I gabbiani

alcyone“La città di Trachine, che fu l’ultima dimora terrena di Ercole, da tempo era scossa da paurosi prodigi. Un giorno il mare s’era tinto di rosso; una notte lo stagno aveva rintronato di cupi muggiti; poi un lupo nero aveva fatto strage di buoi e, quando i contadini tutti insieme, dandogli la caccia, avevano cercato di ucciderlo, s’era mutato in sasso.

Ansioso per quanto accadeva, il re Ceìce decise di andare a Claro, per consultare l’oracolo santo del tempio di Apollo. Ma sua moglie, la dolce Alcione, quando seppe del suo proposito, scoppiò in lacrime e pregò il marito di non partire:

“Se il viaggio fosse per terra, ne proverei soltanto dolore. Ma Claro è al di là del mare, e il mare mi spaventa. Appena ieri ho visto sulla spiaggia rottami di tavole, tristi segni di naufragio. Sai bene quante tombe, vuote di salme, si allineano sulla sabbia a mesto ricordo di naviganti inghiottiti dai flutti. La furia del mare è tremenda. Nulla vale a fermarla. Perciò ti scongiuro di non partire. Se poi queste mie lacrime non valgono a sciogliere il tuo cuore di ghiaccio, se resti fermo nel tuo proposito, almeno portami con te. Correremo insieme gli stessi pericoli ed avremo una medesima sorte”.

Ceìce si commosse e cercò di confortare quel cuore trepidante; solo con una promessa acquetò l’affettuosa consorte:

“È vero, Alcione mia dolce, ogni assenza è per noi troppo lunga e insopportabile perciò ti giuro che, qualunque cosa accada, tornerò da te prima che la luna avrà riempito due volte il suo cerchio”.

E subito comandò che si traesse dal cantiere in mare una nave e la si fornisse del necessario per il viaggio.

Quando fu pronta, la nave salpò, sospinta da due file di marinai che traevano ai petti lunghi remi e battevano il mare con rapidi colpi. Ritta sulla spiaggia, Alcione la seguì con lo sguardo, finché fu in vista, e salutò con ampi cenni delle mani. Quando non la vide più, corse alla casa, che le sembrò vuota, e gettatasi sul letto si abbandonò alle lacrime.

Intanto la nave prendeva il largo. Quando furono in mare aperto, i marinai disposero di traverso i remi sospesi, inalberarono le antenne e stesero le vele perché accogliessero il vento.

La navigazione proseguì felicemente per giorni e giorni, finché non si fu a metà del
viaggio. La nave di Ceìce era ad uguale distanza da Trachine e da Claro, quando si levarono improvvisi e forti sbuffi di vento, e le onde si gonfiarono spumeggiando. Pronto, il pilota ordinò:

“Calate le antenne, ammainate le vele!”.

Ma la procella, prendendo subito forza, impediva i movimenti dei marinai e col fragore dei flutti copriva le loro voci. Le sartie incominciarono a stridere, onde pesanti s’abbatterono sulla nave. In balia della tempesta, una volta lo scafo saliva verso il cielo, sollevato da un’onda alta quanto un monte, una volta piombava negli abissi, fin quasi a toccare il fondo del mare.

Afferratisi con tutte le forze ai banchi, i marinai invocavano tutti gli dei. Ceìce ripensava alla sua Alcione e ne ripeteva il nome.

Poi venne la fine. Non reggendo più ai colpi della tempesta, lo scafo si sfasciò e disperse tra i flutti gli uomini che invano chiedevano aiuto. Mentre, come gli altri, cercava disperatamente di tenersi a galla, lo sventurato Ceìce fu inghiottito da un gorgo nel buio silenzioso della morte.

Frattanto Alcione, ignara di tanta sciagura, contava i giorni e s’affrettava a finire le vesti con cui voleva ornare il marito il dì del ritorno. Ogni mattina andava al tempio di Giunone, faceva un’offerta di incenso e pregava per il ritorno del marito. Impietosita, la grande dea non volle che Alcione continuasse a chiedere il ritorno di uno che era già morto. Chiamò Iride, la bella messaggera che spesso appare in cielo sotto forma di arcobaleno, e le disse:

“Va’ dal Sonno e digli che mandi ad Alcione un sogno veritiero, sì che ella sappia che Ceìce è morto”.

Seguendo la curva dell’arco celeste, Iride volò alla casa del Sonno. Questa è una profonda spelonca che s’incava nel seno di un monte. Mai vi penetra la luce del giorno, né vi si ode il canto del gallo. Tutto è quiete e silenzio.

Iride dovette allontanare con le mani la folla nebbiosa dei Sogni, che, andandole incontro, le impedivano il passo. Finalmente nel fondo dell’antro trovò il Sonno che giaceva su un letto di èbano dietro una coltre di veli nerastri.

Aprendo a stento le pigre palpebre gravi e puntellandosi ai gomiti, il Sonno domandò:

“Chi ti manda? Che cosa vuoi?”.

“A Trachine la regina Alcione ignora la morte del marito. La misera continua a pregare per
il suo ritorno. Mandale un sogno verace. È un ordine di Giunone”.

Così disse Iride e subito volò via.

Il Sonno si scosse più volte, per non ricadere addormentato; chiamò Morfeo, il maggiore dei suoi mille figli, e gli trasmise il comando di Giunone.

Nel cuore della notte Morfeo stese le sue grandi ali nere e volò alla casa di Alcione. Si posò sul guanciale della regina e le apparve in sogno con l’aspetto di Ceìce.

“Mi riconosci? Sono tuo marito” disse. “Le tue preghiere sono vane. Una tempesta sommerse la nave, ed ora il mio corpo è in balia delle onde. Dammi gli onori funebri. Non permettere che io scenda senza il conforto del pianto tra le ombre degli Inferi”.

Atterrita dal sogno Alcione si svegliò di soprassalto e vide che era già l’alba. Con mestizia si rammentò che i sogni dell’alba sono veritieri.

Si levò in fretta e corse alla riva del mare. Rivide il luogo dove aveva abbracciato il marito l’ultima volta; salì sullo scoglio dal quale aveva visto la nave perdersi all’orizzonte.

Sotto di lei, l’acqua sciabordava, cupa. E sull’acqua ella vide galleggiare uno scudo e vi riconobbe l’insegna di Ceìce. Dunque il sogno aveva detto il vero.

Vinta dal dolore, Alcione volle morire e si gettò a capofitto in mare.

Ma invece di cadere, fu portata in alto dal vento. Trasformata in uccello dalla pietosa Giunone, Alcione volteggiò nell’aria lanciando dal becco sottile un mesto richiamo.

Un vecchierello che stava sulla spiaggia, vide un altro uccello, simile al primo, rispondere al richiamo e levarsi in volo dal mare. E tutti e due, assieme, salirono in alto con le bianche ali distese.

Ancor oggi Ceìce, il gabbiano maschio, e Alcione, la femmina, volano assieme sull’azzurro mare. Per sempre li ha congiunti Amore”.

(da: “Storie d’oro”, di Gino Ragozzino)

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Dallo stesso libro:

Volare come uccelli
Narciso

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