La formula del gioco della guerra

Oriana Fallaci - Niente e così sia“Lo interrompo dicendo che la definizione della guerra me l’ha già data: un gioco per divertire i generali. Ora però deve darmi la formula del gioco.
“La formula è semplice” risponde subito posando Pascal. “Piantare pezzi di ferro nella carne dell’uomo. Grossi, piccoli, a punta, quadrati, rotondi, scheggiati. Purché siano pezzi di ferro e strazino e uccidano.”
“Non ferro allo stato naturale, però” aggiunge Derek. “Costruiti dall’intelligenza umana che è grande e va sulla Luna.”
François annuisce e prende una pallottolina color bronzo: due centimetri circa di lunghezza, mezzo centimetro circa di diametro. Me la mostra tenendola alta, fra il pollice e l’indice.
“Graziosa, vero? Elegante, direi. È una pallottola dell’M16. Una, una sola, basta ad uccidere un uomo: senza bisogno di sparare a raffica. Perché lei viaggia a una velocità molto vicina alla velocità del suono, e mentre viaggia è sempre al limite dell’equilibrio, e quando arriva non si ferma dentro la carne come una brava pallottola, no, e neanche attraversa un braccio o una gamba, no, lei si gira e si torce e strappa e taglia e ti vuota in pochi minuti di tutto il tuo sangue. Lo sai perché fra i vietcong ci sono così pochi feriti? Perché i vietcong restano generalmente feriti dall’M16 e perciò non restano a lungo feriti: muoiono sempre. Tieni, portala via con te, a New York, per ricordo. E ammirandola pensa che fu studiata a lungo, non gli riusciva trovar la polvere giusta ma poi la trovarono: è la polvere Dupont, perché la Dupont non lascia residui dentro il fucile…”
Prendo la pallottolina e l’ammiro. È fatta proprio bene. Chi l’avrà inventata? L’ha inventata un uomo. E un giorno quest’uomo s’è messo lì con la sua pazienza, la sua scienza, la sua fantasia, la sua tecnologia, e ha calcolato forma peso polvere velocità traiettoria momento d’impatto, e dopo tali calcoli egli ha fatto un disegno, e ha scritto un progetto, e ha offerto il progetto a un industriale. E l’industriale lo ha esaminato con interesse, e ha chiamato i suoi tecnici, e gli ha detto di realizzare la pallottolina per prova, ma in gran segreto perché un altro industriale non gli rubasse l’idea. E loro l’hanno fatto. Poi tutti contenti hanno portato la pallottolina all’industriale che l’ha guardata come se fosse uno smeraldo, uno zaffiro, e ha detto: ora vediamo se funziona. E c’è stato l’esame e la pallottolina è stata sparata. Su chi? Su cosa? Su un cane, su un gatto, su un pezzo di lamiera? Certo non su un uomo. Io avrei scelto un uomo: l’inventore, ad esempio, o lo stesso industriale, o tutti e due. Invece sia l’inventore che l’industriale sono rimasti intatti, e l’industriale ha riunito intorno a un tavolo di mogano il suo consiglio di amministrazione, e ha mostrato la pallottolina, e ha proposto di brevettarla e produrre milioni di miliardi di pallottoline per l’esercito che le avrebbe usate in Vietnam. E il consiglio di amministrazione ha approvato. Sicché guardala questa fabbrica piena di operai che costruiscono pallottoline, i bravi operai del proletariato difeso da Marx, protetto dai sindacati, i bravi operai che non hanno mai colpa, la colpa è degli industriali e basta, gli operai poverini non fanno che eseguire gli ordini, devono pur guadagnare, mantenere la famiglia, comprarsi l’automobile a rate, no? Hanno forse il tempo e il modo di porsi problemi morali, eh? E costruiscono pallottoline. Laboriosi, compunti, attenti a scartare le pallottoline che non riescono bene, se la pallottolina è imperfetta non strappa non taglia non vuota di tutto il suo sangue l’ometto giallo che se la becca a vent’anni. O l’ometto bianco, o l’omone nero. Perché queste pallottoline ce l’hanno anche gli altri, si fanno anche a Mosca, e a Pechino, dove non le ordina un industriale, le ordina lo Stato, che è proprio lo stesso, e anche gli operai sono proprio gli stessi, magari ancor più diligenti, ancor più obbedienti, e un giorno io voglio visitare una fabbrica di pallottoline: a Chicago o a Kiev o a Shangai. E voglio guardarli in faccia, tutti: operai, direttori, industriali. E infine voglio guardare in faccia l’inventore perché lui è il più bello, il più importante: suo padre inventò la ghigliottina e suo nonno inventò la garrotta. Suo padre era un bravuomo e suo nonno era un bravuomo e anche lui è un bravuomo, ne sono certa: è un buon cittadino e un marito fedele e un papà affettuoso. E se vive a Chicago o a New York o a Los Angeles è anche un cristiano molto devoto. E se è cattolico, la domenica mattina va a Messa e il venerdì mangia pesce. E se è iscritto alla Società Protettrice degli Animali scrive lettere per protestare contro la strage delle foche a Bergen e Halifax. “Egregio signor sindaco, con profondo orrore ho letto la strage che ogni stagione avviene nella sua città dove piccole foche inermi, foche neonate, vengono sottoposte all’atroce supplizio della scuoiatura quando sono ancora vive, sotto gli occhi inorriditi delle madri che vengono accecate e poi usate per giocare a palla…” E sua moglie dirà che non indosserà mai più una pelliccia di foca. Voglio conoscere anche lei, perché voglio regalarle una collana fatta con le pallottoline inventate da suo marito, e chiederle di portarla con la pelliccia di foca: ci va bene insieme”.

(Oriana Fallaci)
(da: “Niente e così sia”)

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Della stessa autrice:

Leggi la recensione di Niente e così sia e un altro estratto: Niente e così sia

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2 Responses to La formula del gioco della guerra

  1. Alfrhaed says:

    Questo è uno dei testi più belli scritti contro la follia della guerra… l’immensa ipocrisia di un sistema.. dove tutti sono complici… è uno di quei pezzi che colpiscono bello forte.. come un colpo assestato allo stomaco..
    importanti..necessari.. e, nonostante tutti i detrattori che ha la Fallaci (e alcune volte anche per “merito” suo), un testo scritto molto bene…

  2. Beh, colgo l’occasione per dirti grazie! Grazie a te conosco questo pezzo…! E mi sono procurata il libro da cui è tratto. Lo leggerò presto e chissà che non pubblichi poi qualche altro estratto!

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