Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 3° Edizione

winnerLa 3° Edizione di “Scrivi e vinci” ha seguito un percorso diverso, rispetto alle altre volte. Tutti i partecipanti hanno preferito inviare la propria continuazione in privato, senza condividerla con gli altri, quindi è mancato il confronto, ma non la fantasia e la bravura. Complimenti a tutti i partecipanti. Il vincitore è Vincenzo, che ha scritto una bella continuazione, sfruttando il carattere di Alberto ma inventando tutto un mondo intorno. Bravo Vincenzo!

Anche se non era previsto un secondo posto, ho deciso di assegnarlo e di premiare con il mio libro anche Aila, che ha scritto una continuazione del tutto diversa da quella di Vincenzo, ma molto carina. Strappa un sorriso, ma dà anche una staffilata a chi crede che i mestieri utili siano solo quelli “pratici” e “tecnici” e che i mestieri propri dei grandi sognatori siano inutili. Questa continuazione dice a tutti che gli attori servono come i matematici, e questo mi piace. Potremmo vivere senza musica, libri, quadri, danza e via via tutte le forme d’arte? Non credo. Un complimento aggiunto a Laila per l’espediente degli occhiali rotti: dà maggiore coerenza e credibilità alla storia. Bene, ho detto anche troppo. Godetevi il racconto con tanto di doppio finale. Buona lettura!

____________________________

Tra le cose belle della vita ci sono certamente le sorprese. Una mattina ti svegli e non sai che prima che la giornata sia finita riceverai una notizia che ti illuminerà i giorni a venire o che conoscerai qualcuno che ti piacerà tanto da frequentarlo per il resto della tua esistenza. Gli strani incontri, poi, siano essi singoli episodi o casi frequenti, sono capaci, a volte, di cambiare la tua giornata. Che il cambiamento avvenga in positivo o in negativo, non si può mai sapere.
Così come un negoziante sorridente può metterci di buonumore, allo stesso modo una donna che raccoglie le lacrime in un fazzoletto può incupirci. Per strada si vede di tutto, dalle coppie che litigano alle madri che trascinano bambini urlanti che hanno preteso un giocattolo di troppo.
Alberto passeggiava spesso da solo per le vie della città: gli piaceva camminare lasciando che i pensieri fluissero e gli occhi vagassero, che i piedi lo portassero alla scoperta di viuzze sconosciute e la tranquillità lo pervadesse, alla fine della passeggiata. Riusciva a tornare in pace con il mondo dopo un sufficiente numero di passi, per cui la considerava una specie di cura contro l’inquietudine. Lo metteva di buonumore una giornata di sole e lo rattristava la pioggia, gli faceva sbocciare un sorriso sul viso la gente allegra incrociata lungo le vie e lo incupivano la tristezza e l’apatia su altri volti.
Un giorno di primavera in cui un bel sole tiepido colorava e scaldava il mondo e un vento fastidioso lo disturbava – almeno secondo Alberto – un uomo dall’aspetto strano gli si avvicinò. L’espressione contrita sul viso e la risolutezza con cui si dirigeva proprio verso di lui lo spiazzarono. Si fermò e attese.
Ragazzo… una parola! – disse alzando un dito per chiedere udienza e al contempo mimare il numero di parole che desiderava dire. Alberto disse solo sì mentre osservava l’uomo.
Sembrava avesse una settantina d’anni o giù di lì. Altezza media, magro come un giunco, capelli di un bel grigio uniforme, tagliati corti. Distinto nella figura e nell’atteggiamento, indossava abiti sobri, ma eleganti. I lineamenti del viso, resi spigolosi dal peso scarso, erano contratti in una posa di pietà.
Il cuore di Alberto si fece piccolo piccolo, quasi scomparendo nella gabbia toracica.
– Ero studente anch’io, una volta. Mi laureai in filosofia nel 1968. Ho fatto il professore per tutta la vita. –
Le sue parole erano accompagnate da gesti lenti delle mani mentre sul viso la tristezza gli disfaceva la bocca e gli animava gli occhi.
– Sono una persona per bene… –
Alberto e il suo cuore osservavano e tacevano.
– Mia moglie non c’è più, mio figlio è morto, me l’hanno portato via dei bastardi e lo Stato non mi dà niente. Ho due nipotini. Non mi dà lavoro nessuno, non so come dargli da mangiare… –
Gli occhi dell’uomo, umidi di lacrime, non si staccavano dal volto di Alberto.
Ho ancora la mia dignità, non farmi mettere in ginocchio a supplicare… –
– Oh no, ci mancherebbe! – rispose Alberto, di slancio e sinceramente provato.
– Se potessi darmi qualcosa per comprare da mangiare ai miei nipotini… anche poco… non mi fare mettere in ginocchio a supplicare… –
Alberto sospirò e mise mano al portafogli. Non gli sembrava un mendicante né un imbroglione: le sue lacrime erano vere e non poteva credere che quel volto disfatto e quella voce tremante fossero una recita. Tolse dal portafogli una banconota da dieci euro e gliela diede.
– Mi dispiace, più di così non posso… Sono solo uno studente. – si giustificò.
L’uomo gli strinse una mano tra le sue e con quegli stessi occhi e quelle stesse espressioni che tanto avevano turbato l’animo sensibile di Alberto disse: – Grazie… con il cuore. E buona fortuna per la vita. – Poi si allontanò, mogio mogio.
– Buona fortuna anche a lei – rispose Alberto a mezza voce.
Si diresse verso casa con il cuore che da piccolo che era, ormai si gonfiava di tristezza.
L’uomo invece proseguì ancora mogio mogio per un centinaio di metri, poi scomparve dentro un portone. Alberto era ormai lontano, ma se avesse potuto vederlo, avrebbe subito una grande delusione: il volto dell’anziano e distinto signore non era più disfatto, ma disteso. Gli occhi erano asciutti e limpidi e un sorriso soddisfatto gli stendeva le labbra.

1° classificato

Alberto proseguì la sua passeggiata cercando di smaltire il magone che provava dentro. Un professore di filosofia. Quell’uomo aveva la sua storia. Aveva conosciuto i suoi sogni, condiviso con i colleghi tediose ore di studio e serate goliardiche. Aveva avuto dei genitori con i quali sedeva a tavola ogni giorno, una madre che riversava in lui tutto il tenero affetto di cui fosse capace, un padre duro ma fiducioso, fratelli confessori e sorelle confidenti. Forse aveva vissuto un amore bruciante. Forse era stato importante per qualcuno. C’era stato di sicuro qualcuno che aveva amato quella figura così indifesa. Ma adesso quel qualcuno era scomparso e di tutti quei sogni, di quei sentimenti, della promessa di una vita, era rimasto solo un sobrio mendicante.
Alberto non riusciva a sostenere la tristezza dei suoi ragionamenti. La straordinaria empatia di cui era dotato non gli permetteva di non sentire una profonda pena per una vita rimasta incompiuta. Questi uomini non avranno una seconda opportunità per vivere ciò che non è stato loro concesso, si diceva mentre sentiva la nostalgia sopraffarlo. Continuò a camminare per qualche metro ma, quando si accorse che la tristezza non sarebbe svanita, si rimise sui suoi passi e tornò a casa.
Nel frattempo, a qualche metro di distanza, il vecchio sedicente professore sorrideva. Entrato nell’appartamento che lo ospitava da poche settimane, aveva gettato pesantemente giacca e cappello sul divano.
Il professor Eduard Ziban era un uomo sulla settantina con ancora tutti i capelli grigi in testa ed un naso costantemente rosso a causa dell’ingente quantità di farmaci che doveva assumere quotidianamente. Normalmente indossava camicie su misura e mai, veramente mai, lo si vedeva poco curato o trasandato. In realtà ciò che conosceva di filosofia lo doveva al suo vivace interesse per il pensiero umano, che però non aveva mai ufficializzato con un titolo accademico. Piuttosto si era laureato in medicina all’Università degli studi di Varsavia nell’aprile del 1962 per poi specializzarsi in psichiatria forense e criminologia clinica al Royal College of Surgeons di Dublino.
Ma la vera passione del professor Ziban era il comportamento. “Sorprendenti esseri umani…” esclamava a mezza voce ogni qual volta si imbatteva in uno di quei casi che solleticavano la sua curiosità. Agli occhi di tutti, sembrava proprio che li andasse a cercare con il lumicino questi casi poco “comuni”. Certo, nella psichiatria non esiste un caso comune, ma il professore aveva un particolare magnetismo per quegli individui che, nel loro delirio, si mostravano singolarmente creativi. Egli stesso era completamente al di fuori dal comune. Gli occhi vispi sempre alla ricerca di uno sguardo da incrociare e la mente sempre protesa nel tentativo di carpire quel non so che di interessante che egli soltanto sapeva risvegliare, anche laddove non ve ne fosse traccia. Durante la sua gioventù professionale era stato un accanito cercatore di stranezze in tutto il mondo, aveva viaggiato in lungo e in largo inseguendo i prodotti della stravaganza del genere umano, il più delle volte semplicemente sul filo di una leggenda e, cosa stranissima, ne era sempre venuto a capo. In quella testa sproporzionata rispetto al corpo, di cose strane ne erano impresse a bizzeffe. Soprattutto non mancava mai di annotare tutte le sue considerazioni, ipotesi, pensieri, idee, insomma tutto ciò che la mente gli suggeriva nei suoi voluminosi taccuini, che compilava comodamente seduto in poltrona, dietro la sua austera scrivania.
Questa volta però il professore non era lì per una sua ricerca.
I colleghi psichiatri dell’Università degli Studi di Parma gli avevano scritto di un giovane dalla spiccata sensibilità e di superbe doti intellettive. Gli avevano parlato del suo immenso talento nella psicoterapia, pratica in cui riusciva in maniera del tutto intuitiva e del suo interesse verso tutto ciò che riguardasse l’ipnosi. Il ragazzo era un sicuro enfant prodige se non fosse stato per alcuni disturbi cui andava soggetto. Il professor Ziban aveva accettato di buon grado di occuparsi di quel giovane così promettente ma di certo non lo aveva fatto esclusivamente per magnanimità, se infatti le circostanze non avessero stuzzicato la sua curiosità, se non gli avessero lasciato fiutare un’avventura, di sicuro non avrebbe accettato.
Nel frattempo Alberto era arrivato al portone di casa sua. Ancora con la testa fra le nuvole, assorto com’era nelle sue elucubrazioni empatiche, si mise a fare il caffè e si buttò sul letto chiudendo gli occhi un istante e cercando a tastoni sul comodino il romanzo che stava leggendo. Non trovandolo si appisolò. Lo svegliò il gorgoglio della moka. Che suono meraviglioso quello di un piacere pronto all’uso pensò il ragazzo mentre versava il liquido scuro in due tazzine… Già, due tazzine, perché poco distante da lui, seduta al tavolo, Alessandra stava aspettando il suo caffè. Le mani dalle dita affusolate erano giunte in un gesto che ricordava una preghiera e gli splendidi occhi azzurri fissi su Alberto. Era un momento che i due adoravano condividere, pochi istanti, una confidenza, a volte solo un sorriso, poi ognuno tornava alla sua vita. Alessandra prese la sua tazzina con entrambe le mani, riscaldandosi i palmi e portandola lentamente all’altezza delle labbra. Si immerse dapprima nell’inebriante profumo, poi iniziò a sorseggiarlo. Un’enorme quantità di ricci biondi mascheravano le espressioni del suo viso. Alberto prese a raccontarle l’episodio appena accaduto e man mano che il racconto proseguiva sentiva sciogliersi dentro la tristezza, come una zolletta di zucchero in una tazzina di caffè. Quando ebbe finito, Alessandra alzò il viso appagata e svanì.
Erano queste le conversazioni che il giovane studente intratteneva con la sua amica, sempre a senso unico. Alberto parlava, si confidava, chiedeva consigli, esponeva i suoi pensieri e le sue considerazioni e Alessandra era sempre prodiga di consigli, sapeva sempre cosa Alberto avrebbe voluto sentirsi dire o magari quello che non avrebbe voluto sentirsi dire ed in quel caso si limitava ad un gesto, un sorriso, comunque faceva sempre la cosa giusta. Lui però non sapeva niente della ragazza. La vita di lei rimaneva un mistero. Non parlava mai di cosa facesse, dei suoi gusti, di che gente frequentasse quando non era in compagnia di Alberto, non lasciava trapelare i suoi disagi o le sue gioie, niente traspariva né dal suo sguardo né poteva essere evinto dal timbro della sua voce, almeno niente che riguardasse esclusivamente la sua vita. Provava sentimenti, ma li manifestava solo nel momento in cui potevano essere ricondotti al suo amico. In poche parole sembrava non avere vita se non in relazione ad Alberto.
Era però bellissima.
Nondimeno vani erano risultati tutti i tentativi del promettente laureando di mostrarla ai suoi amici. Lei era lì, seduta, conciliante, rivolgeva la parola a tutti e ne aspettava le risposte, ma nessuno sembrava vederla. In realtà nessuno la vedeva. A pensarci bene neanche ad Alberto era chiaro come facesse ad entrare e ad uscire da casa sua, sapeva solo che quando la invocava lei era lì…
Il professor Ziban sapeva tutto e non aveva la benché minima intenzione di rompere quell’incantesimo, anzi… lui avrebbe voluto vederla, Alessandra.
L’esile scienziato era sicuro che la ragazza fosse solo una proiezione della mente di Alberto, la cui coscienza così evoluta aveva preso forma in un’allucinazione, un “gemello psichico” per utilizzare un’espressione cara al professore, cosa peraltro ampiamente documentata nei casi di schizofrenia e che spesso si accompagnava ad una genialità sorprendente. Gli “iniziati” a questo prodigio trovavano i loro colpi migliori dal nulla, avevano quello che è conosciuto come “lampo di genio”, d’improvviso tutto era loro chiaro. Non sapevano da dove venissero le soluzioni, non avevano bisogno di arzigogoli logici o profonde elaborazioni del loro sapere, no. Semplicemente, ad un tratto avevano la risposta. Ma il professore non era interessato ad una risposta clinica. Il suo scopo era un altro e per raggiungerlo doveva incontrarla.
Avrebbe voluto porle una domanda che, tanto tempo addietro non aveva avuto modo di chiedere a qualcuno a lui tanto vicino quanto Alessandra era per Alberto.
Era perciò necessario portare il genietto in uno stato di profonda commozione, di prostrazione se fosse stato necessario, magari facendo leva sul suo senso di colpa. Con l’episodio di quella mattina aveva portato a termine con successo soltanto il primo passo, ma il professore aveva in serbo un piano infallibile.
L’indomani mattina, esattamente nel posto in cui era avvenuto l’incontro del giorno precedente, l’anziano psichiatra riacquisì il suo aspetto smunto da mendicante e prese posto su di una panchina. Non appena scorse in lontananza la sagoma di Alberto, dall’inconfondibile andatura trasognata, prese a chiedere la carità a un gruppo di teppistelli che erano a pochi passi da lui, assicurandosi di posizionarsi in modo da essere pienamente visibile ad Alberto. Iniziò con la sua solita tiritera, ma appena fece per attaccare i ragazzi iniziarono a prendersi gioco di lui. Alberto notava tutto, ma sapeva che le sue doti diplomatiche non gli sarebbero tornate utili in una circostanza in cui i muscoli hanno la meglio sul cervello. Il professore si rivolse ai ragazzi in tono arrendevole: – Vi prego, non prendetevi gioco di me, potreste essere voi i miei figli – , ma a sentire queste parole smielate i vandali si inviperirono, lo strattonarono strappandogli la giacca, lo gettarono per terra e inesorabili iniziarono a prenderlo a calci. A quella vista Alberto non poté resistere, si lanciò sul corpo inerte del vecchio e fortuna volle che un gran numero dei presenti intervennero a loro volta per sedare la rissa, risparmiandogli un certo numero di sonanti calci nel ventre. Abbracciò quel corpo come fosse suo nonno, teneramente, pensando: proprio ieri mi chiedeva di risparmiargli la dignità… era sul punto di offrirmela inginocchiandosi, umiliandosi, lui che aveva solo quella, ed io ne ho avuto rispetto. Come possono loro non comprendere?
Lo adagiò sulla panchina dove stavano aspettando l’arrivo dell’ambulanza e proprio in quel momento apparve Alessandra. D’istinto Alberto le rivolse la domanda che un attimo prima aveva posto a se stesso, lo fece ad alta voce e il professore si accorse che lei doveva essere lì. Aprì un occhio e con un filo di voce gli disse: – Chiedile come mai un giorno andrà via… -Alberto non capiva. Che la vedesse anche lui? Tutto si attorcigliò nella sua mente, fu un grande cortocircuito di infinite domande in un istante, ma poi una sola emerse dalle sue labbra: – Che vuol dire che un giorno te ne andrai? – Vide che Alessandra non rispondeva. Forse per la prima volta non sapeva cosa dire, così Alberto realizzò che la sua bellissima amica non aveva volontà e sapeva bene che chi non ha volontà propria non vive, o meglio, non esiste.
In quello stesso istante la bellissima Alessandra svanì.
Il professore lo lesse nello sguardo attonito del giovane, il cui cuore troppo colmo non finiva di riversare lacrime calde che, prive di singhiozzi, gli annaffiavano gli occhi.
Tornato a casa, Eduard scrisse solo due righe sui suoi voluminosi taccuini, al termine delle quali diede risposta alla domanda che avrebbe voluto porre ad Alessandra e che dall’infanzia lo assillava: “Non tornerà, vecchio Eduard, non aspettarla, perché a nessuno è concesso di separarsi da se stesso, neppure ai folli.

Vincenzo

2° classificato

Salendo veloce le tre rampe di scale che lo portavano al suo appartamento, il vecchio fischiettava allegro. La faccia di Alberto così contrita e triste lo aveva divertito. Prese la banconota da dieci euro che gli aveva spillato e cercò di spianarla ben bene sul tavolino d’ingresso con il palmo della mano. Compose un numero sul cellulare e dopo qualche istante di attesa disse: “Sono io. Sì, tutto bene. No, no, così può bastare. Ok, ci vediamo più tardi, tienimi il posto, ciao.” Si sorrise nello specchio e riattaccò.
Intanto Alberto ripensava allo strano incontro. Era dispiaciuto soprattutto per non aver potuto dare di più a quell’uomo che per un momento gli aveva ricordato suo nonno, professore anch’egli, ossuto ed elegante, altero e fin troppo conscio del suo ruolo, ma alla mano e accomodante quando si trattava di aiutare un suo studente. Da lui aveva preso la rilassante abitudine di fare lunghe passeggiate senza una meta precisa, a lui doveva quella peculiare capacità di farsi pervadere da emozioni diverse, persino contrastanti, un’empatia non comune in un ragazzo così giovane.
In altre circostanze Alberto avrebbe convinto l’uomo a prendere un caffè con lui e chissà, magari anche a cenare insieme per farsi raccontare storie sicuramente simili a quelle che il nonno amava condividere e che aveva ribattezzato con un altisonante “LE MERAVIGLIE TRAGICOMICHE DELLA FACOLTÀ DI MATEMATCA APPLICATA… ALLA COGLIONERIA!”
Quante risate davanti alla pizza del mercoledì sera. Ora, la stessa sera era dedicata ai compagni di università ai quali, occasionalmente, si aggregavano studenti di altre facoltà e vari amici di passaggio. Ripensando all’ultimo incontro però la sua faccia si contrasse in un ghigno, come una smorfia di disappunto. La pizza gli era rimasta sullo stomaco e per più di un motivo. Innanzitutto si era impelagato, senza sapere come, in un’accesa discussione con uno studente di una non ben precisata scuola di arte che pretendeva pari dignità fra la sua improbabile ed inutile facoltà e quella ben più seria frequentata da Alberto.
Dalle parole erano passati quasi a vie di fatto, complici anche le birre ghiacciate che si erano scolati.
Proprio mentre se ne stava andando, deciso a porre fine all’incresciosa scena, Silvia, la sua coinquilina, nell’intento di trattenerlo, lo aveva fatto inciampare e i suoi occhiali erano finiti vicino al bancone dove qualcuno aveva provveduto immediatamente a calpestarli. Lenti speciali, montatura speciale, ottico di fiducia chiuso per ferie: era stata la settimana più lunga della sua vita. Ora finalmente stava entrando nel negozio per riavere i suoi… occhi.
Centinaia di euro che pesavano sul suo magro bilancio. Ecco perché non aveva potuto fare di più per il vecchio. In un altro momento, forse…
Si era fatto tardi e gli altri sicuramente lo stavano già aspettando in pizzeria. Li avrebbe sicuramente fatti partecipe dello strano incontro del pomeriggio.
Appena entrato, il capannello formatosi intorno al loro solito tavolo lo allarmò un poco. Qualcuno lo notò e avvisò gli altri. Un varco si aprì immediatamente scoprendo alla sua vista l’uomo anziano che solo poche ore prima lo aveva tanto turbato. Stessi capelli grigi, stessa figura distinta, stessi abiti, ma qualcosa nel suo atteggiamento si discostava alquanto da quella del vecchio triste e piangente che lo aveva supplicato di aiutarlo anche con una misera offerta.
Alzando lo stesso dito magro con voce roca lo apostrofò: “Ragazzo… una parola!” Tutti risero. Sotto lo sguardo esterrefatto di Alberto, l’attore si tolse la parrucca ed esclamò: “Scommessa vinta, caro mio! Così impari a denigrare la facoltà di arte e trucco di scena del prof. Melchi. Devo ammettere che il fatto che oggi non avessi con te gli occhiali mi ha agevolato, ma – continuò posando come un novello Gassman – sono convinto che grazie alla mia grande maestria ci saresti cascato lo stesso. La foto di tuo nonno che Silvia mi ha gentilmente “prestato” ha fatto il resto.”
Trasse dalla tasca la banconota da 10 euro e proclamò: “Dalla filosofia alla pratica…per così dire. E visto che questi certo non basteranno, tira fuori il resto e paga da bere a tutti!”

Aila

This entry was posted in Mestiere esordiente and tagged , , , . Bookmark the permalink.

5 Responses to Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 3° Edizione

  1. pino says:

    Ottimi prosegui e racconti di gradevole lettura. Ma come tutte le continuazioni di un esordio fortunato della prima edizione, l’effetto acquista via via un gusto sempre meno saporito. La figura del “fu” Pasquale continua a restare di una incisività e di una umanità insuperata, come le emozioni semplici e coinvolgenti che ha saputo trasmettermi dentro. Ma questa è un’altra storia.

  2. Ciao Pino,
    mi fa piacere che ti sia piaciuto il risultato di questa edizione. Comunque credo anch’io
    che la storia di Pasquale sia la migliore delle tre. 🙂

  3. bluestraneo says:

    Ho letto con piacere entrambi i racconti e devo dire che sono davvero interessanti !
    Sia Vincenzo che Aila (o Laila?) hanno avuto davvero molta fantasia, con un’esposizione molto chiara ed elegante!

    Complimenti davvero!!

  4. ciao! 🙂
    Mi fa piacere che tu abbia apprezzato.
    Il nickname è proprio Aila.

  5. manola says:

    Grazie Pino e grazie Bluestraneo. Sono AILA alias Manola (lo so sembra un nikname anche questo ma è il mio vero nome! 🙂 Se avete voglia di leggere ancora qualcosa di mio (assai diverso da questo), iscrivetevi alla NEWS LETTER del COMUNE DI MONTIGNOSO, è ovviamente gratuito! Ogni 15 giorni vi arriverà una paginetta mia…a volte ironica a volte meno! Divertitevi e fatemi sapere! Si accettano commenti..anche inopportuni! :))))

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *