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Chiara Vitetta

"Una vita senza libri è una vita di sete". (Stephen King)

La pseudocultura di convenienza (Capitolo 2)

Posted by Chiara Vitetta - aprile 13th, 2011

twilight
Ero ancora agli inizi, poco dopo aver preso la prima batosta con Gioia, quando mi è caduta addosso la seconda realtà che non mi aspettavo.
Come ero ingenua, a quei tempi! Sono passati alcuni anni, eppure ripensandoci quasi mi fanno tenerezza le sciocche idee che mi ronzavano in testa. Credevo di avere un diritto e di poterlo esercitare, credevo che mi sarebbe stato riconosciuto un merito e di conseguenza che alcune porte si sarebbero aperte al mio passaggio.

Dopo la prima presentazione fallita, ho deciso che era arrivato il momento di far girare un po’ i miei libri.
Uno dei primi passi, in questi casi, è portare le copie nelle librerie.
La distribuzione del mio editore non è capillare, perciò nella mia zona ho deciso di fornire io i libri alle librerie. Sotto consiglio dell’editore sono andata a chiedere se fossero interessati a ritirare i libri dal distributore prendendoli in conto deposito, ma tra i tanti librari con cui ho parlato, nessuno ha voluto seguire questo iter. Comunque quasi tutti si sono resi disponibili a tenere i libri in libreria se li avessi forniti io. Bene…

Primo pensiero: le copie che io ho acquistato dall’editore e che ho intenzione di vendere hanno un costo.
Secondo pensiero: se le vendessi direttamente io guadagnerei il 50% del prezzo di copertina.
Terzo pensiero: per una questione di immagine ma anche di praticità, è bene fornire le copie ai librai.
Quarto pensiero: due rapidi conti. Quando l’autore fornisce personalmente i libri alle librerie, i librai in genere trattengono per sé il 30% del prezzo di copertina mentre l’autore prende il resto. Considerando che nel mio caso il 50% del prezzo di copertina è per me un costo e detraendo anche il 30% che prende il libraio, mi rimane il 20%.
Quinto pensiero: non scrivo per soldi, non pubblico per soldi, non diffondo i miei libri per soldi.
Sesto pensiero: però, cazzo, vorrei anche che i guadagni altrui sul mio lavoro fossero meritati!
E invece… invece il libraio, comodo comodo sulla sua sedia, senza ritirare libri, assumersi un rischio, impegnarsi per vendere, pubblicizzare, né tanto meno sporcarsi le manine aprendo uno scatolone, guadagna il suo buon 30% pulito pulito, in sostanza il 10% più di quanto entra in tasca a me, che ho girato per librerie, quasi pregato librai, fornito i libri con il rischio concreto di vedermeli restituiti in condizioni pietose, ingoiato bocconi amari eccetera eccetera.
Ma va bene, va bene… va bene anche questo.

Una volta concluso questo ragionamento e aver stabilito che salvo rari casi il gioco vale la candela, decido di fornire dieci librerie nell’arco di un centinaio di chilometri. Detto, fatto. Non vi racconterò tutte queste esperienze, prima di tutto perché molte si somigliano, e poi perché ad un certo punto ho imparato a non aspettarmi nulla di buono e ho cambiato approccio. Il mio fegato ne è felice, ve lo assicuro.

In rappresentanza della categoria dei librai, ho scelto di raccontarvi l’esperienza più significativa. È stata anche la prima, ed è di certo servita ad accumulare una bella dose di veleno, ma anche di esperienza.
Pronti? Andiamo!

Un libro che vuole arrivare ai lettori deve essere in libreria, questa è l’idea con la quale un bel giorno di gennaio varco la soglia di una stanzetta piccola piccola con dentro un vecchietto poco promettente. È un bugigattolo di libreria e il tizio che la gestisce è vecchiotto non per l’età (avrà una sessantina d’anni portati male) quanto per lo sguardo. Sembra vecchio dentro, insomma, e decisamente non brilla in intelligenza, questa è la mia impressione.

In passato, prima di questo bugigattolo, poco distante c’era una libreria magnifica, a due piani, con il secondo piano costituito da un soppalco in legno scuro con una balaustra massiccia dalla quale affacciarsi e vedere libri, libri e ancora libri. Entrarci significava immergersi in un altro tempo, in un luogo magico nel quale i raggi del sole della tarda mattina illuminavano il pulviscolo e davano luce ai libri. Era un luogo nato certamente dalla passione per la lettura e dentro si trovava di tutto. Fu lì che comprai molti dei miei primi libri. Quando anni dopo finì l’incanto della libreria da sogno, mi sentii triste e pensai che un pezzo della nostra città era perso per sempre. Da allora, al suo posto c’è un negozio di vestiti di una nota marca. Niente più libri, niente più soppalco di legno né balaustra da cui affacciarsi. Vorrei avere delle foto di quel luogo lontano nel tempo, ma purtroppo non ne ho.

Ma adesso basta con la poesia dei tempi passati, torniamo alla realtà.
Mi aspettavo di trovare un uomo di cultura in quella libreria, perlomeno una persona curiosa, intelligente e capace, e invece il bugigattolo esprime anche la piccolezza del libraio, quella della sua mente da commerciante, commerciante neanche tanto furbo. Se fosse un macellaio, sarebbe vegetariano, mi spiego? Per lui i libri sono prodotti qualsiasi, alla stregua di mobili di legno, ortaggi o bulloni. È una figura triste, quest’uomo, e così mi appare da subito.
Entro accompagnata da qualche copia del mio libro, da una locandina e da alcuni segnalibro pubblicitari. Mi presento e spiego che sono una sua concittadina e che il mio primo libro è stato pubblicato da poco. Tengo subito a spiegargli che la mia è una pubblicazione senza contributo.
Mi guarda senza capire… Senza contributo? sembra dire il suo sguardo. Che cosa dovrebbe significare? Come se avessi a che fare con un bambino stupido, aggiungo: «Non ho pagato per pubblicare!».
Sbalordimento, quasi shock sul suo viso. «Ah sì? E come si fa?».
Con questo racconto ho fatto ridere molta gente, ma vi prego di restare seri, qui la situazione è tragica!

Non mi scompongo, ma resto basita. Cavolo, vendi libri da anni e non sai neppure quale sia il lavoro di un editore? Comunque rispondo: «Significa che un editore ha letto il libro, l’ha trovato valido e ha deciso di investirci dei soldi».
Niente da fare, è scioccato, mi guarda ed è come se non mi credesse. Comincio ad indignarmi: ma pensa davvero che i libri si pubblichino tutti con i soldi dell’autore? Crede davvero che funzioni così? No, non può essere!

«È così che dovrebbe funzionare! È questa la via normale, non pubblicare pagando!» aggiungo. Ma è la sua faccia che mi lascia con un palmo di naso, neanche il suo silenzio!
Poi finalmente risponde: «Ah, allora deve essere davvero brava! Complimenti!».
Non mi aspettavo questa risposta, e sul momento riesco persino a credere che davvero pensi quello che ha detto e che quindi abbia un minimo di interesse per il mio libro. Dice anche che i talenti del luogo andrebbero valorizzati e via via snocciola una serie di concetti ammirevoli ma che suonano finti.
Gli chiedo se vuole ritirare delle copie del mio libro ma dice di no, che le terrebbe lì solo se gliele fornissi io.
E va bene… gliene lascio cinque e gliene regalo una. Errore, grosso errore. Sarà una copia perduta, sprecata, buttata in uno scaffale a fare la muffa e ingiallire senza essere mai sfogliata da anima viva. Non la leggerà mai.
Gli chiedo se può mettere in bella vista la locandina, esporre il libro e magari consigliarlo ai suoi clienti. Potrebbe dire che sono giovane, che sono di Vibo Valentia e chissà che così qualche concittadino non si incuriosisca. Povera illusa! Figuriamoci come ci si può incuriosire dell’ennesimo libo di una scrittrice vibonese!
Eccone un’altra, penseranno tutti, perché data la situazione la pubblicazione di un libro qui non ha alcun valore. Ma a quel tempo tutto questo non mi era affatto chiaro, altrimenti mi sarei evitata il disturbo.

Il libraio mi rassicura (o almeno così crede) dicendo che il mio libro riceverà lo stesso trattamento degli altri autori del luogo: tre giorni sul bancone accanto alla cassa, una settimana in vetrina, poi via nello scaffale più nascosto del bugigattolo (che fosse il più nascosto l’ho scoperto solo in un secondo momento, naturalmente).
Bene bene, lo stesso trattamento degli altri… alla faccia dei bei discorsi! Allora sono brava, allora mi si deve valorizzare, allora merito e bla bla bla… parole, soltanto parole; parole vuote come i suoi occhi privi di curiosità. Non la vede la mia determinazione? E la passione, l’orgoglio, non vede che mi brillano gli occhi quando parlo del mio libro? Ma in fondo cosa posso aspettarmi da lui? Dovrebbe farmi pena e invece mi dà fastidio, ma solo in profondità. In superficie penso che va bene, anche se vorrei ricevere un trattamento diverso da chi ha pagato, o in alternativa che mi dicesse in faccia che non gliene frega nulla del mio libro e delle mie lotte e che per lui sono da considerare alla stessa stregua di chi ha pagato. O comunque il silenzio sarebbe stato meglio delle finte lusinghe. E invece no, mi liscia e sfoggia ipocrisia. Ma io ringrazio, saluto e me ne vado; che altro posso fare?

Per i primi tre giorni il mio libro è stato sul bancone, poi l’ho visto in vetrina per alcuni altri giorni, finché… finché sono ripassata e nella vetrina ho visto ben altro!
Sono entrata alquanto incazzata senza sapere cosa stessi facendo. Dopotutto mi aveva avvertita, no? Avrei ricevuto lo stesso trattamento degli altri! Eppure quella vetrina… quella vetrina diceva tutto.
Una volta dentro gli ho detto che mi aspettavo un trattamento migliore. Che avrebbe potuto tenerlo più tempo in vetrina o sul bancone, ad esempio! Ma non era quello il problema, davvero! Era la vetrina, la vetrina mi tormentava, la vetrina diceva tutto di lui. E poi le sue parole, una frase tra tante rappresentativa di una scena che non vale davvero la pena raccontare nei dettagli:

«Signorina, guardi che lei ha avuto lo stesso trattamento di Umberto Eco!».

E lì avrei voluto prenderlo per il collo.
L’ultimo libro di Umberto Eco era dietro di me, in bella mostra su un ripiano basso in mezzo ad altre novità. Era lì da mesi, secondo la mia memoria.
Ho riso, ma mi sarei messa a piangere dalla rabbia. Con che faccia ha potuto dirlo? Ma cos’altro mi aspettavo, povera ingenua?
Ho mormorato un «sì, certo» sconsolato e gli ho detto che volevo indietro i miei libri. Grazie, me li vendo da sola piuttosto che far guadagnare qualche spicciolo a te!
Li ho portati via e da quel giorno ho gestito le mie aspettative in maniera diversa.

Uscendo dal bugigattolo nel quale non avrei più messo piede, ho pensato ai libri di Umberto Eco messi in bella vista. Anche quando non saranno più nella zona delle novità, ho pensato, saranno nello scaffale relativo al genere letterario o alla nazionalità dell’autore. Il mio libro, invece, finisce dritto nello scaffale degli scrittori vibonesi, vicino alle stampe senza codice ISBN uscite dalla tipografia di turno, vicino alle poesie dialettali pubblicate a pagamento.

L’ultima cosa che faccio prima di tornare spedita a casa è soffermarmi a guardare la vetrina.
Dove prima c’era il mio libro insieme ad altri sei di vario genere, quel giorno c’erano sette e dico sette copie dello stesso libro, una lettura in quel periodo molto in voga e certamente non bisognosa di tale pubblicità. Una non sarebbe bastata, neppure due o tre.
Sette copie dello stesso libro hanno tolto spazio a sette autori che forse di quella pubblicità avrebbero avuto davvero bisogno. Sette, signori e signori, sette!

Se avessi avuto una macchina fotografica con me, avrei fatto una foto a quella vetrina. E invece ho potuto fotografarla solo mentalmente, e l’ho messa accanto alla foto della magnifica libreria del passato.
Sul file archiviato nella mia memoria che contiene quelle foto ho scritto:

“La decadenza della cultura, istantanee del cambiamento”.

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– Leggi il Capitolo 1
– Leggi il Capitolo 3
– Leggi il Capitolo 4
– Leggi le Conclusioni

Oppure… scarica l’ebook gratuito e leggili tutti comodamente

8 Responses to “La pseudocultura di convenienza (Capitolo 2)”

  1. mukele Says:

    Occorre ripensare da capo il ruolo di uno scrittore. Occorre dire, finalmente, che se lo sfascio in cui giace la nostra situazione è per la stragrante maggioranza frutto delle solite caste: editori e librai. Ci metto dentro anche gli scrittori perchè continuano a ragionare come se ancora fossimo nel XIX secolo e giocoforza si doveva passare attraverso il giogo di Editori, Critici e accademici. oggi abbiamo la possibilità di mandarli tutti quanti a quel paese. Se gli italiani non leggono non è per la balla che non esistano degli autori. Semmai questi vengono creati ad hoc dai 4-5 grandi editori e presentato come il non plus ultra del nostro parco letterario.
    Ci sarebbe da aprire un dibattito serio (che ovviamente non può essere contenuto in un posto), comunque sono contento di capire che sei arrivata ad una conclusione che io sostengo da tempo. Hai tutta la mia approvazione. Ammesso che ciò possa servire qualcosa. 🙂

  2. Chiara Vitetta Says:

    Partendo dal presupposto che l’approvazione è sempre bene accetta… 😉 Sì, lo scrittore di oggi non è lo stesso di ieri e dobbiamo rendercene conto. Anche l’editore non è più quello di un tempo, così come il libraio, il bibliotecario e via via tutti coloro attraverso cui passa la cultura (o “dovrebbe” passare).
    Ormai abbiamo la stampa digitale, internet, gli e-book, gli e-reader e molte altre cose che rendono il mercato librario del tutto diverso da quello di dieci anni fa. Capire tutto questo è certamente il primo e più importante passo da percorrere lungo la strada giusta.

  3. Roberta Says:

    Io direi che questa è la strada. Questa è l’idea. Ottima. Io direi che è anche di questo che devi scrivere. Un diario. Il diario della pseudocultura di convenienza. Sei pronta? Raccogli che si pubblica in ebook! Molto molto incantata signorina, tanti complimenti 🙂

  4. Chiara Vitetta Says:

    🙂 Sei un pozzo di idee! Penserò al diario della pseudocultura di convenienza.
    Complimenti molto graditi. Grazie! 🙂

  5. blackjack1985 Says:

    Che tristezza, mi ricordo di entrambi gli episodi!!!

    è una bella idea quella di raccogliere tutte le disavventure in un libro e pubblicarlo! Anche se sarebbe un libro triste!

    Gli ebook, ormai sono davvero il futuro secondo me, ma anche quelli non vietano ad eventuali editori di fare quello che fanno adesso… l’unica secondo me (almeno finchè non si è famosi) è l’autoproduzione!

  6. Chiara Vitetta Says:

    Non so se l’autoproduzione possa essere una soluzione, ma è una strada possibile. Certo sarebbe meglio un buon editore, anche se è davvero difficile trovarne uno.
    Credo che uno scrittore non possa sostituirsi del tutto alla figura dell’editore, almeno finché non prende piede anche in Italia l’editoria digitale che risolve molti problemi.

  7. Davu Says:

    Che nostalgia leggendo la descrizione della vecchia libreria. Era davvero il Tempio del Libro… altro che quel cesso che c’è ora

  8. Chiara Vitetta Says:

    Concordo! 🙁

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