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Chiara Vitetta

"Una vita senza libri è una vita di sete". (Stephen King)

Jean Valjean

Posted by Chiara Vitetta - marzo 15th, 2011

Victor Hugo - I miserabili“Jean Valjean non era, l’abbiamo visto, una natura malvagia. Era ancora buono quando arrivò al bagno penale. Là condannò la società e sentì di diventare cattivo, là condannò la Provvidenza e sentì di diventare empio. E qui è difficile non fermarsi a meditare un momento.
La natura umana può forse trasformarsi così radicalmente? L’uomo creato buono da Dio può diventare cattivo per opera dell’uomo? Può il cuore sotto la pressione di una sventura sproporzionata contrarre deformità e mali incurabili, come la colonna vertebrale sotto una volta troppo bassa? Non c’è in ogni anima umana e non c’era in quella di Jean Valjean una scintilla primitiva, un elemento divino, incorrutibile in questo mondo e immortale nell’altro, che può svilupparsi nel bene, crescere, splendere luminosamente, e che nel male non può mai spegnersi del tutto? Questioni gravi e oscure, all’ultima delle quali qualunque fisiologo avrebbe certamente risposto no senza esitare se avesse veduto a Tolone, nelle ore di riposo che per Valjean erano quelle della meditazione, seduto sulla manovella dell’argano, col capo della catena nella tasca perché non strascicasse, quel galeotto cupo, serio, silenzioso e pensieroso, paria della legge che guardava l’uomo con collera, dannato di questa vita che guardava il cielo con severità.
Certo, quel fisiologo osservatore avrebbe giudicato tale miseria irrimediabile, avrebbe compianto forse quel malato colpito dalla legge, ma non avrebbe nemmeno osato tentarne la guarigione, deviando anzi lo sguardo dagli antri tenebrosi che poteva intravedere in quell’anima; e come Dante dalla porta dell’inferno, egli avrebbe cancellato da quell’esistenza la parola che pure il dito di Dio scrisse sulla fronte di ogni uomo: speranza.
Ma era poi così chiaro per Jean Valjean, come noi abbiamo tentato di renderlo ai lettori, lo stato della sua anima? Riusciva Valjean a vedere distintamente, dalla loro formazione via via che si erano venuti sviluppando tutti gli elementi che componevano la sua miseria morale? Quest’uomo rude e illetterato si era potuto rendere conto con esattezza della concatenazione di idee grazie alla quale era a grado a grado salito e disceso fino alle lugubri prospettive che da tanti anni ormai erano l’orizzonte interiore del suo spirito? Aveva coscienza di tutto ciò che era accaduto in lui e di tutto ciò che si muoveva dentro di lui? Non crediamo. C’era troppa ignoranza in Jean Valjean perché, anche dopo tanta sciagura, i suoi concetti non restassero assai vaghi. Certe volte non sapeva neppure bene ciò che voleva. Jean Valjean era nelle tenebre; soffriva nelle tenebre, odiava nelle tenebre: si può dire che odiasse quel che gli stava dinanzi. Viveva abitualmente nell’ombra, brancolando come un cieco o come uno che sogni. Solo di tanto in tanto, da se stesso o dall’esterno, gli veniva una scossa di collera, una recrudescenza di dolore, un pallido lampo che illuminava tutta la sua anima e faceva a un tratto apparire dovunque attorno a lui, in una luce spaventosa, gli orridi precipizi e le tristi prospettive del suo destino.
Passato il lampo, la notte ripiombava. Dov’era allora? Non lo sapeva più.
Le condanne di questa specie, nelle quali domina l’assoluta mancanza di pietà e perciò l’abbrutimento, hanno per conseguenza di trasformare a poco a poco l’uomo in una bestia selvatica. Talora anche in una bestia feroce. A provare questa strana modificazione dell’anima umana causata dalla legge, basterebbero i molteplici e ostinati tentativi di evasione di Jean Valjean, il quale avrebbe rinnovato quei tentativi inutili e folli, ogni volta che gli se ne fosse ripresentata l’occasione, senza mai riflettere un momento al risultato, né alle esperienze fatte. Fuggiva impetuosamente come il lupo che trovi aperta la gabbia. L’istinto gli gridava: Fuggi! La ragione gli avrebbe detto: Rimani! Ma di fronte a una così violenta tentazione, ogni ragionamento spariva e rimaneva solo l’istinto; chi agiva era la bestia. E quando lo avevan ripreso, le nuove punizioni che gli infliggevano servivano soltanto a irritarlo di più”.

(Victor Hugo)
(da: “I miserabili”)

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Dello stesso autore:

Il vescovo di Digne e la ghigliottina (estratto da I miserabili)

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