La veste lunga

pirandelloLa veste lunga è una novella di Pirandello, contenuta nel volume Novelle per un anno.

Didì è una giovane donna che ha da poco abbandonato le vesti dell’infanzia. La storia si svolge sul treno che la porterà da Palermo a Zùnica. Viaggia con il fratello maggiore e il padre. La madre, morta da alcuni anni, è un’ombra di tristezza nel cuore della ragazza.

Zùnica è un bel ricordo nella mente di Didì. Quando era bambina, suo padre, che lavorava lì come amministratore giudiziario dei possedimenti di un barone, le portava dal paese “certi freschi e deliziosi frutti fragranti”. Quei doni avevano creato nella sua mente un’immagine meravigliosa del paese da cui provenivano. Anche “da grande” Didì non poteva fare a meno di pensare a Zùnica come un luogo bello, rigoglioso; pieno di giardini, vigneti e boschi lussureggianti, “quantunque sapesse che Zúnica era una povera arida cittaduzza dell’interno della Sicilia, cinta da ogni parte dai lividi tufi arsicci delle zolfare e da scabre rocce gessose fulgenti alle rabbie del sole, e che quei frutti, non più gli stessi della sua infanzia, venivano da un feudo, detto di Ciumía, parecchi chilometri lontano dal paese”.

Mentre il treno arranca in salita nell’entroterra siciliano, Didì pensa, in perfetto stile pirandelliano, a tutto ciò che quel viaggio significa. È la prima volta che indossa in pubblico una veste lunga, simbolo del passaggio dall’infanzia all’età adulta. E da questo cambiamento nella sua vita cominciano le sue riflessioni, seguite dalle sensazioni nuove che la veste le procura.

“Ora, per il viaggio lungo fino a Zúnica indossava anche, per la prima volta, una veste lunga.
E le pareva d’esser già un’altra. Una damina proprio per la quale. Aveva lo strascico finanche negli sguardi; alzava, a tratti, le sopracciglia come a tirarlo sú, questo strascico dello sguardo; e teneva alto il nasino ardito, alto il mento con la fossetta, e chiusa la bocca. Bocca da signora con la veste lunga; bocca che nasconde i denti, come la veste lunga i piedini”.

Ma essere adulti non significa soltanto indossare abiti più belli ed importanti e sentirsi grandi anche negli sguardi… a Zùnica la aspetta un matrimonio d’interesse con un uomo di ventisette anni più vecchio di lei, un uomo che non ha mai visto in vita sua.
Il lavoro di suo padre per il barone di Zùnica sta giungendo alla fine, e l’unico modo per mantenere l’agiatezza che ne deriva, sembra essere quello di combinare due matrimoni: quello di Didì con il barone e quello di Cocò, suo fratello, con la sorella del barone. Cocò, che ha ventisettenne anni e gode da tempo di libertà e vizi, accoglie con favore la novità. I motivi della sua tranquillità, contrapposta alla preoccupazione della giovanissima Didì, sono vari: il suo carattere, la sua libertà come uomo (“La veste lunga” è stata scritta nel 1928), forse gli anni di vita ed esperienza goduti, e poi, riflette Didì, forse anche il ricordo degli stenti vissuti dalla famiglia prima che il padre iniziasse a lavorare per il barone.

“Cocò serbava una chiara, per quanto lontana memoria dei gravi stenti tra cui il padre s’era dibattuto prima d’esser fatto, per maneggi e brighe d’ogni sorta, amministratore giudiziario dell’immenso patrimonio di quei marchesi di Zúnica.
Ora, c’era tutto il pericolo di ricadere in quegli stenti che, se anche minori, sarebbero sembrati piú duri dopo l’agiatezza. Per impedirlo, bisognava che riuscisse, ora, ma proprio bene e in tutto, il piano di battaglia architettato dal padre, e di cui quel viaggio era la prima mossa”.

E questo piano, che vede Didì in prima linea è semplice: “Ebbene: il piano del padre era questo: prima di lasciare quell’amministrazione giudiziaria, concludere due matrimoni: dare cioè a Didí il marchese Andrea, e Agata a lui, Cocò”.

La ragazza non reagisce bene all’annuncio del matrimonio: “Didí al primo annunzio era diventata in volto di bragia e gli occhi le avevano sfavillato di sdegno. Lo sdegno era scoppiato in lei piú che per la cosa in se stessa, per l’aria cinicamente rassegnata con cui Cocò la accettava per sé e la profferiva a lei come una salvezza. Sposare per denari un vecchio, uno che aveva ventotto anni piú di lei?”.

Il fratello la rabbonisce con carezze e parole dolci, parla di sé, e infine cambia discorso e le chiede di sollevare l’orlo della gonna per poterle salutare le gambe, ché non le vedrà più, perché ormai lei indosserà sempre la veste lunga. Questo piccolo atto, insieme al racconto di Cocò delle gambe di una vecchia amica riviste solo al suo funerale, scombussola Didì. Stesa nel proprio letto, impossibilitata a dormire, pensa a quella ragazza morta e si guarda le gambe, stese sul letto insieme al resto del suo corpo. E si immagina morta anche lei, dentro una bara con l’abito da sposa, dopo il matrimonio con il marchese Andrea dai lunghi capelli.

Tornata alla realtà, sul treno che la porterà a Zùnica, Didì osserva il fratello.

“Didí guardava il fratello sdrajato sul sedile dirimpetto e si sentiva prendere a mano a mano da una gran pena per lui.
In pochi anni aveva veduto sciuparsi la freschezza del bel volto fraterno, alterarsi l’aria di esso, l’espressione degli occhi e della bocca. Le pareva ch’egli fosse come arso, dentro. E quest’arsura interna, di trista febbre, gliela scorgeva negli sguardi, nelle labbra, nell’aridità e nella rossedine della pelle, segnatamente sotto gli occhi. Sapeva ch’egli rincasava tardissimo ogni notte; che giocava; sospettava altri vizi in lui, piú brutti, dalla violenza dei rimproveri che il padre gli faceva spesso, di nascosto a lei, chiusi l’uno e l’altro nello scrittojo. E che strana impressione, di dolore misto a ribrezzo, provava da alcun tempo nel vederlo da quella trista vita impenetrabile accostarsi a lei; al pensiero che egli, pur sempre per lei buon fratellino affettuoso, fosse poi, fuori di casa, peggio che un discolo, un vizioso, se non proprio un farabutto, come tante volte nell’ira gli aveva gridato in faccia il padre. Perché, perché non aveva egli per gli altri lo stesso cuore che per lei? Se era cosí buono per lei, senza mentire, come poteva poi, nello stesso tempo, essere cosí tristo per gli altri?
Ma forse la tristezza era fuori: fuori, là, nel mondo, ove a una certa età, lasciati i sereni, ingenui affetti della famiglia, si entrava coi calzoni lunghi gli uomini, con le vesti lunghe le donne. E doveva essere una laida tristezza, se nessuno osava parlarne, se non sottovoce e con furbeschi ammiccamenti, che indispettivano chi – come lei – non riusciva a capirci nulla; doveva essere una tristezza divoratrice, se in sí poco tempo suo fratello, già cosí fresco e candido, s’era ridotto a quel modo”.

Didì si sente oppressa da quella tristezza che aspetta anche lei; sente il peso della veste lunga; un abito lungo addosso ad una bambina.

“E le avevano messo quella veste lunga, ora cosí… su un corpo, che lei non si sentiva. Assai piú del suo corpo pesava quella veste! Si figuravano che ci fosse qualcuna, una donna, sotto quella veste lunga, e invece no; invece lei, tutt’al piú, non poteva sentirvi altro, dentro, che una bambina; sí, ancora, di nascosto a tutti, la bambina ch’era stata, quando tutto ancora intorno aveva per lei una realtà, la realtà della sua dolce infanzia, la realtà sicura che sua madre dava alle cose col suo alito e col suo amore. Il corpo di quella bimba, sí, viveva e si nutriva e cresceva sotto le carezze e le cure della mamma. Morta la mamma, lei aveva cominciato a non sentire piú neanche il suo corpo, quasi che anch’esso si fosse diradato, come tutt’intorno la vita della famiglia, la realtà che lei non riusciva piú a toccare in nulla”.

Didì osserva il padre e il fratello addormentati. Ma come possono dormire, loro, mentre lei è sola, abbandonata al destino di un’impresa vergognosa?

“Dove la conducevano quei due, che anche lí la lasciavano cosí sola? A un’impresa vergognosa. E dormivano! Sí, perché, forse, era tutta cosí, e non era altro, la vita. Essi, che già c’erano entrati, lo sapevano; c’erano ormai avvezzi e, andando, lasciandosi portare dal treno, potevano dormire… Le avevano fatto indossare quella veste lunga per trascinarla lí, a quella laida impresa, che non faceva piú loro alcuna impressione. Giusto lí la trascinavano, a Zúnica, ch’era il paese di sogno della sua infanzia felice! E perché ne morisse dopo un anno, come la sua amichetta Rorò Campi?
L’ignota attesa, l’irrequietezza del suo spirito, dove, in che si sarebbero fermate? In una cittaduzza morta, in un fosco palazzo antico, accanto a un vecchio marito dai capelli lunghi…”.

Didì non può sopportare tutto questo, non può accettare questo destino. Non vuole quella veste lunga che l’ha fatta crescere così in fretta, in questa maniera terribile, vendendosi. E non vuole vedere allo specchio quella tristezza che ha visto sui loro volti.
Così, in un atto repentino, tira fuori dalla tasca della giacca del padre una boccetta…

“Oh Dio, e non poter fuggire… non poter fuggire… Legata com’era, qua, dal sonno di quei due, dalla lentezza enorme di quel treno, uguale alla lentezza del tempo là, nell’antico palazzo, dove non si poteva far altro che dormire, come dormivano quei due…
Provò a un tratto in quel fantasticare che assumeva nel suo spirito una realtà massiccia, ponderosa, infrangibile, un senso di vuoto cosí arido, una cosí soffocante e atroce afa della vita, che istintivamente, proprio senza volerlo, cauta, allungò una mano alla borsetta di cuojo, che il padre aveva posato, aperta, sul sedile. Il turacciolo smerigliato della fiala aveva già attratto con la sua iridescenza lo sguardo di lei”.

Berrà, Didì, il veleno che per suo padre è una medicina salvavita?

Per saperlo, dovrete leggere questa bellissima novella. Buona lettura!

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Dello stesso autore:

Non si sa come (estratto)
Ogni forma è una morte (estratto da: La carriola)
Da sé (recensione ed estratti)
L’uomo e la legge (estratto da: La casa del Granella)
Tullio Buti (estratto dalla novella Il lume dell’altra casa)
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