Elettra

Ho scritto “Elettra” ad ottobre del 2009 con l’intento di partecipare al concorso “Emozioni in bianco e nero – Storie di carta 2010” indetto dalla Edizioni del Poggio. Arrivato finalista tra oltre 3000 racconti, è stato pubblicato nell’antologia che racchiude in totale 30 racconti brevi di vari generi, 30 poesie e 30 fiabe. Spero vi piaccia! 🙂 Buona lettura.

All’inizio il personale dell’ospedale sapeva solo il suo nome: Elettra. Dopo qualche settimana tutti pensavano che fosse una strana ragazza e che sembrasse non avere di meglio da fare che passare gran parte delle sue giornate a parlare e tenere la mano ai malati. Di solito si trattata di individui prossimi alla morte, ma non era una regola.
Elettra arrivava sempre cinque minuti prima dell’inizio dell’orario di visita mattutino e pomeridiano e andava via solo qualche istante prima della fine di quelle due ore. I primi giorni passò inosservata: non aveva niente di diverso rispetto ad un visitatore comune, ma presto cominciò a passare da una stanza all’altra, intrattenendosi a chiacchierare ora con uno, ora con un altro malato. Passava anche di reparto in reparto, e fu a quel punto che qualcuno si chiese: Che ci fa lei qui? E Chi è?, ma nessuno aveva il coraggio di chiederlo direttamente a lei. Ogni imbarazzo ha una fine, e così era arrivato il giorno in cui un infermiere le si era accostato per farle la fatidica domanda:
– Mi scusi, ma lei chi è? – Aveva chiesto Donato, l’infermiere neoassunto. Senza peli sulla lingua era arrivato dritto al punto.
– Elettra. – Aveva risposto con semplicità la ragazza. Non aveva sorriso e non aveva aggiunto nulla, lo aveva solo guardato con curiosità. Mentre Donato aspettava di sapere altro, credendo che la sua domanda avrebbe aperto tutte le porte, Elettra si accorse che non se la sarebbe cavata pronunciando solo il suo nome.
– Vengo qui a tenere compagnia ai malati soli, quelli che non hanno nessuno. – Poi alzò le spalle in un gesto che sembrava una giustificazione.
Donato non seppe come ribattere, pensò che fosse un bel gesto quello che la ragazza compiva ogni giorno, le sorrise e si congedò augurandole una buona giornata.

Elettra non sembrava avere un criterio preciso: andava da anziani e bambini, da persone molto malate, ma anche da chi si era solo rotto una gamba. Sulle prime Donato non capì. Lei aveva detto di voler tenere compagnia ai malati soli, ma andava a trovare spesso anche persone che avevano già qualche familiare attorno al letto, anche se riusciva sempre ad arrivare quando tutti erano andati via. Donato aveva notato, dopo una considerevole quantità di giorni, che Elettra passava la maggior parte del tempo accanto ai malati terminali. Spesso morivano quando lei era con loro, e questo cominciava a sembrare strano a chi aveva abbastanza acume da accorgersene. Finiva poi che gli stessi dotati di quell’acume potevano ben vedere che non tutti quelli a cui Elettra faceva visita morivano. Poteva mai essere un Angelo della morte come quelle infermiere che facevano iniezioni letali ai pazienti molto malati per farli smettere di soffrire? Donato archiviò quel brutto pensiero, convinto di sbagliarsi.

Elettra entrava e usciva da quell’ospedale da tre mesi e sapeva bene di dover smettere.
Doveva spostarsi in un’altra città, o presto qualcuno avrebbe cominciato a nutrire sospetti e a fare indagini su di lei. Le indagini significavano smettere, e lei non poteva smettere, assolutamente.
Entrò nella stanza del signor Fanelli e chiuse la porta. Aveva bisogno di silenzio e pace per fare quello che doveva.
La stanza era per tre persone, ma in quel momento solo un letto era occupato. Il signor Fanelli, settantunenne gravemente malato, era steso, immobile come un morto. Elettra portò una sedia accanto al suo letto, si sedette, sospirò e prese tra le sue la mano del vecchio. Era fredda e ruvida. Lui era sveglio, ma poco presente. La guardò con gratitudine e abbozzò un sorriso storto. Era il massimo che potesse fare, considerato il dolore che lo devastava.
Lei gli sorrise, poi chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi come le avevano insegnato. Ci volle un minuto, poi sentì nella sua mente quello che il vecchio avrebbe sentito se fosse stato sveglio e presente. Elettra aggrottò la fronte, storse la bocca e si agitò sulla sedia: non era una bella sensazione sentire l’infelicità e il dolore, la solitudine e l’insoddisfazione. Non sapeva perché né chi le avesse dato quel dono, ma lo possedeva da sempre, e lo avrebbe usato nel modo che riteneva più utile. Sapeva con certezza che quell’uomo stava per morire. Era come un profumo, un odore unico che identificava la morte, e lei lo sentiva. E non si era mai sbagliata. Non poteva guarire né alleviare la sofferenza del corpo, ma poteva rendere la morte qualcosa di bello. Era come un inganno, ma era la cosa migliore da fare con il suo dono, o perlomeno la migliore che le fosse venuta in mente.
Si concentrò ancora di più e scavò nella mente del signor Fanelli. Era come cercare un interruttore in una stanza buia: tastava dove presumibilmente avrebbe dovuto esserci il bottone giusto e non si fermava finché non lo trovava. A quel punto lo premeva e tutto avveniva da sé. Aveva imparato a seguire un filo rosso di ricordi nella mente delle persone, sapendo che quel filo l’avrebbe condotta ai desideri irrealizzati, ai rimpianti, alle ragioni dell’insoddisfazione di chi stava morendo e non aveva più tempo per cambiare il corso degli eventi.
Elettra voleva che almeno per un attimo chi era stato infelice conoscesse la sensazione stupenda della propria vita che scorre sul binario giusto. Seguiva il filo dell’insoddisfazione, dei rimpianti e dell’infelicità fino ad arrivare alla loro causa. A chi le avesse chiesto spiegazioni su come facesse, non avrebbe saputo rispondere. Era intuito soprattutto, ma anche talento. Ed esercizio, questo di sicuro. Le prime volte non cavava un ragno dal buco e le persone che cercava di aiutare le morivano tra le braccia infelici e insoddisfatte. Lei continuava a provare, a scegliere persone sofferenti nell’anima oltre che nel corpo, ma fallì molte volte. Poi in qualche modo riuscì ad ottenere un risultato e da quel giorno, galvanizzata dal primo successo, affrontò con maggiore fiducia i tentativi seguenti.
Il signor Fanelli cominciò a gemere mentre Elettra prese tra mani immaginarie il filo rosso della sua insoddisfazione. Il monitor attaccato al suo gracile corpo malato prese a lampeggiare, e un attimo dopo un bip d’allarme segnalò che il cuore cominciava la sua discesa verso la morte.
Elettra cercò di rimanere concentrata e percorse centimetro per centimetro quel filo con le dita della sua mente. Arrivò giusto dove doveva proprio quando un’infermiera passava nel corridoio. Non poteva interrompere il suo faticoso compito, così non la chiamò, pur sapendo bene che così avrebbero pensato molto male di lei. Ebbe giusto il tempo di premere l’interruttore nella mente dell’uomo e vide come un breve film nella sua testa: un signor Fanelli giovane e bello suonava il pianoforte al centro del palco di un favoloso teatro pieno zeppo di gente. Suonava meravigliosamente, il pubblico applaudiva estasiato, all’esterno del teatro campeggiavano locandine con la sua foto e la frase: “Il più famoso e apprezzato pianista del nostro secolo si esibisce QUI!!!”. La sensazione era che le immagini scorressero alla velocità della luce.
Elettra vide il signor Fanelli che si inchinava davanti agli spettatori. Fiori gli volavano ai lati del corpo e una donna dalla prima fila gli mandava baci e sorrideva. Poi eccolo nel camerino, sorridente davanti allo specchio…
Una donna entra nella stanza. È bellissima e vestita elegantemente. Gli salta al collo e si baciano con passione. Se fosse un film adesso ci sarebbe una dissolvenza…

Elettra venne staccata dal signor Fanelli e le infermiere si diedero da fare intorno al malato cercando di salvargli la vita. Loro facevano il loro mestiere, Elettra compiva il suo destino. Mentre una giovane infermiera armeggiava con il defibrillatore, l’altra si fermò a guardare il viso del signor Fanelli. Guardava e non capiva. Strinse gli occhi, poi li riaprì, ma niente era cambiato: il signor Fanelli aveva sul volto un sorriso soddisfatto. Sembrava un uomo felice. Istintivamente l’infermiera guardò Elettra, ma non seppe mai spiegarsene la ragione.
Elettra uscì dalla stanza senza dire niente. I tentativi di rianimare il signor Fanelli furono tutti vani: Elettra non sbagliava mai, l’ora di quell’uomo era arrivata.

Nell’ospedale si cominciò a vociferare su Elettra. Le malelingue parlarono di iniezioni letali e angeli della morte, le persone più acute dissero che la cosa sicura era che la ragazza non aveva chiesto aiuto quando il paziente aveva avuto l’attacco. Questo era un problema oggettivo.
Lei tornò il giorno dopo: non poteva andare via da quella città senza occuparsi di Giampiero.
Giampiero era un simpatico signore di ottantacinque anni, gravemente malato, ma con la mente molto lucida. Elettra lo andava a trovare da tre mesi, praticamente lo conosceva dal giorno in cui aveva messo per la prima volta piede in quell’ospedale. Parlavano molto e a volte giocavano a domino. Lui vinceva sempre.
Elettra si era affezionata a quel signore dal sorriso dolce e dalla risata contagiosa; non aveva potuto evitarlo. Sapeva bene che Giampiero sarebbe morto presto, ma non aveva potuto fare a meno di volergli bene. Andò da lui e lo trovò sofferente e silenzioso nel suo letto accanto alla finestra. Nella stanza c’era un’altra persona, ma per fortuna era immersa nel sonno.
Nelle ultime settimane Giampiero era peggiorato molto. Il suo intestino aveva smesso del tutto di funzionare e le metastasi in tutto il suo corpo non facevano che moltiplicarsi. Presto aveva smesso di giocare a domino e di sorridere. Di ridere, poi, neanche a parlarne. Elettra si era intristita con la stessa velocità con cui la salute di Giampiero era peggiorata, e ogni volta che andava a trovarlo desiderava che smettesse presto di soffrire e potesse godere per qualche istante del suo aiuto. Giampiero passava da uno stato di delirio ad un dormiveglia agitato.
Elettra si sedette sul bordo del letto e lo abbracciò come poteva. Aveva il corpo ridotto ad un mucchietto d’ossa. Si staccò e gli prese una mano. Chiuse gli occhi. Cosa avrebbe visto? Cosa era mancato di più al vecchietto steso su quel letto? Cosa non era riuscito a rubare alla vita crudele che non concede niente? Sogni di gloria e uno splendido amore come per il signor Fanelli, che nella sua vita reale era stato solo un musicista per hobby con una moglie che non amava?
Elettra sapeva bene che ciò che faceva era quasi un trucco. Era come regalare un sogno terribilmente vivido, come imbrogliare, truccare le carte. Era per una buona causa, si diceva. E nessuno si sarebbe lamentato, aggiungeva. Quelle persone non avrebbero mai avuto il tempo di capire che si trattava di una sorta di sogno; per loro avrebbe costituito la realtà di un attimo che sarebbe bastata a soppiantare le insoddisfazioni di una vita.
Elettra si concentrò e trovò subito il filo rosso. Era una giornata buona. Lo seguì e presto si rese conto di quale interruttore avrebbe acceso la luce di una felicità che durava poco, ma di un poco che sarebbe bastato. Sentiva che il momento della morte di Giampiero era pericolosamente vicino. Lo sentì irrigidirsi, la sua mano strinse spasmodicamente quella di Elettra. Lei trasmise l’immagine e la guardò con lui.
Giampiero era solo al mondo. La moglie e la figlia erano morte prematuramente, l’una per una malattia improvvisa e l’altra per un incidente automobilistico. Lui desiderava ardentemente rivederle. Era come se sapesse di essere prossimo alla morte, perché ciò che la sua mente desiderava vedere era un immaginario paradiso fatto con un banale pavimento di nuvole, un cielo terso sopra la testa e sua moglie e sua figlia che gli correvano incontro.
Elettra aprì gli occhi e vide che Giampiero sorrideva beato. Gli tastò un lato del collo. Il cuore non batteva più.
Si alzò ed uscì dalla stanza pervasa da una profonda tristezza.
Sapeva che i sogni degli uomini a volte erano illogici o strambi, ma aveva sempre pensato che fossero sogni realizzabili. Alcuni forse erano davvero difficili da trasformare in realtà, ma in linea di massima erano cose fattibili. Poi si imbatteva in persone come Giampiero e la sua tristezza si faceva intensa.
Aveva sempre desiderato credere nell’aldilà, ma con il suo dono le era arrivata anche la certezza dell’ingenuità di quella credenza. Non esisteva niente, oltre la morte. La morte azzerava, cancellava, distruggeva. Oltre non c’era niente. Lei vedeva ben oltre la vita degli uomini, e sapeva.
Sapeva, e per questo viveva la sua vita su questa terra senza badare ad un aldilà o a ricompense in altre esistenze. E faceva del bene con il suo dono. Lo faceva perché l’amore era tutto ciò che restava agli uomini. L’amore, la felicità e i sogni da realizzare. Senza tutto questo l’uomo era un involucro vuoto da riempire d’aria. E la sua morte non avrebbe lasciato segni nel mondo.
Elettra uscì dall’ospedale e respirò a pieni polmoni l’aria fredda di un pomeriggio di dicembre. Aveva dei progetti da realizzare nella città in cui avrebbe vissuto dal giorno dopo in avanti.
Cominciò a camminare fantasticando sui sui sogni e facendo piani pratici per la loro realizzazione.
La sua vita non sarebbe stata vana, avrebbe fatto in modo che nessuno le dovesse tenere la mano per farle vivere un’illusione nei suoi ultimi istanti di vita.

(Chiara Vitetta)

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Leggi un altro racconto di Chiara Vitetta

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8 Responses to Elettra

  1. Veipone says:

    Bel racconto, affascinante, dai temi importanti.
    Sempre piacevole leggerti!

  2. Davu says:

    A Davu piace questo elemento. 😉

  3. angela di salvo says:

    Brava Chiara, proprio un bel racconto. Si capisce che hai ricevuto una buona lezione dal grande King. E quelle mani che toccano i malati prossimi alla morte mi ricordano il grande uomo negro condannato alla sedia elettrica che aveva il potere di aspirare il male nelle persone e gettarlo via.(Il miglio verde). Solo che qui il potere di Elettra non guarisce ma salva dalla solitudine e dall’annientamento della coscienza che potrebbe spegnersi senza quel momento di serenità e di soddisfazione che meritano tutti gli essermi umani dopo aver vissuto un’esistenza fatta di dolore e di avversità. Mi piace molto, complimenti. E grazie per aver acceso a suo tempo l’interruttore della mia scrittura creativa.

  4. Ciao Angela,
    che onore vedere il nome di Stephen King associato ad un mio racconto! 🙂 Spero proprio di meritarlo.
    Sono contenta che “Elettra” ti sia piaciuto.
    E quindi ho acceso l’interruttore della tua scrittura creativa, eh? Spero non si spenga più! Quando mi farai leggere qualcosa? 🙂

  5. angela di salvo says:

    A parte i racconti che già conosci, ne ho scritti ben altri undici!! Avrò modo di farteli leggere, un po’ alla volta e compatibilmente con le numerose letture che suppongo tu faccia e la tua inarrestabile attività di scrittrice. Ciao,a presto.

  6. Caspita, ti sei data da fare! Che bello! 🙂 Beh, aspetto che mi invii qualcosa. Il tempo per leggere i tuoi racconti lo trovo. 🙂

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