Seguendo Chaplin

robert-florey“Spesso la sera, intorno alle undici, quando vado da Henry, il ristorante degli attori a Hollywood diretto dall’ottimo Henry Bergman (che avrete visto in tutti i film di Chaplin), ho l’occasione di incontrare, mentre passeggia da solo o talvolta in compagnia del devoto assistente Harry Crocker, il popolare Charlot, il grande Charles Spencer Chaplin, irriconoscibile sotto il grande informe cappello di feltro. Per proteggersi contro la nebbia della sera – le notti possono essere pericolose in California – si avvolge in un immenso cappotto grigio, i suoi pantaloni, piuttosto larghi, secondo la moda corrente, ne nascondono i piedi minuscoli, calzati negli stivaletti abbottonati con le ghette beige. E così accadde che una notte dello scorso dicembre, uscendo dall’Egyptian di Grauman, mentre percorrevo il breve tragitto che separa il teatro dal nostro ristorante preferito, riconobbi, pochi passi davanti a me, la familiare figuretta di Charlot. Istintivamente rallentai il passo, non posso esprimere la malinconia che mi assalì quando mi resi conto della completa solitudine in cui vive l’uomo più popolare del mondo. Camminava lentamente, rasente le vetrine poco o male illuminate; la nebbia era fitta, e Charlie, le mani nelle tasche, e un regolare, impercettibile movimento del gomito, avanzava senza eco di passi sul selciato; il bavero rialzato, leggero nel grande cappotto, si sarebbe potuto scambiare per un bambino vestito con gli abiti del padre. Quest’uomo, il cui capolavori cinematografici erano apparsi quella notte stessa sugli schermi di tutto il mondo, quest’uomo che quella notte aveva fatto ridere la gente di tutti i continenti, era lì che camminava davanti a me nella nebbia. C’era qualcosa di infinitamente triste nello spettacolo di Charlot, solo nella notte. Un uomo che avrebbe potuto essere conteso dai salotti più eleganti del mondo, camminava silenzioso, solo nell’ombra, le mani in tasca e la falda del cappello abbassata sugli occhi. È vero che la vita degli artisti a Hollywood, soprattutto la sera, quando la giornata lavorativa è finita, non può essere paragonata alla vita di Parigi e di Londra, ma vedere Charlie Chaplin, tutto solo sul boulevard, come una piccola comparsa qualsiasi senza lavoro o un posto dove vivere, mi ha dato una stretta al cuore. All’angolo di Cherokee Street lo attendeva qualcosa di importante, di importante almeno per Charlot… incontrò infatti un cane, un grasso comunissimo bastardo, accucciato in attesa di chissà che. E Charlie si fermò di botto: aveva trovato qualcuno con cui parlare. Cominciò a fare delle domande alla bestia, che probabilmente riconobbe in lui un amico, perché gli porse la zampa. Non potevo udire le parole di Charlie, ma quando ci incontrammo si rivolse a me: «Va da Henry? Andiamo insieme». Due minuti dopo eravamo arrivati al ristorante, ma invece di entrare dalla porta principale sullo Hollywood boulevard, l’attore entrò dalla cucina, perché aveva un ospite con sé: il grasso cane che lo aveva seguito. Charlie ordinò per il suo amico un ricco pranzo al cuoco filippino, e il cane gli porse una volta ancora la zampa. Mentre lasciavamo la cucina ed entravamo nella sala del ristorante Charlie disse: «Quel cane mi conosce, mi aspetta spesso all’angolo di Cherokee, e ho capito che anche questa sera non aveva mangiato… così, vedi, non mi è rimasto altro da fare che invitarlo!». E quel dolce piccolo uomo dal grande cuore si mise a parlare di altre cose”.

(Robert Florey)

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2 Responses to Seguendo Chaplin

  1. pasric says:

    la solitudine è spesso la compagna prediletta di una grandezza umile.
    Grazie, Chiara.

  2. 🙂 è sempre un piacere!

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