Anteprima “Apri gli occhi”

Apri gli occhiBuongiorno visitatori,
come promesso, eccovi un assaggio di Apri gli occhi: i primi tre capitoli da leggere qui o scaricare in pdf e leggere in un secondo momento.

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Buona lettura!

1

Chi scrive si presenta

(a suo modo)

Mi chiamo Matteo Sala, ed ero un professore universitario, un tempo. Avevo una fidanzata, una casa in affitto, dei sogni e un passato da non rimpiangere. Ora non sono niente. Vivo per strada da due anni e tre mesi, e ci sto bene, così mi dico nei giorni buoni. Nei giorni cattivi mi dico che non ho ragioni per vivere e che il passato è morto e non risorgerà, anche se lo desidero con tutto me stesso.

Ricordo la mia vita normale con una nostalgia bruciante, ma perlopiù cerco di ignorare il passato, di far finta che non sia mai esistito. All’università insegnavo scrittura creativa, e a casa coltivavo la mie passioni: leggevo libri di ogni genere, studiavo storia dell’arte e suonavo il pianoforte. Il mio lavoro era stato una seconda scelta, in realtà avrei voluto essere qualcos’altro, non restare nella normalità di una vita priva di bellezza e di successi.

A dodici anni avevo già deciso: volevo fare lo scrittore. Già credevo di averne le capacità, cosa di cui sono ancora convinto, ma con il tempo mi sono reso conto che il talento non è abbastanza. Siamo chiari con noi stessi: io potevo anche essere bravo a scrivere, così come migliaia di persone sono brave a cantare o a ballare, ma quanti di loro diventano Aretha Franklin o Rudolf Nureyev? Solo pochi emergono e riescono a svolgere quei mestieri rari come il cantante, l’attore, o lo scrittore. Si emerge per svariati motivi e non si emerge per altrettanti. Io credo che il talento non basti: si deve essere tagliati per una strada così difficile. Servono la forza, la determinazione, e spesso anche la presunzione, per imporsi nel mondo. Si deve andare avanti a denti stretti a costo di spezzarseli a forza di stringere, e non mollare mai la presa.

A tredici anni la mia convinzione era ancora più forte, desideravo scrivere con ogni fibra di me, con ogni piccolo pezzo della mia mente di adolescente. Con la mia giovane età, la mia mente brillante, e soprattutto con i miei sogni ancora integri, ho parlato a mio padre del mio desiderio più grande. Non dubito del suo affetto per me e devo ammettere che è stato un buon genitore, meglio di tutti gli altri che io abbia mai potuto giudicare, ma quel giorno fu bravo solo come stroncatore di sogni. Mi enunciò con una certa noncuranza le difficoltà immense della pubblicazione e disse che io non ero Charles Dickens né William Shakespeare; e quando obiettai: “Ma papà, Charles Dickens non è nato scrittore, sarà stato uno qualunque prima, no?”, la sua risposta fu: “Sì, certo, ma…”, seguito da non ricordo cosa. Credo di averlo rimosso.

Che ne sapeva lui del mondo dell’editoria? Era e sarebbe stato sempre soltanto un sarto, buono solo a rammendare i bei vestiti dei suoi ricchi clienti spilorci. Gli volevo bene, ma riuscii ad odiarlo negli anni successivi, perché non mi diede mai quell’incoraggiamento e quell’appoggio di cui avevo un disperato bisogno e che di certo fu una delle ragioni per cui “da grande” non feci lo scrittore.

Negli anni successivi ho continuato a scrivere, ma sempre con meno sicurezza, e anche se non volevo ammetterlo mi stavo costruendo, mentalmente e non, un piano B: un mestiere alternativo che mi permettesse di mantenermi, se (quando) non avessi avuto successo come scrittore. Fu così che divenni professore. Anche perché, chi volevo prendere in giro? Sapevo bene che non avrei mai inviato neppure due righe ad un editore. I miei sogni si erano frantumati, senza che me ne volessi accorgere, sotto gli occhi indifferenti di mio padre. Se sono qui oggi è perché un briciolo di presunzione mi è rimasto, e credo che ci sia una storia che valga davvero la pena di essere raccontata. Alla fine, anche se non ho fatto lo scrittore e quando mi si chiede: Chi sei? non so cosa rispondere, ho continuato ad immaginarmi famoso, felice e realizzato, in un futuro che non vedrò mai. In quanto al presente, quello è tutt’altra faccenda. Sono un clochard, o barbone, o senzatetto, come preferite. In questi anni ho imparato a sopportare la pietà, lo sdegno, il disprezzo delle persone che mi incontravano lungo la loro strada, e non è passato giorno senza che pensassi alle mie disgrazie e al mio passato perso. Tutto ciò fino a sette mesi fa, quando ho conosciuto una persona che mi ha cambiato la vita. Da allora ogni cosa è diversa, io per primo.

2

Il primo incontro

Non vivo sempre nello stesso posto, ma ne ho tre o quattro che frequento abitualmente, e una sera di circa sette mesi fa ero a spasso, diretto verso quello che preferisco, quando la vidi. Camminava davanti a me e a prima vista non ci feci caso, preso com’ero a stringermi nel mio cappotto malconcio per proteggermi dal freddo pungente di novembre. Le diedi un’occhiata distratta, notando solo la camminata lenta e sicura e le Asics da corsa indossate sotto i jeans a zampa d’elefante. Guardavo a terra, quella era la mia visuale normale: i piedi delle persone, o al massimo il retro delle loro ginocchia. Impari a guardare i loro piedi quando capisci che i loro occhi saranno pieni di disprezzo o di pietà; due pessimi sentimenti da vedersi rivolgere. Camminai per duecento metri e raggiunsi il ponte sotto cui avrei dormito e dove ad aspettarmi avrei trovato certamente il mio amico Antonio, con cui trascorrevo quasi tutto il tempo della mia triste ed inutile vita. L’unica cosa che non mi piaceva di quel posto era che a circa trenta metri di distanza le lucciole aspettavano i loro clienti, e a volte arrivava la polizia a fare controlli o arresti.

I poliziotti non sono mai stati un problema per noi, anzi, a volte qualcuno dei miei amici è stato salvato da una visita in galera: un posto caldo quando passi una notte di dicembre all’addiaccio può significare evitare la morte; ma le prostitute… A volte tra di loro vedo bambine cresciute troppo in fretta, costrette dai protettori a vendere i loro giovani corpi a chiunque per pochi euro. Allora mi si stringe lo stomaco, mi si forma un nodo in gola e la notte fatico a chiudere occhio. Alcune volte ho chiamato io stesso la polizia perché venisse a portarsi via quelle ragazzine dal corpo acerbo e dagli occhi tristi.

Quella sera comunque non c’era da fare gli schizzinosi: faceva freddo, un cielo minaccioso prometteva pioggia e il ponte offriva un tetto che coprisse le nostra teste sporche da un acquazzone imminente. Era soprattutto per questo motivo che quello era uno dei posti che preferivo. Raggiunsi il mio cantuccio abituale e mi sedetti su un cartone messo a terra da Antonio, che era nelle vicinanze, impegnato a chiacchierare con una lucciola. Per dirla tutta capita spesso che noi e loro familiarizziamo: a furia di stare negli stessi luoghi, noi a vivere e loro ad aspettare i clienti, si finisce per diventare amici, in qualche modo. Antonio parlava gesticolando e Daniela lo ascoltava con poco interesse, a giudicare dall’espressione annoiata. Poi lo vidi allungare una mano con poca grazia verso il fondoschiena di lei e distolsi lo sguardo. Non mi piace che ci si prenda certe libertà con le lucciole; non spalano già abbastanza merda senza che ci si metta anche un vecchio barbone? Guardai altrove e fu in quel momento che vidi la figura intera della donna con le Asics ai piedi e le gambe fasciate dai pantaloni a zampa d’elefante. Era discosta dalle lucciole, ma era chiaro come la luce del sole che quelle erano sue colleghe, che lo volesse o no. Non si sta in quella strada se non si cerca chi paghi per la concessione delle tue grazie!

La guardai per molti minuti, perché era come una visione, e non perché fosse particolarmente bella, ma perché era totalmente fuori posto. Il suo abbigliamento era insolito: oltre alle Asics e ai jeans che le evidenziavano il fondoschiena e i fianchi, indossava un piumino nero che le arrivava alla vita. Dimostrava circa ventisei anni, era bassina (circa un metro e sessanta), magra, ma con le curve al punto giusto. Il viso era un’altra faccenda: non si poteva dire bella, ma carina senza dubbio. Aveva occhi grandi e capelli scuri, lunghi fino al seno, completamente lisci. Non aveva trucco sulla faccia, neppure un filo. Stava ferma sul marciapiede con lo sguardo perso e le braccia incrociate sul petto, in attesa. Dopo averla osservata abbastanza da stamparmi in mente la sua figura, mi chiesi con una certa curiosità perché fosse vestita in quella maniera. Le sue colleghe indossavano minigonne ascellari, tacchi a spillo, calze a rete; mettevano la propria merce in bella mostra perché il cliente potesse scegliere in tutta libertà tra quali gambe avere un orgasmo. Lei invece stava lì, con le sue scarpe da corsa poco attraenti e i suoi jeans a zampa d’elefante, e di lei si poteva solo immaginare la pelle, mentre tutte le altre ne esponevano il più possibile, facendola diventare rossa per il freddo e prendendosi un raffreddore un giorno sì e l’altro pure.

Però pensandoci bene doveva averne molti, di clienti. Agli uomini doveva piacere far salire in macchina una ragazza che non sembrava affatto una prostituta e che invece nei fatti era tale. Probabile che si eccitassero molto vedendola vestita come una donna qualunque, potendo così immaginare, mentre le toglievano i vestiti, che lei non fosse una puttana, ma una ragazza che avevano conquistato. Forse il suo abbigliamento era una tattica ben congegnata. Mi venne quasi da sorridere al pensiero di quella trovata; roba da palati raffinati, certo non per tutti i clienti. Ma poi non sorrisi: non era una bella vita quella, a prescindere dalle tattiche scelte. Ma chi ero poi io per giudicare? Con questo pensiero mi addormentai, accoccolato nel mio cappotto sdrucito, e dormii. Sognai la lucciola con le scarpe da corsa, e quando mi svegliai, lei era ancora lì. Non saprei dire quante ore fossero passate; il mio orologio l’avevo venduto due o tre mesi prima, ma era buio ed erano rimaste solo tre ragazze, quindi dovevano essere all’incirca le quattro del mattino. Lei era ancora sul marciapiede, ma sembrava diversa, come sulle spine, disturbata da qualcosa.

Antonio dormiva di fianco a me. Mi alzai, dispiaciuto per quanto gli stavo togliendo: il calore dei corpi è prezioso per chi vive per strada; ma avevo assoluto bisogno di sgranchirmi le gambe. Mi stiracchiai e feci qualche passo verso la ragazza misteriosa. Lei si guardò i piedi, poi alzò la testa sentendo il rumore di una macchina in arrivo.

Le altre due lucciole rimaste si affrettarono a raggiungere il veicolo (un’orrenda Multipla blu) e lei non si mosse. L’uomo al volante dell’auto si fermò solo quando fu vicino a lei, e non degnò le altre d’attenzione. La portiera del passeggero si aprì e la ragazza guardò all’interno. Aveva inclinato la testa e fatto un sorriso al cliente, poi aveva detto qualcosa, probabilmente il prezzo del suo corpo, aveva fatto cenno di sì con la testa ed era salita in macchina. I suoi movimenti erano strani, studiati. Tornai a sedermi accanto ad Antonio. Lei era svanita nel nulla con il cliente della Multipla.

3

Un freddo cane

Dopo quel giorno non la vidi per un po’, ma continuavo a pensarci. Mi sembrava ancora una visione, devo ammetterlo.

Di solito nei giorni particolarmente freddi io ed Antonio dormivamo sotto quel ponte, ma quell’anno fummo fortunati: scoprimmo un palazzo abbandonato sfuggito ai controlli della polizia. Quell’edificio aveva un solo possibile futuro davanti, un futuro che ci ricordava dolorosamente il destino subito dalle nostre vite: la demolizione.

Sfruttammo quel provvidenziale riparo finché fu possibile. Eravamo in dieci: io e altri nove disgraziati come me. La pacchia durò meno di una settimana. Vennero a cacciarci e ci ritrovammo senza un tetto sulla testa, cosa che non ci stupì più di tanto.

Erano passati cinque giorni da quando avevo visto quella ragazza la prima volta e ora stavo tornando sotto il ponte dove lavorava. La cosa mi faceva piacere: speravo di rivederla.

Mi sono sempre incuriosito facilmente, e la mia curiosità è sempre stata diretta soprattutto verso le persone. Mi capita spesso di desiderare ardentemente di parlare con qualcuno visto per strada, perché a volte mi colpisce uno sguardo o un atteggiamento e vorrei sapere a chi appartiene, perché esiste, a chi è diretto. Certe volte mi sento quasi ossessionato dalla curiosità e finisco per fare lunghi discorsi con Antonio, distruggendo le sue povere orecchie e frantumando il suo disgraziato cervello. Faccio molte domande e spesso sono irritante, me ne rendo ben conto, ma mi piace studiare le persone e mi piace che le persone studino me, anche se questo non capita mai, purtroppo. Insomma, lei mi aveva colpito, volevo sapere le ragione di ogni cosa che avevo notato, dalle scarpe da corsa ai movimenti studiati.

E insomma io ed Antonio tornammo sotto il ponte e ci sistemammo con giornali e cartoni, ma faceva un freddo del diavolo. Io la cercavo con lo sguardo, ma vedevo solo le solite lucciole con i vestiti striminziti e le pellicce corte. Tenevano le giacche aperte per mostrare seni stretti in reggiseni di pizzo o di pelle. Erano ridicole così conciate in una notte del genere. Si stava anche alzando un vento bastardo, di quelli che ti entrano nelle ossa e ti fanno tirare giù dalla soffitta il classico vecchio adagio: Fa un freddo cane.

Cominciammo presto a tremare. In quelle condizioni di dormire non se ne parlava, almeno per me; Antonio invece prese quasi subito a russare come un trattore. Io osservavo il marciapiede e speravo di vedere lei. Aspettai un bel po’, in effetti, ma tanto che avevo da fare?

E poi arrivò. Una macchina accostò al marciapiede e ne scese lei. Sorrisi nel vederla: indossava un piumino bianco lungo fino alle ginocchia, pantaloni di velluto nero, anfibi neri e sciarpa nera. I capelli erano sciolti come la volta precedente. La trovai molto carina e la invidiai anche: il suo piumino doveva essere davvero caldo. Aveva in una mano una borsa e nell’altra quelle che sembravano banconote. Camminò nella mia direzione contando i soldi (eh si, erano decisamente banconote, ed erano tante), poi alzò gli occhi e mi vide. Si fermò, come fulminata da un pensiero e rimase ferma, con il vento che le sbatteva i capelli sul viso e lei che li scacciava inutilmente. Alla fine li riunì come in una coda di cavallo e li bloccò dentro il piumino. Saggia decisione.

Mi guardò di nuovo, si voltò e si allontanò in fretta verso il mondo civilizzato, lontano da barboni e prostitute. E comunque lei di certo non rischiava discriminazioni in giro per la città: tutto poteva sembrare, fuorché quello che era. Mi sentii solo quando la vidi scomparire, forse perché il suo era l’unico volto amico sveglio a quell’ora. Le notti invernali fredde e ventose fanno un po’ quest’effetto, ti fanno sentire abbandonato, solo al mondo. Non è una bella sensazione. Ci stavo riflettendo quando la vidi tornare. Aveva una busta in mano e si dirigeva verso me e Antonio. Aspettai di vedere cosa avesse intenzione di fare e nella mia testa vidi buio assoluto: che poteva volere da me?

Quando fu a pochi passi, vidi che i suoi occhi erano belli, castano chiaro, grandi ed espressivi. E aveva uno sguardo dolce nel quale mi parve di scorgere qualcosa di strano. Dolore?

«Salve» disse. E tirò fuori dalla busta una bottiglia di vetro.

«Ciao» risposi con fatica. Ero intirizzito dal freddo.

Sorrise e mi porse la bottiglia.

«Non avevano bicchieri di carta, mi spiace».

Allora capii (meglio tardi che mai!) che aveva comprato quella bottiglia per noi.

«Grazie, ma non ce n’era bisogno».

D’accordo, ero abituato all’elemosina, ma quel gesto mi aveva colto di sorpresa, e poi a malapena riuscivo a parlare. Lei divenne seria.

«Non fare lo stupido, fa un freddo cane! È vodka e spero sia abbastanza forte. Non mi intendo di alcolici, ma so che riscaldano e ho pensato che fosse l’unico rimedio. Non ci sono negozi di coperte aperti a quest’ora».

Sorrise. Avevo l’impressione che il suo corpo fosse irrigidito, come se avesse freddo anche lei e quasi faticasse a non battere i denti.

– «Grazie». – Non sapevo che altro dire; la guardavo e cercavo di scongelare il cervello per tirare fuori qualcosa di meglio, ma era proprio difficile. Mi sa che si capiva, perché lei aprì la bottiglia e me la mise in mano.

«Bevi e sbrigati, o ti congelerai. E anche il tuo amico».

Bevvi la vodka e subito cominciai a sentirmi di nuovo umano. Avrei voluto darne anche ad Antonio, ma mi dispiaceva non essere più solo con lei, così temporeggiai.

– «Sei stata davvero gentile».

– «Mi chiamo Rebecca».

– «Matteo». – Le allungai la mano e mi resi conto che come un deficiente non mi ero neppure alzato. Rimediai, ed Antonio mugolò, svegliandosi di soprassalto. – «Che cazzo è?» – sbraitò, ancora insonnolito. – «Cazzo, che freddo!» aggiunse in un moto di finezza. Io gli allungai la vodka sperando che bastasse a zittirlo, ma non funzionò quanto avevo sperato.

– «Oh, salve…». – Come al suo solito fece il gesto di levarsi un cappello che non aveva. Rebecca sorrise e non disse nulla.

Antonio bevve e si zittì. Mi sentivo in imbarazzo, non sapevo come comportarmi. Lei probabilmente se ne accorse, perché assunse una strana espressione e poi disse: – «Non avere tanti riguardi con me, sono solo una puttana, come quelle laggiù. So che mi hai vista, perciò è inutile prendersi in giro, no? Bevi e chiuditi quel cappotto, o morirai assiderato! Buonanotte».

Non feci neppure in tempo a rispondere, eppure volevo obiettare decine di cose ad ognuna delle sue affermazioni. Si allontanò con passo lento ed io le guardai la schiena. La mia dannata curiosità bruciava di una febbre in aumento. Perché si era presa tanto disturbo per noi? Comunque mi aveva appena salvato come minimo da una bronchite. Le dovevo qualcosa, e perdiana, mi sarei sdebitato, eccome.

[Continua…]

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2 Responses to Anteprima “Apri gli occhi”

  1. Roberta says:

    Grande Chiarè! :)))) ooooooooooo yessssssssssss!

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