Si viene per dare (Ispirazione)

Alfredo Cosco - Si viene per dareEccoci alla seconda parte di “Si viene per dare”: “Ispirazione”. Questa sezione del libro contiene testi che hanno ispirato l’autore nel corso della vita, che l’hanno aiutato a vivere meglio (suppongo) e che potrebbero aiutare anche noi lettori, dall’altra parte del libro, ad affrontare la varie difficoltà della vita.

Ecco come Alfredo introduce questa parte del libro:

Ci sono uomini, ci sono storie che ti spingono ad andare molto più in là della Bestia Affamata di Mediocrità che ci assedia. Queste storie, questi uomini hanno la capacità di svegliare qualcosa dentro di te. Di ricordarti che non sei nato per strisciare, che hai qualcosa che ti urla in petto, qualcosa di grande che DEVI realizzare. Ispirazione è questo magnetismo che ti solleva verso l’alto. Ispirazione è quella sottile forma di eccitazione che ti prende improvvisa quando, dopo avere letto un libro, visto un film, ascoltata una musica, conosciuta una persona, le sue battaglie e i suoi sogni… cammini rapido per la strada, quasi corri, e in quei momenti senti che non sei così piccolo come credevi, che non sei nato per stare in un recinto, che c’è una Grande Montagna che ti attende.

Dal viaggio di Dante a Gandalf che affronta il Balrog (Il signore degli anelli), dalle canzoni dei cantautori italiani (De Andrè, Fossati, De gregori) alle storie altamente simboliche degli indiani d’America; questa sezione è un inno alla forza costruita, alla spinta che possiamo dare a noi stessi, alla voglia salvifica di diventare migliori e di lottare contro tutto ciò che ostacola i nostri sogni.

Anche questa volta ho scelto un estratto per voi. Buona lettura!

NON SEI TU A SEGNARE

Noi non vinciamo quando una squadra fa un gol ad una partita. Può essere bello, divertente, esaltante. Ma non vinciamo noi. Non vinco io e non vinci tu.
Qualcuno va al governo, ma non sei tu ad andarci. Tu resti là a tifare per altri. Loro vanno al governo, o segnano alle partite, o fanno un film. Puoi anche apprezzare lo spettacolo, ma non sei tu e non sono io. Sembra che ce la inculino da sempre questa distinzione tra protagonisti e spettatori, tra elité ed eterni gregari che vivono semmai di polvere di gloria riflessa. Gregarietà come un’onda, gregarietà come una malattia dell’anima, della mente. Arrivi a credere che lo spazio a te concesso sia sempre quello. Una nicchia dove poter campare con una certa decenza. Ci convinciamo nel tempo che possiamo avere solo tot, che noi siamo il popolo bue, la maggioranza grigia. Quelli che “vanno a rimorchio”. Altri sono i leader, altri gli scrittori, altri fanno i film, altri fanno musica, altri giocano… altri CREANO. Però c’è questa briciola “Noi abbiamo vinto il campionato… noi abbiamo vinto le elezioni”, ci sono queste molliche buttate tanto per dare consolazione.
Ma tu non hai vinto il campionato e tu non hai vinto le elezioni. Sono altri che hanno vinto, e che cercano una claque pagante, militanti e sostenitori da intruppare. Ma ancor di più… perché devi essere un gregario? Chi l’ha detto? Perché devi essere uno spettatore? Perché puoi essere solo un lettore? Perché ci accontentiamo spontaneamente ormai senza che nessuno ce lo dica; ci arriviamo da soli, abbiamo imparato la lezione. Non è difficile impararla, dato che tutto intorno a noi urla mediocrità. Tutti a mostrarti l’arte dell’accontentarsi, l’arte dell’arrangiarsi, l’arte del volare basso. L’arte del “mangia il mangime nel tuo pollaio”. Per anni, ovunque hai messo il capo, parenti, amici, colleghi, ti sei specchiato in manifesti di resa e arrendevolezza, in consigli di umiltà e deferenza. “Striscia ragazzo, striscia… e ringrazia”. Sogna un posticino, ringrazia per l’elemosina del potente di turno. E strozza in gola la tua rabbia. Si diventa esperti nell’ingoiare i rospi, dopo un po’ di anni. Esperti nella nobile arte nel calare le brache, e nel sorridere forzato e spento di chi vede i suoi giorni futuri sempre uguali, sempre sullo stesso binario. Ma è un gioco, una illusione… non siamo nati per caste… non sei nato cliente, gregario o schiappa. Non sei nato per essere già morto a vent’anni, e per sposarti appena trovi qualcuno, che altrimenti il tempo passa. Non sei fatto per “tengo la bocca chiusa che è meglio evitare grane”. Non sei fatto per “mi accontento di questo lavoro che è quel che passa il convento”. Però poi posso dire… “abbiamo vinto lo scudetto…” Mi sovviene adesso una credenza degli indiani d’America che può sembrare balorda e strampalata, a prima vista. Essi fanno riti nei quali prendono piante che scombussolano la coscienza e destano le emozioni come il Peyote, ma sostengono che i loro rituali non servono ad “allucinare”, ma a “deallucinare”.
Detta in soldoni, nell’allucinazione ci siamo già. In questo teatro che ha bisogno di gregari, figuranti e raccattapalle per continuare a girare la corda del Carillon. L’incantesimo è già qua, davanti a noi, davanti a me, a te… a farci credere, a farti credere che sei un ometto che ha bisogno del politico di turno e dell’appoggio della famiglia e degli amici degli amici. Questo incantesimo ti vuole spento, a ingozzarti di alcool e cibo spazzatura, a lavorare come una bestia ogni santo giorno della tua vita per un lavoro che neanche ti piace troppo, per arrivare alla pensione rancoroso e rincoglionito. Ti vuole inchiodato ogni santo giorno davanti alla televisione a sperperare il tuo tempo tra tronisti, storie di corna, ruffianate e puttane varie. Ti vuole sempre più disilluso e cinico, frustrato dentro, con in tasca sonniferi e tranquillanti per domare la tua inquietudine, o l’eterno goccetto con cui siedi ogni sera, quel serpente che ti morde la coda, quel fuocherello alle chiappe. Ma è un incantesimo, appunto, il Velo di Maya, la grande meretrice delle Illusioni. Anthony di Mello1 raccontava che la maggior parte delle persone sono Aquile che si credono Polli, cercava anche di insegnare a trovare la forza, il coraggio. È come una scorza pesante che ci portiamo addosso. Un utero da sfondare se vuoi nascere, nascere davvero. Una piccola morte. Ma chi non muore non conosce la vera vita. La piccola morte che porta alla Vita, come il seme che muore, e morendo diventa quercia. La virtù del Coraggio, di buttarsi comunque, di tendere la mano ad un Sogno. Molti lo fecero, e poi hanno raggiunto la Grande Montagna. Alcuni ci morirono, nell’impresa, ma almeno non morirono di stanchezza, disillusione, cinismo. Allora non siamo il ventre molle, carne da sondaggio, pecoroni da soma, claque plaudente. Non sei nato gregario, non devi esserlo.
Portiamo con noi un Sogno e una Sete fin da quando siamo nati. E se qualcuno riderà di ‘ste cose lascialo ridere come una scimmia; noi abbiamo di meglio da fare che dar fiato ai denti.

Puoi essere tu a farlo, un film.
Puoi essere tu a scriverlo, un libro.
Puoi essere tu ad amare davvero.
Puoi essere tu ad inventare qualcosa.
Puoi essere tu a fare una grande avventura.
Puoi essere tu a tentare una impresa.
Puoi essere tu a costruire qualcosa.
Puoi essere tu a regalare un sogno.
Puoi essere tu a CREARE…
A vincere sul serio, tu, in carne ed ossa.
E non quando segna Adriano…

(Alfredo Cosco)

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Dallo stesso libro:

Lettera a mio figlio (dalla Parte I: Amore)
Come se (dalla Parte III: Disciplina)
Questo è un uomo (dalla Parte IV: Resistenza umana)
Essi vivono (dalla Parte V: Bellezza)
Metempsicosi (dalla Parte VI: Oltre)

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One Response to Si viene per dare (Ispirazione)

  1. federica says:

    Bello…

    Voglio il libro! 🙂

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