La pseudocultura di convenienza (Capitolo 3)

biblioteca1Eccoci al terzo capitolo della pseudocultura di convenienza. Pronti?
Bene.

Dopo essere stata nelle librerie, ho pensato di passare alle biblioteche. Se in libreria l’obiettivo è il profitto, in biblioteca dovrebbe essere tutt’altro, no? Sì, in teoria sì, ma l’esperienza insegna che teoria e pratica sono diverse come la realtà dai sogni.
Comunque ho deciso di tentare, ancora convinta che da qualche parte nella mia città la cultura riuscisse ad averla vinta sulla convenienza.

Senza pregiudizi di sorta né aspettative troppo alte sono andata per prima cosa nella biblioteca che frequento. Per intenderci, nella mia città di biblioteche ce ne sono due, e credetemi, sono anche troppe, considerando la quantità di lettori!
Comunque un bel giorno vado in biblioteca portando con me due copie del mio libro, una locandina e una bella pila di segnalibro pubblicitari. Chiedo subito di parlare con il direttore ed entro pochi minuti arriva. Neppure mi invita ad entrare nel suo ufficio o a sedermi da qualche parte, mi chiede direttamente cosa voglio lì dove siamo, vale a dire in mezzo ai piedi, proprio davanti all’ascensore, vicino al bancone dietro cui le ragazze che si occupano dei prestiti sono schierate davanti agli schermi dei loro pc. Sul momento non faccio caso a questa poca considerazione, cerco di concentrarmi su ciò che sto dicendo.

Il direttore della biblioteca è un uomo sulla sessantina, alto e molto magro, con pochi capelli grigi e occhi azzurri che spiccano sul un viso lungo dai lineamenti delicati. Porta degli occhiali con la montatura sottile e ha una vocina piccola piccola e modi lenti. Serafico, questo è il primo aggettivo che mi viene in mente quando lo vedo. Poi penso che altri non è che l’uomo che legge sempre il giornale nella sala di lettura che entrando si trova subito a destra. Lo vedo spesso, ma solo quel giorno scopro che è il direttore.
Mi presento e inizio a palargli del mio libro. Mi ascolta, ma pare abbia fretta e non gliene freghi un tubo. Beh, questa seconda cosa la noto in un secondo momento, a freddo. A caldo cerco di concentrarmi sulle parole da scegliere e sul tono della mia voce. Gli spiego che ho pubblicato senza contributo. Attimo di paura, ripenso al libraio… No no, lui sa cosa significa, almeno!
Dice qualcosa come: «Brava, questo significa molto. È un bel traguardo. Complimenti». Ringrazio, ma non posso fare a meno di pensare che anche il libraio ha detto qualcosa di simile. Sorvolo e continuo a parlare. Mi chiede chi sia l’editore e di cosa parli il libro ed io rispondo con naturalezza dicendogli poi che una copia è per lui, che gliela regalo. Grosso errore: quella copia non verrà letta, non verrà sfogliata, non avrà neppure l’onore di essere lasciata a prendere polvere nella libreria di casa sua…
Ringrazia, prende il libro e se lo rigira tra le mani. Nel frattempo gli chiedo se posso lasciare una locandina, un libro da donare alla biblioteca e dei segnalibro da regalare a chiunque li voglia. Dice sì a tutto, anzi, mi fa attaccare la locandina proprio in quel momento alla bacheca che c’è accanto a noi. Provvedo, poi gli accenno una mia idea: visto che hanno una sala conferenze adatta allo scopo, mi piacerebbe, se fosse possibile, fare una presentazione lì.
«Certo, come no? Fatti dare un modulo da quella ragazza e prenota la sala» risponde. Quasi si entusiasma, lo vedo interessato… troppo interessato, in effetti. Un attimo prima era indifferente e quasi assente, ora è interessato. Qui gatta ci cova. Sorvolo, non è il momento di chiedersi dove sia la fregatura.
Subito penso che una presentazione ha bisogno di un relatore e gli chiedo se sarebbe disposto ad occuparsene. Spero dica di sì, perché ho idea che le altre persone a cui potrei chiederlo non accetterebbero.
Senza neppure pensarci dice no, che lui non si occupa proprio di queste cose. E va bene, troverò un altro relatore, in qualche modo. Non mi fa domande, io non ho altro da dire, così lo saluto e gli dico che per la presentazione prenoterò subito la sala. Va via con il mio libro sotto braccio. Si dirige nella solita sala lettura… scommetto che il giornale è lì che lo aspetta.

La ragazza che il direttore mi ha indicato mi dà un modulo da riempire. Dopo una decina di minuti, a modulo riempito la ragazza mi informa che per la sala sono 100 euro, ma posso pagare dopo, non devo preoccuparmi. Ah, ecco! La cultura, la cultura! Già, la cultura… ecco spiegato l’interesse del direttore.
«Ah sì?» dico senza dissimulare sorpresa e disapprovazione. «Non lo sapevo! Allora non mi interessa, puoi strappare il modulo». E glielo restituisco.
Cavolo, se devo spendere 100 euro per la sala, la presentazione la faccio come e dove dico io, e non in una biblioteca in cui dovrebbe interessare la cultura anziché il profitto!
La ragazza mi guarda stupita, ovviamente non si aspettava affatto la mia reazione. Ci pensa un minuto, poi mi dice: «Aspetta un attimo». E si allontana.

E ora? Aspetto. Torna qualche minuto dopo dicendo: «Il direttore ha detto che va bene così».
«Che vuol dire?» chiedo, basita. «Non devi pagare la sala, va bene così».
Tuttora, a ripensarci, non capisco questa cosa. Comunque dico grazie e vado via.

Tornando qualche giorno dopo mi guardo intorno. Hanno archiviato il mio libro, che ora ha il suo codice ed è al suo posto nello scaffale, ma… un momento! Qui ce ne sono due copie! Ok, un respiro profondo e contare fino a 378993272836418168, poi forse potrò evitare di andare a sbranare il serafico direttore che ha avuto la magnifica pensata di donare la sua copia alla biblioteca.
Non vado via immediatamente perché devo restituire un libro, ma il mio umore è nero pece e quello che sto vedendo non aiuta. La locandina è già stata tolta, tanto per cominciare. E poi…
Accanto al bancone c’è un scaffale abbastanza grande nel quale vengono esposti in bella vista i nuovi acquisti e libri più richiesti. E il mio libro, che oltre ad avere bisogno di visibilità è anche una nuova uscita e un nuovo arrivato nella biblioteca, perché non è lì? Perché sono passati e rimasti per mesi libri di scrittori del luogo e il mio invece non ha neppure sfiorato quello scaffale?
Caspita, mi aiutano proprio! E dire che non gli costerebbe nulla! Ma per quel giorno ne ho avuto abbastanza, così restituisco il libro, saluto ed esco.

Ah, aria fresca non contaminata da pseudocultura di convenienza!

Passano dei giorni ed io rimugino. Cerco anche un relatore per la presentazione, ma le uniche persone adatte dicono no, perché questi eventi secondo loro nella nostra città sono solo parate. Non mi dicono di rinunciare, ma mi informano con delicatezza che a Vibo Valentia alle presentazioni vanno due gatti, neppure quattro. C’è disinteresse, dicono.
Persone sagge, avevano ragione da vendere!
Tra il disinteresse del direttore, l’aiuto assente, il relatore che non si trova, decido di annullare tutto. Ad essere onesta, l’atmosfera poco culturale e la collaborazione pari a zero mi hanno spinta a non tentare nemmeno, specie perché ho deciso di non voler avere a che fare con questa gente. E poi anche l’orgoglio vuole la sua parte, che diamine!

Annullo la presentazione e un giorno, non ricordo neppure se fossi lì proprio per questo o invece per restituire qualche libro, sono costretta a contare di nuovo fino a numeri improbabili.
Certo al direttore non sono rimasta tanto impressa, perché al momento di dire a qualcuno chi sono per rispondere ad una domanda diretta, annaspa alla ricerca del mio nome… lo fulmino con lo sguardo, ma è un fulmine sprecato, perché dalla vergogna guarda a terra e poi mi chiama signorina Villella o qualcosa di simile. Cavolo, gli sono rimasta proprio impressa, eh! Vorrei correggerlo mettendo nella mia voce tutto l’astio di cui sono capace, ma mi esce dalla bocca un tono rassegnato e stanco. Lui si imbarazza ancora di più e poi a testa bassa si allontana.
Dovrebbe vergognarsi di non avermi detto la verità, cioè che se ne infischia di me e del mio libro e che non ha alcuna intenzione di aiutarmi seppure non gli costi assolutamente nulla. Ma cosa mi aspetto da gente del genere, dopotutto?

Vado via sconsolata, sono un sospirare con gambe e braccia che cammina per il mondo.
Eppure, signori miei, non mi fermo.
Rimugino, rimugino, rimugino ancora e i giorni passano. Poi mi dico che non è giusto, che dovrei almeno ricevere lo stesso trattamento degli altri! Lungi da me, ormai, pretendere un trattamento di favore per i miei meriti, non sia mai!

E insomma prendo il coraggio a quattro mani e torno in biblioteca. Stavolta gli dico quello che penso, altroché! prometto a me stessa entrando.
Chiedo di lui e mi indirizzano nel suo ufficio. Ha un ufficio? Ma dai, non vive nella sala di lettura incollato al giornale? Strano!

Sono nervosa, ma mi contengo bene. Risoluta è la parola adatta. Sono risoluta, sì. Entro e mi siedo. Devo dirgli di nuovo chi sono, perché lo vedo dalla faccia che non si ricorda… E va bene, cerchiamo di non pensarci.
Vado subito al punto e gli dico chiaro e tondo che sono rimasta delusa, che mi aspettavo un minimo di collaborazione da lui. Tutto mi aspettavo, meno che la faccia che fa… è calmissimo, accenna un sorrisetto e scuote la testa. «Per esempio?» chiede.
«Avreste potuto lasciare la locandina per qualche giorno in più, mettere il libro nello scaffale delle novità per dargli un po’ di visibilità, parlarne alla gente che frequenta la biblioteca».
«Non è stato messo nello scaffale?» chiede lui, sempre calmissimo. Ha la faccia di chi se ne infischia dell’universo e tutto gli scivola addosso. Gli darei due schiaffi per svegliarlo, ma è la sua mente che sembra dormire, per cui immagino che non servirebbe a nulla.
«No». Il mio tono è stato secco, credo che la rabbia si inizi a sentire.
«Uscendo dica lei stessa alle ragazze di metterlo» dice poi.
Neanche lo sforzo di dire due parole ai tuoi dipendenti vuoi fare, eh? Mi sa che dovesti tornare a leggere il giornale!
Poi, oltre le mie aspettative mi chiede: «E la presentazione quando la fai?».
«Non ho trovato un relatore, quindi l’ho annullata». Non dice niente. Già, perché lui non si occupa di queste cose.
Il discorso in qualche modo finisce sulle fiere del libro e mi dice che loro presenziano ad alcune fiere in qualità di biblioteca regionale. Mi propone di parlare con una signora che se ne occupa e lasciarle delle copie per la fiera.
Sì sì, certo. Oggettivamente la proposta è buona, ma sono così nauseata dai suoi atteggiamenti da avere un immediato e spontaneo rifiuto per qualunque sua proposta. Ringrazio, dico che ci penserò e lo saluto. Esco dal suo ufficio pensando che è stata una perdita di tempo, che non si può cavare sangue da una rapa e che nella mia città anche con le biblioteche ho decisamente chiuso, non ho alcuna voglia di tentare con l’altra.

Prima di tornare a casa e rigirarmi nella mia delusione, dico alle ragazze di mettere il libo in vista. Ordini del direttore, specifico. Rispondono che lo faranno a momenti ed io decido in quell’istante che non tornerò a controllare. Chi se ne frega! Di alcuni tipi di aiuto si può decisamente fare a meno.

L’avventura sarebbe finita qui, almeno per mia volontà, ma un ultimo episodio, del tutto casuale, ha chiuso in bellezza questo terzo capitolo della pseudocultura di convenienza.

Alcuni mesi dopo essere stata nel suo ufficio, accompagno un amico ad una presentazione nella sala conferenze della biblioteca. Non ero mai stata ad una presentazione, ma quella non è la giusta occasione per cominciare… potete leggere la cronaca di quella serata qui: http://www.chiaravitetta.it/2009/03/05/tutto-il-resto-e/

Quello che sto raccontarvi non l’ho scritto in quella cronaca, perché non aveva alcuna attinenza con la presentazione in sé, ed era invece legato a tutto quello che vi ho appena raccontato.

Arrivo un po’ prima dell’inizio della presentazione insieme al mio amico, che conosce sia il direttore della biblioteca che tutte le personalità del luogo, dagli assessori al sindaco. Davanti al tavolo delle conferenze quattro o cinque uomini dai sessanta in su chiacchierano tranquillamente.
Ci avviciniamo perché il mio amico, che qui chiamerò Antonio, vuole salutarli. Non sa che conosco il direttore, ma ho idea che il direttore stesso non sappia di conoscermi… Comunque ci avviciniamo e vengo presentata a tutti.
«Questa giovane è una scrittrice vibonese molto promettente, si chiama Chiara Vitetta».
Do la mano a tutti e quando arriva il momento di stringere quella del direttore lo guardo male. Non so di preciso cosa abbia visto nel mio sguardo, so solo che non l’ho controllato, perché non ne avevo affatto voglia. Anche questa volta ha abbassato lo sguardo ed è sprofondato nell’imbarazzo, poi ha detto con la sua vocina flebile: «Ah, sì, mi pare di ricordare… non sei venuta a portare qui un libro?» Toh, gli pare addirittura di ricordare! In un attimo di sincera cattiveria rispondo: «Sì, gliene ho anche regalata una copia. L’ha letto, no?».
È incredibile, ma tante volte anche se mentire spudoratamente farebbe fare bella figura, le persone non riescono a farlo e si affidano ad una bugia di medie dimensioni. «Sì, mi sembra… gli ho dato un’occhiata, ricordo qualcosa…» L’imbarazzo permane. Mi maledico perché sono troppo buona e cerco sempre di togliere le persone dall’imbarazzo e di metterle a proprio agio, ma in realtà vorrei tendergli un tranello e smascherarlo.
Vorrei chiedergli ad esempio, così, a bruciapelo, quale delle mie storie abbia preferito, se la prima, la seconda o la terza… (le prime edizioni del mio libro ne contengono solo due).
Invece lascio correre, non dico nulla e permetto agli altri presenti di far predominare i loro discorsi. Quale minuto dopo mi allontano e vado a sedermi. Non so come mi sento… né voglio pensarci.

Un quarto d’ora dopo tutti prendono posto. Al centro del tavolo siederà il relatore principale, colui che gestirà la presentazione.
Non sono affatto stupita quando vedo il direttore della biblioteca sedere proprio al posto centrale.
Guarda un po’, non era lui quello che non si occupava di queste cose?

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