Fight Club

Chuck Palahniuk - Fight clubChuck Palahniuk ha uno stile davvero particolare. In questo romanzo il linguaggio è reso ipnotico da alcune frasi ripetute come un mantra per portare l’attenzione del lettore su precisi concetti.

Fight Club, il suo libro d’esordio, è un crescendo di stranezze e tiene il lettore attaccato alle pagine. Il mistero, la voglia di scoprire cosa stia accadendo al protagonista, ma soprattutto il desiderio di capire il perché di ciò che accade, porta a divorare le pagine per giungere ad un finale inaspettato e non per tutti soddisfacente. Dal mio canto, non sono certa di aver colto tutti i messaggi né i numerosi sottintesi che facevano capolino tra le righe.

Leggendo alcuni passaggi ho pensato che questo scrittore avesse qualcosa da comunicare, il che non è molto frequente, purtroppo. Molti libri sono vuoti di senso, carabattole usa e getta, ammassi di fogli contenenti storie create a tavolino in onore della moda del momento. Di certo buoni per gonfiare le tasche di editori poco inclini alla diffusione della cultura, questi libri affollano le librerie, le biblioteche, nonché le case di molti di noi. Per fortuna, in mezzo al marasma che ci circonda, di tanto in tanto spuntano scrittori che valicano le mode, ignorano i dati di vendita e se ne infischiano di cosa il mercato voglia.

Fight Club mi è piaciuto, ma non ve lo consiglio per questo. Ve lo consiglio perché fa parte di una letteratura sì moderna, forse nichilista (così dicono), ma certamente pregna di significato.

Il protagonista della storia ha un’età imprecisata, ma capiamo che è giovane. Ha un lavoro come tanti e una casa come tante. I suoi mobili dell’Ikea li ha scelti uno ad uno e ogni oggetto che tiene in casa è figlio di una scelta oculata, ma tutto questo non fa che farlo sentire piccolo, adagiato in una vita borghese priva di emozioni e capace solo di renderlo una ruota nell’ingranaggio mondo.
Poi, un giorno, un amico inventa uno strano club, il Fight Club

Prima regola del Fight Club: non si parla del Fight Club.

Seconda regola del fight Club: non si parla del Fight Club.

Le altre regole hanno decisamente meno importanza rispetto alle prime due, ma ci sono.

E così, una volta alla settimana, il protagonista di questa storia va nel posto designato per ingaggiare uno scontro fisico. È boxe, ma non è boxe. Ci si picchia, al Fight Club, ma non per dimostrarsi forti. Non si combatte per soldi, al Fight Club, né per gloria. Al Fight Club si combatte per sentirsi vivi, per spingersi oltre, per avere coscienza di sé e dei propri limiti e per arrivare in fondo, sempre più in fondo. E per che cosa combatte, il protagonista di questa storia? Per raggiungere il fondo ma anche per distruggere idealmente tutto ciò che non può avere. Una sorta di protesta, di urlo disperato lanciato contro la realtà.

“Avevo voglia di distruggere tutte le cose belle che non avrei mai avuto. Bruciare le foreste dell’Amazzonia. Pompare clorofluoroidrocarburi in cielo a mangiarsi l’ozono. Aprire le valvole nei serbatoi delle superpetroliere e svitare i tappi sulle piattaforme petrolifere. Volevo uccidere tutti i pesci che non potevo permettermi di comperare e annerire le spiagge della Costa Azzurra che non avrei mai visto.
Volevo che il mondo intero toccasse il fondo”.

E arriva un momento, nella vita di quest’uomo, in cui neppure il Fight Club è abbastanza. Nasce così il Progetto Caos. Andare contro le regole, creare fastidi, disinformazione, problemi. Perché? Per stravolgere il mondo, per riportare coscienza, per stabilire un nuovo ordine nelle cose. E per il Progetto Caos servono uomini, serve un esercito, insomma.

“«Vedo gli uomini più forti e intelligenti che siano mai vissuti» dice e la sua faccia si staglia sulle stelle nel finestrino, «e questi uomini sono alle pompe di benzina e a servire ai tavoli.»
La curva della sua fronte, l’arcata sopraccigliare, la linea del suo naso, le sue ciglia e le virgole dei suoi occhi, il plastico profilo della sua bocca parlante, tutto questo è delineato in nero contro le stelle.
«Se potessimo mettere questi uomini nei campi di addestramento e finire di educarli.
«Una pistola non fa altro che focalizzare un’esplosione in una sola direzione.
«Avresti una classe di uomini e donne giovani e forti, tutta gente desiderosa di dare la vita per qualcosa. La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno.
«Noi non abbiamo una grande guerra nella nostra generazione, o una grande depressione, e invece sì, abbiamo una grande guerra nello spirito. Abbiamo una grande rivoluzione contro la cultura. La grande depressione è quella delle nostre vite. Abbiamo una depressione spirituale.
«Dobbiamo mostrare la libertà a questi uomini e a queste donne rendendoli schiavi e mostrare loro il coraggio spaventandoli»”.

Il Progetto Caos, insomma, è un passo verso una rivoluzione culturale che questi uomini desiderano con tutti se stessi. Sono pronti a fare molto, per raggiungere lo scopo, e credono fino in fondo nella necessità di riequilibrare il mondo.

“«Napoleone si vantava di poter addestrare uomini a sacrificare la vita per un nastrino.
«Pensa a quando proclamiamo uno sciopero e tutti si rifiutano di lavorare fino a quando non abbiamo distribuito le ricchezze del mondo»”.

Utopia? Probabile. Quello che traspare dalle pagine di Fight Club è il malessere, il malcontento, la rabbia e l’inadeguatezza di una generazione disillusa. Qualcuno definisce questo romanzo nichilista, ma non io. Quando una persona si ribella per cambiare le cose, ha uno scopo. Uno scopo è già di per sé un senso.

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Dello stesso autore:

– I sacrifici umani (estratto da Figth club)

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