono, lenti, interi minuti, prima che l’uomo raggiungesse il posto immediatamente di fronte alla ragazza. Stando ancora in piedi, appoggiò le mani sul tavolino e tutto il suo peso sulle mani. I suoi occhi stanchi puntati verso quelli di lei.
La sua faccia si deformò in una maschera triste come quella di una zucca di Halloween tagliata male, che poteva essere la più alta espressione di sorriso della quale lui fosse capace.
Si sentiva nell’aria una tensione palpabile. Tutti i clienti del bar, in quel momento, erano rapiti da quello spettacolo, le orecchie tese ad ascoltare le prime parole che fossero state pronunciate. Alcuni uccellini, accovacciati al davanzale di una delle finestre del bar, che prima cinguettavano allegri in quel caldo pomeriggio primaverile, si tacitarono anche loro.
D’un tratto, l’uomo iniziò, con sognante dolcezza:
“Sei davvero molto bella. Il tuo volto candido non mostra nessuna imperfezione, come la tua pelle giovane e curata. I tuoi occhi sono magnetici, truccati perfettamente, tanto da riuscire quasi a distogliere l’attenzione dal tuo corpo sensuale e voluttuoso, scolpito forse da qualche artista di altri tempi. Anche il tuo ciuffo ribelle, unico segno di imperfezione, non lo è tanto da non sembrare fatto apposta per esaltare tutto il resto.”
Lei rimase senza parole. Aveva assistito a tanti tentativi di abbordaggio da parte di uomini di qualunque tipo, ma non le era mai capitato di ascoltare complimenti così diretti da un uomo che mentre la fissava sembrava scrutare un orizzonte lontano e inafferrabile.
La donna aprì e chiuse la bocca più volte, come per iniziare a parlare senza avere nessuna parola da dire.
Inaspettatamente il volto di lui cambiò lentamente espressione. Le sopracciglia si inarcarono piangenti, gli angoli della bocca scivolarono verso il basso, lo sguardo fuggì dagli occhi di lei ed andò a poggiarsi sul posacenere al centro del tavolino. Sola, una lacrima rigò il suo volto. L’uomo continuò sussurrando: “Eppure, siano maledetti il cielo ed il creatore, anche tu tra pochi anni invecchierai. Le rughe inizieranno a solcare il tuo volto, i morbidi capelli a diradarsi, i tuoi seni ad appassire come fiori colti, la tua pelle a raggrinzire come plastica al fuoco. Invano inizierai a nascondere i segni dell’età: il tuo trucco perfetto diventerà esagerato o forse ti farai tirare la faccia sulle spalle fino a perdere ogni tipo di charme e magnetismo, riducendoti ad una finta maschera, parodia morta di un volto perennemente sorridente. E con quel ghigno mostruso ti ritroverai di colpo cenere, come quella di una sigaretta accesa ma non fumata da nessuno”.
Il tavolino nero lucido iniziò a scricchiolare, sopportando a stento il peso di quell’uomo poggiato completamente su di esso.
Alzò di poco il tono, rendendolo rabbioso o disperato, non si sarebbe potuto dire con certezza.
“È TUTTO INUTILE! Affannarsi alla ricerca della perfezione e poi morire tristemente imperfetti. Correre verso un sogno ed esserne infine disillusi. Cercare di ottenere tutto e poi ritrovarsi di colpo con nulla. Nemmeno la morte può alleviare l’inutilità dell’esistenza, perché la vita eterna che ci attende è solo portatrice di nuove illusioni, nuove sofferenze e nuovi rimpianti”.
La donna fu scossa da forti brividi. Il suo sguardo perfetto si corrugò per un istante, il suo cuore iniziò a battere più velocemente.
Intorno a loro, qualche cliente si prodigò in gesti scaramantici, tanti altri furono visibilmente infastiditi da quello che avevano appena ascoltato. Gli uccellini volarono via, a cercare nei dintorni un luogo più allegro dove cinguettare. Qualcuno quel giorno vide uno stormo appollaiarsi sulla statua dedicata ai caduti della grande guerra, nel cimitero del paese.
Viste le reazioni dei clienti il timido cameriere ebbe la prontezza di spirito di avvicinarsi all’uomo e di invitarlo ad andarsene.
Con il volto tornato ordinariamente cupo, si allontanò lento, trascinandosi a ritroso per il percorso tracciato secoli fa da un gatto zoppo. Anche quella volta aveva proclamato la verità ed era stato scacciato, come tutti i profeti ed i saggi venuti prima di lui. La cosa non lo feriva, né gli importava minimamente: anche quelli erano uomini, dopotutto, e quindi erano ipocriti, ignoranti, stupidi, inconsapevoli. Lui sapeva che parlare era inutile e le sue azioni del tutto irrilevanti.
La donna segui per un po’ l’uomo con gli occhi. Sembrava riflettere attentamente su qualcosa. Poi fece spallucce, riaccavallò voluttuosamente le gambe, rispolverò un sorriso ebete e finto, studiato apposta per evitare di sforzare la pelle e allontanare le rughe. Guardò l’orologio. Il suo ragazzo doveva aver finito di lavorare già da mezz’ora ed ancora non si era fatto vedere. Prese la decisione di mollarlo: non aveva mai sopportato i suoi ritardi.

(Liberamente ispirato dal Marvin di Douglas Adams)

(Veipone)

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11 Responses to Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 2° edizione

  1. Roberta says:

    Bravissimi ragazzi! Brava Chiara che ha scritto un incipit stimolante e ha saputo scegliere egregiamente 😀
    Bravissimi i finalisti: Angela [che non si smentisce mai, è davvero in gamba, mi piace moltissimo il suo modo di scrivere]e Veipone [davvero originale!]. Siete stati davvero bravi, le continuazioni sono molto difficili da scrivere e avete tutta la mia ammirazione. Appoggio pienamente la scelta del vincitore, la continuazione di Davu era davvero quella più in sintonia con l’incipit! Bravi tutti insomma! Un successone!!!!!! 😀

  2. giorgio says:

    In effetti, per una questione di coerenza sll’incipit, la continuazione del primo classificato è pienamente in linea.
    Ma trovo il secondo proseguio più intenso, più coinvolgente, più umano e di certo più verosimile.
    Cmq bravi a tutti i concorrenti e complimenti a Chiara che non si chiude nell’eremo della scrittrice “arrivata” ma funge da promotrice di idee, di cultura e di ingegno.
    Proporrò questo sito a tutti i miei amici……….di certo una visita qui non sarà mai sprecata.

  3. Ciao Giorgio, e grazie di aver espresso il tuo parere. 🙂
    Un grazie ancora più grande per i complimenti e per l’intento di parlare ai tuoi amici del mio sito. Il passaparola è importantissimo e se (quando) un giorno raggiungerò i miei obiettivi sarà anche grazie a te.
    😀

  4. Veipone says:

    Complimenti a Davu ed Angela!!
    Onorato di aver raggiunto la terza posizione. Leggere le varie continuazioni è stato davvero piacevole.
    Resto in attesa della prossima edizione di “Scrivi e Vinci”!
    Ciao!

  5. elena incremona says:

    Mi associo al giudizio di Giorgio. La continuazione più coerente con le istruzioni impartite da Chiara era la prima ed ha ottenuto meritata vittoria. Ma trovo non piacevole e poco credibile che il personaggio principale, a cui l’autrice ha dato così ampio risalto nel suo incipit, poi venga liquidata con tanta facilità in un luogo pubblico come il bar dove nessuno si sognerebbe mai di farlo senza rischi.
    Preferisco la soluzione di Angela, più realistica e commovente.
    Però ho apprezzato tutte e tre le stesure, ammirevole l’impegno e la voglia di mettersi in gioco. A quando la terza edizione?

  6. angela di salvo says:

    Grazie dei complimenti di Veipone, Roberta, Giorgio ed Elena.
    Sono molto soddisfatta del mio secondo posto e contenta di essere stata in buona compagnia nella sfida lanciata da Chiara, giudice molto attenta ed accorta.
    E’ stato bellissimo leggervi e ricevere un imput così forte per abbandonarmi al piacere di scrivere.
    Ora è il momento del silenzio meditativo e del meritato riposo: buona estate spumeggiante a tutti!!!

  7. pino says:

    Iniziativa encomiabile……..ma questa seconda edizione, seppure più stimolante, secondo menon ha raggiunto i livelli della prima.
    Nel racconto vintitore della precedente,sembrava che scrivesse la stessa persona ,tanto convergevano stile e rispetto dell’impressione data al lettore dall’incipit nella presentazione del personaggio. Il racconto prodotto qui è in disarmonia con la particolarità del personaggio sapientemente costruito da Chiara. Messe insieme le due parti non collimano, anche se la continuazione segue le istruzioni.
    Il personaggio del padre (nel successivo racconto)non prevarica la protagonista, anzi la fa emergere ancora di più;paradossalente esalta il lavoro di Chiara. Ciao e alla prossima edizione!!!

  8. Ciao Pino,
    grazie di aver espresso il tuo parere. Mi raccomando, torna a settembre per la terza edizione del concorso. 🙂

  9. Kyo says:

    Complimenti a tutti i vincitori e ancora a Chiara per l’iniziativa 🙂
    Attendo con impazienza la prossima edizione 😉

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