Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 4° Edizione

premio-scrivi-e-vinciLa 4° Edizione di “Scrivi e vinci” è andata molto bene. Complice la pubblicità fatta tramite Concorsiletterari.net, i partecipanti sono stati molti. Mi sono accorta, leggendo le continuazioni partecipanti, che questa edizione è stata particolarmente difficile. Non mi rendo mai bene conto di quanto alcuni “paletti” imposti mettano in difficoltà i partecipanti. Molti non hanno pensato, ad esempio, che sarebbe stata poco plausibile una storia d’amore del signor Vattelappesca, vista la giovane età che il protagonista aveva al momento della svolta della sua vita. Date le molte difficoltà di alcuni degli incipit proposti (credo che i più difficili siano stati il 1° e il 4°) ho preparato, per la prossima (e probabilmente ultima) edizione di “Scrivi e vinci”, un incipit molto libero e semplice. Curiosi? Tornate a trovarmi nei prossimi mesi e potrete soddisfare questa sacrosanta curiosità. Viste le difficoltà, vanno a tutti i partecipanti particolari complimenti per aver tentato lo stesso, mettendosi alla prova nonostante le mie grandi pretese.

Devo dire che la vincitrice, Loredana Corsello, se l’è cavata benissimo. Ha scritto una bellissima continuazione dando anche un titolo, seppure non fosse richiesto, che trovo vada benissimo: Sebastiano Melmoth, ovvero il nome di quello che la bibliotecaria e l’ometto con gli occhiali si ostinano a chiamare “Signor Vattelappesca”. La continuazione di Loredana è perfetta, sia perché si accorda bene con il mio incipit, sia perché è scritta in modo ottimo. Faccio i miei complimenti a Loredana, il cui meritato premio è al momento in viaggio.

E adesso non mi resta che augurarvi buona lettura ed invitarvi a dare un parere sul racconto completo.

Sebastiano Melmoth

Un ometto sui sessant’anni, tarchiato e con gli occhiali spessi, spazzava il pavimento della biblioteca comunale in una piovosa sera di settembre.
Eppure quel pavimento, così come tutto ciò che era parte della biblioteca, aveva praticamente già smesso di appartenere al comune, e l’ometto aveva già perso quel lavoro. Da qualche ora, infatti, era disoccupato.
Occuparsi di tenere pulita e in ordine la biblioteca era stato il suo lavoro per 22 anni, e staccarsene gli risultava doloroso, quasi straziante. Era per quella ragione che stava pulendo il pavimento con cura per l’ultima volta, passando con attenzione la scopa anche negli angoli più improbabili. La bibliotecaria l’aveva guardato in modo strano, quella sera, prima di uscire per l’ultima volta dall’edificio. Non capiva perché mai bisognasse prendersi il disturbo di pulire e mettere in ordine quando il giorno dopo tutto ciò che per loro era stato il luogo di lavoro di una vita, sarebbe passato in mani altrui.
Un certo signor Vattelappesca (né la bibliotecaria né l’ometto con gli occhiali avevano voluto mettersi in mente il nome di quell’uomo) aveva deciso che quelle mura cariche di scaffali strabordanti di libri di ogni genere avrebbe dovuto essere sua, e l’aveva acquistata senza pensarci due volte. Il comune aveva cercato di opporsi per varie ragioni, ma la cifra offerta aveva troppi zeri, così la biblioteca era stata venduta.
La cosa strana era che il signor Vattelappesca aveva preteso di comprare la biblioteca con dentro tutto ciò che c’era, dai libri ai computer fino ad arrivare agli schedari. Cosa voleva fare di tutta quella roba? Niente, probabilmente. Da uomo eccentrico e molto ricco quale era, probabilmente aveva fatto quell’avventato acquisto solo per potersene vantare. O almeno, questa era la rapida conclusione a cui l’ometto con gli occhiali era giunto.
La bibliotecaria davvero non capiva, non riusciva a credere che Vattelappesca avesse voluto la biblioteca con tutto dentro solo come trofeo. Che diamine di trofeo sarebbe una biblioteca? Ma l’ometto con gli occhiali era troppo arrabbiato per essere lucido, pensava solo che non avrebbe più spazzato il pavimento di marmo di cui conosceva ogni angolo, né camminato tra le file interminabili di scaffali carichi di libri, né respirato il profumo della carta. Il silenzio, poi, come gli sarebbe mancato! Ogni tanto sedeva nella sua zona preferita, tra gli scaffali colmi di vecchie enciclopedie che ormai quasi nessuno più consultava, e ascoltava il denso silenzio dei libri. La sensazione di pace lo inebriava e gli permetteva di tornare a casa calmo e rilassato, pronto a gestire eventuali problemi familiari o economici nella miglior disposizione d’animo possibile.
E adesso quelle mura che tanto amava sarebbero state del signor Vattelappesca, maledetto a lui! Almeno se avesse mantenuto la funzione della biblioteca lui avrebbe potuto tornarci da visitatore, ma non era così. Era giunta voce che l’uomo volesse tenere quel luogo tutto per sé, una sorta di biblioteca privata contenente la bellezza di 14000 volumi. A cosa gli servivano tutti quei libri? Non sarebbero bastate due vite per leggerli tutti!
L’ometto con gli occhiali finì di spazzare e si fece coraggio: ripose la scopa e la paletta, spense le luci, prese le chiavi dalla tasca dei pantaloni e uscì. Quella sera era stato incaricato di chiudere la biblioteca.
Sulla porta, proprio mentre stava per infilare la chiave nella serratura, si imbatté nel signor Vattelappesca. Avrebbe voluto stringergli le mani al collo, prenderlo a schiaffi o dargli un pugno sul muso, così, per cominciare. Invece non fece nulla di tutto questo. Si scostò dalla porta, mugugnò un “Buonasera” di circostanza e andò per la sua strada.
Il signor Vattelappesca ricambiò il saluto ed entrò nella sua biblioteca.
Il profumo dei vecchi libri custoditi nell’edificio lo colpì facendogli sbocciare sul viso un sorriso da bambino. Forse molti credevano che quella piccola follia che aveva fatto fosse un capriccio o una stravaganza, qualcosa di cui vantarsi con i suoi straricchi amici snob, ma non era così.
Accese le luci e camminò tra i libri fino a raggiungere un posto preciso. Davanti allo scaffale in cui facevano mostra di sé delle bellissime vecchie edizioni dei libri di Oscar Wilde, scrittore che lui amava molto, si fermò, chiuse gli occhi e pianse.
Era lì che 82 anni prima, all’età di 7 anni, la sua vita aveva veramente avuto inizio.

Di quel che era stato fino al giorno del suo settimo compleanno, Sebastiano aveva ricordi vaghi.
Aveva sempre vissuto con la zia, o quasi: sua madre l’aveva abbandonato quand’era molto piccolo. Di suo padre, un ricco inglese di passaggio, solo poche notizie: Mr Melmoth aveva sedotto la mamma con i suoi modi da Lord, per alcuni mesi i due avevano condiviso un piccolo appartamento vicino alla stazione, poi lui aveva iniziato a bere e giocare, e un giorno se n’era tornato a Reading.
Per i primi anni, la vita di Sebastiano era stata vuota e triste, anche se la zia era sempre stata affettuosa e dolce con lui. Crescendo, le aveva chiesto spesso di parlargli dei suoi genitori, ma lei ogni volta gli aveva narrato ben poco. Gli occhi neri di sua sorella Erlina avevano stregato Mr Melmoth. Era bellissima e molto colta; adorava uno scrittore inglese di cui conosceva quasi a memoria moltissime opere. Un giorno, quando Sebastiano era ancora nel suo grembo, la zia l’aveva vista piangere leggendo una ballata sulle carceri inglesi; si diceva che avesse scelto il nome da dare a suo figlio proprio quel giorno.
Era scappata via lasciando soltanto una scatola di cartone da consegnare a Sebastiano quando avesse avuto l’età per leggere e capire.
Il tempo passava e il bambino si era rivelato sempre più in gamba e precoce. A cinque anni sapeva già leggere e far di conto e così, giunto il giorno del suo settimo compleanno, la zia, rispettando la volontà di sua sorella, gli aveva affidato la famosa scatola. Dentro vi erano un ventaglio di seta scura con un intreccio di fiori dipinto su un lato, e un biglietto ripiegato il cui testo era davvero sibillino. Sembrava l’indizio di una caccia al tesoro.

Ogni uomo uccide ciò che ama, alcuni con uno sguardo amaro, altri con una parola lusinghiera, il codardo con un bacio, il coraggioso con la spada.
Alcuni uccidono l’amore.
Eravamo imbarcazioni che s’incrociano nella tempesta. Poi fui sola. Soltanto tu, mio unico bene, mi restavi, ma depressa e confusa non ebbi la forza d’allevarti.
Cerca tra le righe del poeta stravagante che sapeva resistere a tutto tranne che alle tentazioni, e troverai le risposte.
Mostra questo ventaglio al custode della biblioteca. Lui ti guiderà.

Sebastiano non ci aveva pensato su due volte: doveva andare subito in biblioteca. La zia non aveva alcuna voglia d’uscire quella mattina, ma il bambino aveva continuato a insistere e la povera donna infine aveva ceduto.
L’odore tra gli scaffali era stantio, il vecchio custode, un tipo rugoso e curvo, aveva accolto freddamente i due visitatori, ma quando Sebastiano gli aveva mostrato il ventaglio, l’uomo si era illuminato. Preso il bambino per mano, lo aveva guidato fino alla zona dedicata alle opere di Oscar Wilde.
Sebastiano era impallidito. Da dove iniziare? Troppi libri e troppo in alto! Come avrebbe potuto scovare altri indizi per proseguire la sua caccia al tesoro, se di questo si trattava? Ma era scaltro e attento: la zia aveva parlato spesso di quella ballata sulle carceri inglesi, perché non iniziare da lì? Così aveva chiesto al vecchio di cercarla per lui. Questi aveva sorriso: Sebastiano era in gamba, aveva decretato, era proprio quello il libro che la ragazza dai capelli neri come penne di corvo s’era raccomandata di consegnargli per primo. Il volume sembrava antico. Il custode gli aveva suggerito di leggere anche la prefazione dedicata alla vita dell’autore, poi aveva invitato Sebastiano a tornare: sembrava avesse ancora qualcosa per lui.
Giunto a casa, Sebastiano si era immediatamente isolato trascorrendo l’intera giornata a leggere.
La prima cosa che l’aveva colpito era stato quel nome nel titolo della famosa ballata: Reading. Possibile che si trattasse della stessa cittadina nella quale viveva suo padre? Proseguendo nella lettura aveva capito d’essere sulla buona strada: le parole iniziali del biglietto di sua madre erano state tratte proprio da quel testo.
Cosa significava? Come avrebbe dovuto interpretarle? Aveva quindi scorso velocemente la prefazione volando tra le righe, finché si era fermato di colpo come chi, dopo una corsa a perdifiato, si trovi di fronte a un precipizio. Scoprire quale pseudonimo avesse usato Wilde negli ultimi anni l’aveva sconvolto: Sebastian Melmoth. Com’era possibile? Perché sua madre si era innamorata proprio di Mr Melmoth? Si trattava di una coincidenza? E perché lui, Sebastiano, era stato chiamato proprio in quel modo?
Aveva continuato a leggere con avidità per tutta la sera, sordo ai richiami della zia che di tanto in tanto faceva capolino nella stanza. Si era addormentato sfinito.
Il giorno successivo aveva implorato d’essere ancora accompagnato in biblioteca.
Questa volta il vecchio custode gli aveva sorriso all’istante poi, ancora di fronte allo scaffale dedicato a Wilde, aveva fatto scorrere l’alta scala di legno lungo le guide avvicinandola al bambino, e infine, con un cenno del capo, gli aveva fatto intendere che avrebbe dovuto arrampicarsi fino all’ultimo piolo. Sebastiano, animato da una forza mai avuta prima d’allora, era salito velocemente e, giunto in cima, aveva scovato un piccolo libro rosso nascosto in un angolo. Un nastro di seta nera lo avvolgeva impacchettandolo come un dono prezioso. Una volta ridisceso, il bambino aveva sciolto il nodo e aperto il libro. Sembrava sul punto di rompersi: le cuciture della rilegatura erano gialle e irrigidite, le pagine scricchiolavano sotto le sue dita.
Il custode spiegò che quel volume gli era stato affidato dalla ragazza con i capelli corvini. Erlina gli aveva mostrato un ventaglio, poi lo aveva pregato di consegnare il libro rosso soltanto al bambino che si fosse presentato da lì a qualche anno recando con sé il ventaglio in questione.
Sebastiano aveva schioccato un bacio sonoro sul nasone del vecchio, quindi era tornato a casa ansioso di leggere.
Si trattava di un racconto strappalacrime a lieto fine: la storia di un ventaglio e di una donna di nome Erlynne fuggita via abbandonando sua figlia. Di nuovo il bambino aveva provato un brivido. Troppe coincidenze. Non era possibile. Forse si trattava di un sogno. O di un incubo.
Un foglietto ripiegato era improvvisamente sfuggito alle pagine cadendo sul pavimento.
Sebastiano non avrebbe mai immaginato che quanto vi era scritto sarebbe rimasto per sempre scolpito nel suo cuore.

Caro figlio mio,
se stai leggendo queste righe significa che hai saputo seguire le tracce che ti ho lasciato.
Ho dovuto fuggire e ti chiedo perdono.
I primi tempi tuo padre era dolce e gentile. Per il mio ventunesimo compleanno mi regalò quel magnifico ventaglio che ti ho lasciato in mio ricordo.
Poi iniziò a bere e a picchiarmi. La sera, udendo il suo passo incerto salire le scale, capivo quanto fosse intontito dall’alcool e tremavo pensando a quel che mi avrebbe fatto una volta varcata la soglia di casa. Tentavo di nascondermi per proteggere la tua vita che cresceva nel mio ventre. Infine sparì.
Quando nascesti ero esausta. Non potevo allevarti da sola, così decisi di svanire nel buio della notte lasciandoti qualcosa di me: queste poche righe, il ventaglio e questo libro, nella speranza che un giorno tu possa capire e perdonarmi.
Caro figlio mio, segui sempre il tuo cuore, studia, fai in modo che si parli di te con rispetto e ammirazione. È importante che tu sia sempre onesto: solo così troverai la tua strada.

Più di ottanta anni erano passati, ed ecco che si trovava nuovamente di fronte a quello scaffale dove la vita vera era iniziata. Aveva seguito la via indicatagli dalla madre, aveva studiato letteratura inglese ed era diventato uno stimato insegnante.
Suo padre era morto ricco e solo, lasciandogli in eredità terre e proprietà oltre la Manica.
Asciugò gli occhi umidi, osservò il pavimento di marmo e notò che era stato tirato a cera. La biblioteca era davvero ben tenuta, l’ometto con gli occhiali spessi era proprio un custode perfetto. Infilò una mano nella tasca traendone fuori una busta e il libro rosso legato dal nastro di seta nera. Ripose “Il ventaglio di Lady Windermere” lontano da “ Il ritratto di Dorian Gray” (devastato dal vizio e dall’alcol, come suo padre) e vicino a “Un marito ideale” (quello che suo padre non era mai stato), poi sedette su una poltrona di pelle con le borchie, prese in mano la busta e attese.
Sentiva che sarebbe arrivata proprio quella sera.

Il giorno successivo l’ometto tarchiato tornò in biblioteca. Erano questi gli accordi con Vattelappesca: avrebbe dovuto incontrarlo di lì a poco, forse per rendergli anche l’ultimo mazzo di chiavi, pensò. Non gli andava proprio d’incrociare quel tale dal cognome straniero. Aprì il pesante portone, accese le luci e si recò verso l’ufficio, come ogni mattina. Diede uno sguardo distratto alla zona lettura e notò una sagoma canuta e sorridente abbandonata sulla poltrona. Si avvicinò: era il nuovo proprietario, sembrava dormire, ma dal pallore del viso e dal colore livido delle labbra capì che era morto.
L’ometto era confuso e spaventato. Che fare? Avrebbe dovuto chiamare la polizia? I passi della bibliotecaria interruppero il corso dei suoi pensieri. La donna emise un grido soffocato, poi notò la busta e fece un cenno al custode, che tremando la sfilò dalle dita irrigidite e l’aprì.
Quel che vi trovò dentro per poco non lo spedì al Creatore. Il signor Vattel… il professor Sebastiano Melmoth donava proprio a lui la biblioteca con tutti i suoi 14000 volumi.
Un biglietto per l’ometto tarchiato accompagnava l’atto di donazione e spiegava il perché di quella scelta.

La mia vita vera ha avuto inizio proprio qui, in questo luogo, davanti allo scaffale dedicato a Oscar Wilde. Un vecchio custode (mi dicono si trattasse di Suo nonno), mi ha aperto le porte della cultura e della vita. Oggi che quelle porte si richiudono per sempre, provo ancora profonda riconoscenza per chi mi ha indicato la strada. Non ho altra moneta per ringraziare: sono certo che la biblioteca e tutta l’arte che custodisce non potrebbero essere affidate a mani migliori delle Sue.

Con sincera stima,
Sebastiano Melmoth

(Chiara Vitetta e Loredana Corsello)

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4 Responses to Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 4° Edizione

  1. manuela says:

    Le persone, soprattutto verso la fine della loro vita, possono compiere azioni che ai più sembrano strane e magari vengono definite come persone disorientate, confuse…ma in realtà queste azioni sono dettate dalla volontà di chiudere dei sospesi o come dicono alcuni psicologi, dal bisogno di chiudere uno dei cerchi della loro vita che era ancora aperto… Sebastiano ha chiuso il suo cerchio. Sono fermamente convinta che coloro che riescono in questo intento, muoiano serenamente!!! Per questo, il vostro racconto mi ha trasmesso serenità!!! Complimenti alle autrici!!!

  2. Grazie Manuela! 🙂

  3. Luca says:

    bellissima idea! che racconto meraviglioso! io sono un esperto di letteratura inglese (non per colpa mia) e devo dire che le quotations sono veramente azzeccate e da competente in materia! =) mi ha dato delle belle emozioni! brave tutte e due!

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