Justine – Le disavventure della virtù

Donatien de Sade - Justine, le disavventure della virtùJustine – Le disavventure della virtù, è un libro del 1791 di Donatien Alphonse Francois de Sade, meglio noto come il Marchese de Sade.

Scrivere questo post è abbastanza difficile. Mi chiedo se debba limitarmi ad una recensione di quest’opera o porre a me e a voi una serie di quesiti che sorgono spontanei leggendo questo libro e soffermandosi a riflettere sul suo contenuto.

De Sade era un personaggio controverso, strano e complesso. Trascorse molti anni della sua vita in carcere per libertinaggio, ma anche per avvelenamento e sodomia. Pare che tutti i suoi libri siano molto espliciti e spinti, pieni di particolari e carichi di sadismo. Tra l’altro il termine “sadismo” deriva proprio dal suo nome.

De Sade era un libertino convinto, e i suoi modi non si riflettevano solo sulla sessualità, ma anche sulle pagine dei suoi libri. La sua libertà di pensiero e di modi si può cogliere benissimo in Justine – Le disavventure della virtù, in cui la protagonista, Justine, subisce qualunque cosa per tutta la durata della storia. Al lettore non viene risparmiato nulla, seppure i toni siano, per assurdo, lontanissimi dalla volgarità, il che dimostra che tutto si può dire, purché si sappia come farlo e, aggiungo (ma questo è solo un mio parere), purché il messaggio di fondo risulti degno.

Secondo la critica, il linguaggio esplicito che si ritrova nelle opere di de Sade ha una finalità precisa: mettere sotto accusa i valori ipocriti e la corruzione morale dell’élite del suo tempo. Se si avessero dubbi in proposito, basterebbe stare bene attenti a cosa si può leggere in Justine, dove ad un certo punto la protagonista chiede al suo ascoltatore se debba continuare a narrare le spiacevoli vicende della sua vita contaminandone la fantasia con infami racconti. Questa la risposta di chi sta cogliendo le sue confidenze:

“…esigiamo i dettagli, da voi; li velerete con quella decenza che ne attenua l’orrore. Resterà solo quanto serve a chi voglia conoscere l’uomo. Non ci si immagina neppure fino a che punto questi quadri siano utili a gettar luce sulla sua anima; forse siamo ancora così ignoranti, in questa scienza, proprio per lo stupido ritegno di quelli che scrivono. Prigionieri di assurde paure, gli scrittori illustrano puerilità note a qualsiasi imbecille; non osano invece, penetrando arditamente nel cuore umano, offrire ai nostri occhi lo spettacolo dei suoi giganteschi traviamenti”.

Ecco dunque le parole che a mio parere confermano la tesi dei critici.
Si dice che de Sade avesse l’abitudine di gettare qua e là, nei suoi libri, una velata critica sociale. Per quanto riguarda Justine, non direi che la critica è così velata…

“Il processo a una sventurata che non ha né influenza né protezione è presto fatto, in un paese dove si giudica la virtù incompatibile con la miseria e dove la cattiva fortuna è una prova irrefutabile contro l’accusato. Per ingiusto pregiudizio, si crede colpevole del crimine chi aveva ragioni per commetterlo; la condizione sociale dell’imputato è la misura della sua moralità; chi non ha oro o titoli per provare la sua innocenza non può, è dimostrato, essere innocente”.

Ma parliamo un po’ più a fondo di questo libro che, ve lo dico subito, vi consiglio assolutamente.

Justine è una ragazza di buona famiglia che vive in un convento con la sorella maggiore. Ha circa quattordici anni quando i genitori cadono in disgrazia e muoiono, lasciando le due ragazze senza un soldo né un amico che possa proteggerle. Siamo nel 1700, cosa possono fare due adolescenti senza un soldo in tasca messe alla porta dal convento in cui vivevano, protette e curate, fino ad un minuto prima? La risposta sta nell’indole delle persone coinvolte. Mentre la sorella di Justine si reca molto serenamente in una casa di prostitute e fa la sua fortuna tra il vizio, il peccato e l’assenza di scrupoli, Justine decide di seguire la virtù e di non far mai torto alle proprie idee di purezza ed onestà. Come potrete facilmente immaginare, la sua vita diventa presto un inferno. Una ragazza di quattordici anni, bella e pura, desiderosa di perseguire a tutti i costi la virtù, non può che essere sbranata come un tenero agnello dai lupi che popolano il mondo.

Justine, che presto prende il nome di Thérèse, si reca a chiedere aiuto qui e là. Nel mondo crudele che disprezza le fatiche della virtù, la ragazza si scontra subito con la realtà. Mentre la prima donna da cui si reca la spinge tra le braccia di un nobile sapendo bene cosa la aspetterà ed esigendo da lei i pochi spiccioli che possiede, il primo uomo da cui si reca pretende da lei la verginità a cui la ragazza tiene tanto. Justine piange, supplica, prega…

“Oh signore” risposi io con il cuore gonfio di sospiri “non vi sono dunque più né onestà né carità fra gli uomini?”
“Poco o nulla” replicò Dubourg. “Troppo se ne parla. Come volete che vi siano? Ci si è ravveduti dalla mania di far favore gratis agli altri; riconosciuto che i piaceri della carità erano solo gioie, effimere, dell’orgoglio, si preferirono sensazioni più reali; si capì per esempio che da una bambina come voi è infinitamente più bello trarre, quasi riscuotendo gli interessi del capitale via via che lo si versa, i molti e diversi piaceri che la lussuria sa offrire, piuttosto che quelli, freddi e futili, di una generosità gratuita. La reputazione di un uomo liberale, caritatevole, magnanimo non vale, neppure quando più ci esalta, un piacere anche lieve dei sensi.”
“Oh signore, simili principi condannano lo sventurato a perire.”
“Che importanza ha? Ci sono più sudditi del necessario in Francia. Purché la macchina abbia sempre la stessa elasticità, cosa importa il numero di individui che la tengono in movimento?”

Justine tenta in ogni modo di sottrarsi, ma le viene detto che se non si darà di sua volontà, sarà costretta con la forza. Fortuna vuole che l’uomo, sopraffatto dal piacere, si accasci prima di poterle fare del male, ma questa consolazione verrà presto spazzata via dagli eventi futuri.
Justine sarà preda di ladri e prostitute che vogliono assoldarla, di nobili corrotti invischiati in assassinii e giochi perversi e in ogni genere di orrende situazioni. Finirà in prigione e rischierà la pena di morte, ma qualcosa la salverà sempre. Nonostante nulla di puro resti nel suo corpo, la sua anima rimarrà colma della virtù che da sempre ha inseguito e amato e nessun delitto macchierà la sua anima.
Cercheranno tutti di convincerla, con motivazioni più o meno sensate (meno, in genere), ad abbandonare l’onestà in favore di un sistema di vita opposto, che le porterebbe la ricchezza che non ha mai raggiunto attraverso la pratica della virtù. 

“Eccoti libera, Thérèse” mi disse allora la Dubois “puoi ora scegliere la vita che ti piace, ma se posso darti un consiglio rinuncia a pratiche di virtù che, lo vedi, non ti sono mai state proficue, uno scrupolo fuori luogo ti ha condotta ai piedi del patibolo, un orrendo crimine mi salva; considera a cosa servano nel mondo le buone azioni, e se valga la pena di immolarsi per esse! Sei giovane e graziosa, Thérèse; in due anni mi incarico io di far la tua fortuna: non credere però che ti conduca al suo tempio per i sentieri della virtù. Quando si vuol fare strada, figliola cara, bisogna industriarsi in molto modi e dedicarsi a vari maneggi; deciditi dunque; non siamo sicuri in questa capanna; dobbiamo partire entro poche ore”.

Ma Justine non si arrende:

“Sono molto povera… oh, molto povera; ma i sentimenti che fanno ricco il mio cuore non li sacrificherei, nemmeno per ottenere tutti i favori della fortuna; saprò morire nell’indigenza, ma non tradirò le virtù”.

Non vi dirò come andrà a finire la storia, ma vi assicuro che vala le pena leggerla.
Justine è un bel personaggio, una persona che rimane pura dentro mentre tutti cercano di corromperla con ogni mezzo, che preferisce la povertà alla ricchezza ottenuta con la disonestà e il delitto.
Ad uno dei suoi aguzzini, a cui nonostante tutto ha voluto bene, è capace di dire queste parole:

“Per duro che siate stato nei miei confronti, niente dovrete temere da parte mia. Ho creduto di dover agire contro di voi, trattandosi della vita di vostra zia; ora niente farò, trattandosi della misera Thérèse. Addio, signore. Possano i vostri crimini rendere felice voi quanto le vostre efferatezze sono a me causa di sofferenza; qualunque sia la sorte che il cielo mi serba, i dolorosi giorni che mi accorderà io li impiegherò a pregare per voi”.

Eppure non tutti gli aguzzini di Justine ricevono parole di questo tenore. Neanche la virtù è cieca, e di fronte all’estrema mancanza di pietà di alcuni, sono queste le parole della ragazza:

“Uomo odioso” gli dico fuggendo “possa il cielo così gravemente offeso da te punire un giorno come merita la tua abominevole crudeltà. Non sei degno né di queste ricchezze che usi così vilmente, né dell’aria che respiri, in un mondo insozzato dalla tua barbarie”.

Justine vedrà e subirà di tutto, ma sarà sempre ferma nelle sue intenzioni di mantenersi virtuosa. Non si sporcherà mai, eppure la vita continuerà a mettere sulla sua strada individui spregevoli che cercheranno di corromperla.

Dopo svariate vicissitudini, il lettore potrebbe cominciare a pensare che sia davvero troppo, ciò che le accade. Possible che lei non impari a stare più attenta alle insidie? Possibile che ogni sventura aspetti lei e nessun aiuto disinteressato sia duraturo e la salvi? Sì, è possibile, e per due ragioni: la prima è che secondo de Sade, la purezza attira su di sé i libertini mettendoli in condizione di non resistere e di dover ottenere con ogni mezzo la distruzione di quella stessa purezza. Per sostenere questa tesi, de Sade dipinge Justine come il miele che attira le mosche. Naturalmente in questo caso il miele è la sua virtù e le api sono gli individui che vogliono corromperla.

La seconda ragione è, a mio parere, questa: Justine è la virtù, la virtù che viene maltrattata, bistrattata, violata, picchiata e frustata, la virtù che non riceve le ricompense veloci e facili del vizio e della disonestà, ma che continua ad esistere e a non essere corrotta, che continua ad ergersi e camminare a testa alta nel mondo e nonostante tutto esiste ed esisterà sempre. La ragazza è insomma una sorta di metafora della virtù.

Lasciando da parte per un attimo lo scritto e tornando allo scrittore, la domanda sorge spontanea: cosa voleva davvero comunicare de Sade, con questo libro? Ogni frase sembra urlare l’ammirazione per la virtù, specie una delle prime che si possono leggere:

“Dunque è vero che la prosperità può accompagnarsi alla condotta più malvagia e, nel seno del disordine e della corruzione, tutto ciò che gli uomini definiscono felicità può irradiarsi sulla vita. Ma questa crudele e fatale verità non allarmi nessuno; e nemmeno lo spettacolo, che offriremo, della sventura che ovunque perseguita la virtù, deve tormentare la gente onesta; la felicità nel crimine è ingannevole, illusoria, a parte la punizione sicuramente tenuta in servo dalla provvidenza: chi è stato invischiato dai successi che il crimine procura nutre in fondo all’animo un tarlo che lo rode senza tregua e gli impedisce di provare gioia per i falsi splendori che lo circondano. Gli resta nell’anima, invece di delizie, il ricordo lacerante dei crimini che lo hanno condotto al punto in cui è. Lo sfortunato perseguitato dalla sorte ha per consolazione il suo cuore, e le gioie interiori procurate dalla virtù lo ricompensano tosto delle ingiustizie degli uomini”.

Eppure de Sade si rese colpevole, nel corso della sua vita, di alcuni crimini che Justine subirà nel libro. Cosa abbiamo di fronte? Un uomo che vorrebbe essere ciò che non è? Non mi sento di esprimere un parere in proposito, ma sono abbastanza sicura del messaggio positivo che quest’opera vuole comunicare. Mi limito ad aggiungere un paio di cose, prima di lasciarvi nel dubbio.

«Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino».

Queste le parole scritte da de Sade in una lettera alla moglie. Eppure certamente rapire una mendicante per strada, drogarla, rinchiuderla, legarla, violentarla e frustarla per giorni è un crimine, no? E come scrive in Justine:

“Guai all’essere depravato che potrà provar piacere su un seno avvizzito dal bisogno e coglier baci su una bocca raggrinzita dalla fame, che si apre solo per maledirlo!”.

Giunta ormai alla fine di questo post, mi trovo con più domande di quando ho iniziato, ed è anche per questo, oltre che per quanto ho amato il libro e lo stile di de Sade, che continuerò a divorare i suoi libri.

Dite un po’, vi è rimasto qualche dubbio, a proposito del valore della virtù? Allora concluderò questo post con le parole che de Sade ha utilizzato per concludere Justine:

“Oh voi, che avete effuso lagrime sulla sventura della virtù; voi che avete compianto la sfortunata Justine; possiate voi, scusando i colori forse un po’ arditi che sono stato costretto a usare, trarre da questa storia il medesimo frutto che ne trasse la signora di Lorsange! Possiate anche voi convincervi che la vera felicità si trova in seno alla virtù che Dio, per certi suoi piani, che non sta a noi indagare, permette che essa sia perseguitata sulla terra, è solo per risarcirla, in cielo, con le più lusinghiere ricompense”.

Buona lettura!

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4 Responses to Justine – Le disavventure della virtù

  1. Mi hai incuriosito, lo comprerò…. Se me ne ricorderò 🙂

  2. Ah, ti capisco… 🙂 Beh, io ho risolto il problema creando una lista di libri da leggere. Ogni tanto scorro i titoli e poi li cerco in biblioteche o librerie. Funziona! 😉

  3. ILoveRemunni says:

    Wow che bella recensione! 🙂
    volevo chiederti..il personaggio del pittore Raymond c’è anche nel libro o solo nel film? 🙂
    grazie mille..

  4. Grazie! 🙂
    No, questo personaggio nel libro non c’è.

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