“Scrivi e Vinci”, 4° Edizione

scrivi-e-vinciOggi, 11 novembre, inizia la 4° edizione di “Scrivi e vinci”. In palio una copia del mio primo libro:  L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia.
Anche questa volta vi propongo un incipit e starà a voi scrivere una continuazione e conclusione della storia, secondo la vostra fantasia.

Ecco tutto quello che vi serve sapere per partecipare:

1. Le continuazioni dovranno essere inviate entro il 15 dicembre 2010.

2. Si può partecipare anche con più continuazioni.

3. La lunghezza massima della continuazione è di 10000 caratteri (cifra orientativa).

4. Il concorso è aperto a tutti, ma visto che il suo scopo è quello di diffondere il mio libro, chi l’ha già vinto durante la prima e seconda edizione di “Scrivi e vinci” non potrà vincerlo una seconda volta. Comunque le continuazioni migliori saranno segnalate.

5. Le continuazioni del racconto possono essere inviate via e-mail all’indirizzo chiaravitetta1985@gmail.com, oppure pubblicate come commento a questo post.

6. Il vincitore sarà avvisato tramite un’e-mail inviata all’indirizzo che rilascerà al momento dell’inserimento del commento o, per chi invierà la propria continuazione in privato, all’indirizzo che indicherà.

7. Il 17 dicembre verrà pubblicato un post con il racconto completo, composto dalla prima parte scritta da me e dalla continuazione migliore tra quelle inviate da voi. Il racconto completo sarà successivamente inserito nella pagina dedicata a “Scrivi e Vinci”.

8. Il vincitore si aggiudicherà una copia de: “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia”. Il libro arriverà direttamente a casa del vincitore, con autografo e dedica. Le spese di spedizione saranno a mio carico.

Essere scrittori in Italia è difficile, e gli scrittori emergenti hanno bisogno di fiducia da parte dei lettori. Partecipare a questo concorso significa impiegare del tempo e fare un po’ di fatica, e questo è un modo come un altro per guadagnarsi un libro. Insomma, è come pagarlo, se ci pensate. Il pagamento che vi chiedo ha più valore del denaro: è il vostro tempo ed è il coraggio di mettersi in gioco. Ricordate che scrivere deve essere per prima cosa un piacere.

Divertitevi!

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Un ometto sui sessant’anni, tarchiato e con gli occhiali spessi, spazzava il pavimento della biblioteca comunale in una piovosa sera di settembre.

Eppure quel pavimento, così come tutto ciò che era parte della biblioteca, aveva praticamente già smesso di appartenere al comune, e l’ometto aveva già perso quel lavoro. Da qualche ora, infatti, era disoccupato.
Occuparsi di tenere pulita e in ordine la biblioteca era stato il suo lavoro per 22 anni, e staccarsene gli risultava doloroso, quasi straziante. Era per quella ragione che stava pulendo il pavimento con cura per l’ultima volta, passando con attenzione la scopa anche negli angoli più improbabili. La bibliotecaria l’aveva guardato in modo strano, quella sera, prima di uscire per l’ultima volta dall’edificio. Non capiva perché mai bisognasse prendersi il disturbo di pulire e mettere in ordine quando il giorno dopo tutto ciò che per loro era stato il luogo di lavoro di una vita, sarebbe passato in mani altrui.
Un certo signor Vattelappesca (né la bibliotecaria né l’ometto con gli occhiali avevano voluto mettersi in mente il nome di quell’uomo) aveva deciso che quelle mura cariche di scaffali strabordanti di libri di ogni genere avrebbe dovuto essere sua e l’aveva acquistata senza pensarci due volte. Il comune aveva cercato di opporsi per varie ragioni, ma la cifra offerta aveva troppi zeri, così la biblioteca era stata venduta.
La cosa strana era che il signor Vattelappesca aveva preteso di comprare la biblioteca con dentro tutto ciò che c’era, dai libri ai computer fino ad arrivare agli schedari. Cosa voleva fare di tutta quella roba? Niente, probabilmente. Da uomo eccentrico e molto ricco quale era, probabilmente aveva fatto quell’avventato acquisto solo per potersene vantare. O almeno, questa era la rapida conclusione a cui l’ometto con gli occhiali era giunto.
La bibliotecaria davvero non capiva, non riusciva a credere che Vattelappesca avesse voluto la biblioteca con tutto dentro solo come trofeo. Che diamine di trofeo sarebbe una biblioteca? Ma l’ometto con gli occhiali era troppo arrabbiato per essere lucido, pensava solo che non avrebbe più spazzato il pavimento di marmo di cui conosceva ogni angolo, né camminato tra le file interminabili di scaffali carichi di libri, né respirato il profumo della carta. Il silenzio, poi, come gli sarebbe mancato! Ogni tanto sedeva nella sua zona preferita, tra gli scaffali colmi di vecchie enciclopedie che ormai quasi nessuno più consultava, e ascoltava il denso silenzio dei libri. La sensazione di pace lo inebriava e gli permetteva di tornare a casa calmo e rilassato, pronto a gestire eventuali problemi familiari o economici nella miglior disposizione d’animo possibile.
E adesso quelle mura che tanto amava sarebbero state del signor Vattelappesca, maledetto a lui! Almeno se avesse mantenuto la funzione della biblioteca lui avrebbe potuto tornarci da visitatore, ma non era così. Era giunta voce che l’uomo volesse tenere quel luogo tutto per sé, una sorta di biblioteca privata contenente la bellezza di 14000 volumi. A cosa gli servivano tutti quei libri? Non sarebbero bastate due vite per leggerli tutti!
L’ometto con gli occhiali finì di spazzare e si fece coraggio: ripose la scopa e la paletta, spense le luci, prese le chiavi dalla tasca dei pantaloni e uscì. Quella sera era stato incaricato di chiudere la biblioteca.
Sulla porta, proprio mentre stava per infilare la chiave nella serratura, si imbatté nel signor Vattelappesca. Avrebbe voluto stringergli le mani al collo, prenderlo a schiaffi o dargli un pugno sul muso, così, per cominciare. Invece non fece nulla di tutto questo. Si scostò dalla porta, mugugnò un “Buonasera” di circostanza e andò per la sua strada.
Il signor Vattelappesca ricambiò il saluto ed entrò nella sua biblioteca.
Il profumo dei vecchi libri custoditi nell’edificio lo colpì facendogli sbocciare sul viso un sorriso da bambino. Forse molti credevano che quella piccola follia che aveva fatto fosse un capriccio o una stravaganza, qualcosa di cui vantarsi con i suoi straricchi amici snob, ma non era così.
Accese le luci e camminò tra i libri fino a raggiungere un posto preciso. Davanti allo scaffale in cui facevano mostra di sé delle bellissime vecchie edizioni dei libri di Oscar Wilde, scrittore che lui amava molto, si fermò, chiuse gli occhi e pianse.
Era lì che 82 anni prima, all’età di 7 anni, la sua vita aveva veramente avuto inizio…

Cosa è accaduto al signor Vattelappesca all’età di 7 anni in quell’angolo della biblioteca?

concorsi letterari

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Leggi il racconto completo

 

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3 Responses to “Scrivi e Vinci”, 4° Edizione

  1. Davide Manca says:

    Ricordava ancora fin troppo bene quel giorno. Quel maledettissimo giorno. Ci pensava mentre le lacrime scendevano dalle ciglia dei suoi occhi che si inarcavano facendo oscillare la sua espressione tra il dolore e la nostalgia. Continuava a guardare fisso quell’angolo in cui risaltavano i polverosi volumi de “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, “Salomè”, “Il fantasma di Canterville”, “Ravenna”. Il tempo si era fermato. Tutto era cambiato lì fuori, ma non là dentro. Nella vecchia biblioteca comunale ogni sensazione che aveva provato ottantadue anni prima era rimasta immutata, cristallizzata: l’odore stantìo della carta dei libri impolverati, le vecchie scrivanie, scavate dal tempo e da ragazzi impertinenti che incidevano i loro nomi o le loro cazzate; il pavimento in marmo ormai graffiato dai passi di intere generazioni che ci andavano per studiare, per evadere dalla caotica realtà urbana o perchè no, talvolta anche per appartarsi, dato che non era mai troppo frequentata. Specialmente negli ultimi anni. Tutto era rimasto uguale, persino il muro. In quasi un secolo non avevano mai cambiato il colore della vernice usata per ritinteggiare: sempre lo stesso giallognolo pallido e smorto; un colore a cui era inevitabile, per lui, associare quello di chiazze rosso sangue. Almeno da quando aveva compiuto sette anni, il giorno del suo compleanno.
    Si sfregò gli occhi con le mani rugose e si ricompose sistemando il colletto della camicia e la giacca. Si ricordò che in quel momento stava festeggiando il suo compleanno, solitario come da almeno quarant’anni a questa parte. Non era mai stato veramente solo, per carità, ma la gente non gli era mai interessata, anzi la disprezzava. L’amicizia non la vedeva come un valore, ma come semplice utilità. Di tutte le donne che aveva avuto non ne aveva amata nemmeno una. Al funerale di sua madre non si era nemmeno presentato. Quello che contava per lui era il suo lavoro, la sua immagine, sè stesso soprattutto. Aurelio Messina, ottantanove anni, maggiore azionista di una prestigiosa impresa edile, colto e rispettato da chiunque, uno degli uomini più potenti della città, se non della regione. E doveva tutto a sè stesso. E a quel posto. Lì aveva imparato la lezione più importante della sua vita: non fidarsi mai di nessuno, nemmeno dei propri familiari e farcela da soli. In tutto. Grazie a questo aveva potuto farsi quel meraviglioso regalo.
    Si avvicinò allo scaffale e prese “Il ritratto di Dorian Gray”, lo stesso che stava leggendo quel giorno. Si sedette su una seggiola di fronte e lo iniziò a sfogliare. Lo faceva tutti gli anni, il giorno del suo compleanno. Ad un tratto sollevò il viso e il suo sguardo si posò su un fascio littorio ancora appeso alla parete dal periodo fascista. Mai tolto. La sua mente non potè fare a meno di evocare il momento in cui tutto cominciò. Così fortemente e realisticamente. Rivivette tutto.
    Era il 1928; Giovanni Messina, suo padre, lavorava in quella stessa biblioteca. Uomo giovane, di vedute aperte dal pensiero progressista e ideali antifascisti. Ex-tesserato al PCI solo per repressione del regime. Spingeva il figlio a credere in valori veri, i suoi stessi valori di libertà e uguaglianza e ad acculturarsi già dalla più tenera età per combattere l’ignoranza alla base della prepotenza, permettendogli di leggere qualsiasi libro. Lo amava. Ed era un padre perfetto in tutto, tranne per la vigliaccheria. Quel giorno infatti, un gruppo di brigate nere entrò nella biblioteca poco prima di Aurelio. Il loro obiettivo era prelevare il presunto cospiratore ricercato dal regime per istigazione alla rivolta, Giovanni Messina. Il bambino, terrorizzato dal loro aspetto con i loro vestiti neri, i berretti simili a quelli frigi, le luger e i manganelli nelle mani e dalla loro aria decisa, si nascose quasi istintivamente dietro ad uno dei pilastri portanti che reggevano l’ampia volta dell’entrata. Non dovevano essere lì. Papà diceva che erano pericolosi. Che erano uomini cattivi. Tirò un sospiro e quasi trattenendo il fiato si sporse, ma non riuscì a vedere che una folla di persone intente ad uscire velocemente sotto gli ordini urlati dagli squadristi. Si girò lentamente, tremante, tenendo un solo occhio al di fuori del pilastro: una scena agghiacciante. Suo padre, piangente in ginocchio che stringeva la base degli stivali al caposquadriglia. La sua promessa di vendere loro sua moglie e suo figlio pur di non morire. L’uomo che ammirava, suo padre, il suo maestro, il suo amico morivano ancora prima che partisse un colpo di pistola. Poi il sangue. Proprio lì di fronte a dove era seduto lui adesso, con lo stesso libro che reggeva in mano in quel momento. Il freddo era lo stesso, un brivido intenso dentro sè stesso; l’odore era lo stesso, acre e soffocante.
    Il ricordo si dissolse con un leggero tremolio del labbro, trasalì. Dopo essersi asciugato la fronte ancora aggrottata con un fazzoletto volse lo sguardo per terra, sospirò ancora e pensò: “Domani sarà tutto finito. Domani distruggerò ogni ricordo, ogni cosa. Non mi interessa cosa diventerà, sono stanco di quest’incubo.” Era così che progettava la fine del suo dono e della sua dannazione. Da ottantadue anni, più di quanto avesse mai sperato di vivere, voleva solo cancellare quel luogo ed il suo ricordo dalla sua mente e ora avrebbe potuto farlo; aveva svenduto tutto per farlo, compresa la propria coscienza. Ma non ci riuscì.
    Aurelio Messina, brillante imprenditore e uomo di punta del panorama sociale venne trovato morto quella notte all’uscita della vecchia biblioteca comunale, colpito più volte da un’oggetto contundente con una violenza inaudita. L’aggressore si costituì quella stessa notte: Andrea Presenti, sessantadue anni, un ometto tarchiato e con gli occhiali spessi, di professione addetto alle pulizie della biblioteca, divorziato da tre giorni e con un avviso di sfratto a breve termine. Era stato licenziato quello stesso giorno, ed era troppo vecchio per riavere un qualsiasi altro posto di lavoro. Ancora non si rendeva conto di ciò che aveva fatto.

  2. Antonino Cervettini says:

    Fino ad allora la sua era stata l’esistenza felice di un fanciullo che aveva avuto la buona sorte di nascere presso una delle famiglie borghesi più facoltose del luogo. Suo padre aveva fatto fortuna con il commercio di legnami e man mano che le disponibilità finanziarie erano cresciute si era preoccupato di investire saggiamente tutta quella mole di danaro che quotidianamente varcava la soglia metallica della cassaforte dell’azienda. Così, dopo avere garantito il benessere e una ricca dote a figli, nipoti e pronipoti fino alla settima generazione, l’augusto genitore aveva cominciato a guardarsi intorno per togliersi, per così dire, qualche soddisfazione personale. Datosi che l’uomo non era propriamente quello che si dice un intellettuale, avendo a malapena terminato le scuole dell’obbligo, non aveva dimenticato gli sguardi di sufficienza che aveva dovuto sopportare e i commenti velenosi della cerchia più ristretta di gente che contava in società, che in realtà mal sopportava che quell’incolto buzzurro fosse riuscito ad avere tanto successo. Aveva così deciso di entrare da un altro ingresso nel coté culturale cittadino. Non appena era circolata la notizia che un debosciato di nobilastro caduto in disgrazia aveva messo in vendita la biblioteca privata più grande e fornita che mai nessuno avesse visto, per fare fronte alle frotte di creditori che oramai lo tampinavano da presso, subito decise che doveva comprarla. D’altro canto non era forse anche merito suo, che forniva la materia prima, se tutti quei suoi superbi concittadini potevano dilettare l’intelletto con tanti bei libri di ogni genere e natura? In men che non si dica concluse l’affare con grande soddisfazione di tutti: sua che adesso poteva guardare lui dall’alto in basso la schiera di saccenti che lo deridevano di nascosto, del barone che si era tolto di dosso quelle zecche fastidiose dei creditori senza rispetto, di sua moglie che aveva trovato un intero scaffale di libri dedicati al bon ton, all’etichetta e al corretto modo di comportarsi in società ma soprattutto del figliolo che pur avendo solo cinque anni si era subito innamorato di quel luogo senza tempo e aveva preso a passarci le sue giornate sfogliando tutto ciò che conteneva disegni e illustrazioni, non sapendo il tapino ancora leggere. Neanche un anno dopo però, già aveva cominciato a frequentare le scuole pubbliche, consumava i pomeriggi leggendo qualunque cosa gli passasse per le mani. Al momento preferibilmente testi non troppo voluminosi che asportava dai ripiani bassi degli scaffali, non arrivando a raggiungere quelli più alti del suo metro e spiccioli di statura. A sette anni non ancora compiuti aveva già divorato tutta la letteratura romantica tedesca, da Schiller a Goethe, francese con i vari Victor Hugo e Chateaubriand e si apprestava a rivolgere la sua famelica attenzione a quella inglese. Era completamente assorbito dalla ricerca dell’assoluto e del sublime e rifuggiva dagli autori italiani che riteneva troppo provinciali. Rovistando nello scaffale degli scrittori britannici alla ricerca di Byron e Shelley si era, però, imbattuto in un libro insolito che l’aveva colpito molto, neanche lui avrebbe saputo dire perché: ” Il delitto di Lord Arthur Savile”. Fino a quel momento non aveva nutrito nessun interesse per argomenti che non fossero strettamente romantici ma quella parola, “delitto”, lasciata sapientemente cadere dall’autore nel titolo del volumetto aveva ottenuto l’effetto di ingolosire il nostro piccolo mostro tritura-libri come un gelato al pistacchio nel bel mezzo di un’afosa giornata d’agosto. L’aveva aperto con curiosità, sfogliato distrattamente prima e poi letto avidamente fino all’ultima parola, irretito dall’atmosfera cupa e decadente così controcorrente in quel lontano 1928, dal personaggio del chiromante, dal crimine predetto e quasi causato dallo stesso vaticinio come una profezia che si auto-avvera. Insomma, un vero colpo di fulmine letterario per lui, l’autore: Oscar Wilde. Completamente dimentico dei vari Shelley, Byron e compagnia cantante aveva cercato tutto ciò di costui che c’era negli scaffali. “Il ritratto di Dorian Gray”, “Salomé”, “Il fantasma di Canterville”,”A house of pomegranates” in lingua originale (come avrebbe fatto a leggerlo?!?) e “Poesia in prosa”. Ce n’era abbastanza da impegnarlo per tutta la settimana almeno. Sua madre lo osservava attenta da un po’ di tempo. Intendiamoci, era più che contenta che il figlio dimostrasse un interesse così marcato per la lettura e per lo studio. Solo non voleva che conducesse quel ritmo forsennato, da integralista della conoscenza. Tutto sommato era ancora solamente un bambino che avrebbe dovuto avvertire piuttosto il bisogno di compagni di giochi con i quali trascorrere il suo tempo libero. Ma tant’è. Il figliolo era contento così. Lo sentiva rincasare fischiettando, i libri che aveva preso dalla biblioteca raccolti con una cordicella e tenuti a tracolla, che saliva i gradini dello scalone principale a due a due andandosi a ficcare ilare come una pasqua nella sua stanza che si trovava proprio sopra i locali della grande cucina. Ne discendeva solamente a ora di cena ma doveva essere chiamato perché neanche si accorgeva del tempo che passava. Con questa benevola predisposizione d’animo aveva accennato al suo passatempo a una compagna di scuola figlia del podestà cittadino, che era anche l’unico altro suo interesse non letterario e lei aveva condiviso il suo entusiasmo per quegli scritti. Si ritrovavano spessissimo al chiuso della biblioteca, nel settore della letteratura britannica, a parlare di questo e di quello. Lui sentiva che era dotata della sua stessa sensibilità e non desiderava altro che passare il suo tempo con lei, in quel luogo meraviglioso, circondato dai loro amici di carta. Nel 1933, però, quello che fino ad allora non era stato un problema per nessuno, anzi che nessuno si era mai peritato di approfondire perché privo di qualunque interesse divenne invece una questione fondamentale, dirimente. Addirittura, col tempo, di vita o di morte: essere ariani o ebrei. Malauguratamente era ebreo e questo, scoprì con sorpreso disappunto, non era corretto. La giovane smise di frequentarlo con la scusa che, diventata ormai signorina, non stava bene che andasse in casa dei ragazzi, anche se amici d’infanzia. Dopo il 5 settembre 1938 nessuno più frequentava casa sua e lui non poteva più frequentare le scuole pubbliche. Venne fuori che in famiglia coltivavano letture decadenti e che suo padre fosse un pericoloso sovversivo così, prima che il governo lo destinasse al confino, erano scappati in Svizzera e da lì nell’amata Inghilterra con le poche risorse che erano riusciti a sottrarre alla rapace violenza delle squadracce. La vita divenne per loro molto dura e difficile e l’amata madre non sopravvisse alle ristrettezze e agli stenti ai quali non era più abituata. Il padre la seguì dopo neppure sei mesi. Morto di crepacuore, aveva sentenziato il dottore con professionale distacco. Era rimasto solo. La rabbia, fino ad allora covata come un amico silenzioso e fedele, gli era esplosa fragorosamente nelle tempie, nel petto, nelle membra. Assunse una determinazione feroce: avrebbe fatto qualunque cosa, anche un patto col demonio, per fargliela pagare cara a quei maledetti assassini che lo avevano privato dei suoi affetti. Si gettò a capofitto da un’impresa all’altra. Entrò nel commercio, qualcosa aveva pur imparato dal padre, e divenne un ricco mercante d’arte. Nel frattempo, oramai si era nel tardo dopoguerra, a casa sua in Italia era successo di tutto. Il podestà era incappato, travestito alla meno peggio, in una pattuglia di partigiani che l’avevano riconosciuto; aveva cercato lo stesso di scappare ma la raffica era stata più lesta e impietosa. Della figlia, poverina, seppe che era stata vista in una casa chiusa dove, forse, voleva scontare peccati non suoi in una personale discesa agli inferi. Lì s’era ammalata ed era morta a neanche trent’anni. Molti dei suoi concittadini, poi, avevano avuto morti in guerra, case distrutte e vite spezzate. La voglia di vendetta svaporò così come gli era montata. Si lasciò vivere per anni e anni, cercando solo il modo di dimenticare l’orrore. Un giorno, infine, aveva deciso di lasciarsi morire e che il posto giusto potesse essere solo uno, la sua biblioteca. Per questo l’aveva ricomprata così com’era, a dieci volte il suo valore. Ora era lì, nel suo angolo preferito, in compagnia dei suoi vecchi amici e dei suoi fantasmi. Sedette per terra e chiuse gli occhi. Per sempre. L’indomani mattina l’ometto con gli occhiali, che era tornato per consegnare le chiavi che aveva dimenticato di restituire, lo trovò in quella medesima posizione, un sorriso come di sollievo stampato in faccia. Lo riconobbe dai vestiti ma né lui né nessun altro si capacitò di come potesse essere lui, l’uomo che giaceva supino sul pavimento della biblioteca, un vecchio di almeno novant’anni, lo stesso individuo che non ne dimostrava nemmeno trenta entrando la sera prima.

  3. Ciao Antonino,
    grazie di aver partecipato. 🙂

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