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Chiara Vitetta

"Una vita senza libri è una vita di sete". (Stephen King)

Amabili resti

Posted by Chiara Vitetta - gennaio 29th, 2013

libro amabili restiAmabili resti è un romanzo del 2002 di Alice Sebold.

Il film omonimo, basato (o meglio, “ispirato”) sul libro, è abbastanza differente dal romanzo, tanto secondo me sono da considerare due storie diverse con qualche punto in comune. Se avete visto il film e come me avete avuto un’impressione non troppo buona (un film innocuo, leggero, con qualche spunto originale qua e là), non evitate il libro, non fatevi fermare dall’errata convinzione di sapere già tutto. Non è solo perché libro e film restano pur sempre due modi diversi di comunicare, ma soprattutto per una seconda ragione: lo spirito del libro Amabili resti è molto differente dallo spirito del film Amabili resti. Si rivelano molte differenze, ma la più importante è l’unica essenziale: lo spirito della storia.

Susie Salmon è morta. Si trova in cielo, in una sorta di paradiso liberamente modificabile in base alle proprie volontà ed esigenze, ed è da lì che, mentre osserva il mondo sottostante e gli individui che lo abitano, ci racconta della sua morte. Susie, quattordici anni al momento della morte, è stata violentata e uccisa da un vicino di casa, un assassino non alla sua prima vittima.
Mentre nel film Susie riuscirà a comunicare con il mondo reale spingendo una compagna di scuola a scoprire la verità sulla sua morte, dando una soluzione soddisfacente e regalando allo spettatore un piacevole senso di giustizia, nel libro la storia ha “tutti gli spigoli acuminati della realtà” (S.King).

Lo sguardo di Susie, che non si allontana mai troppo dalla sua famiglia, rimasta a gestire il lutto senza neppure un corpo da seppellire, indugia su ogni membro del nucleo familiare. Con uno sguardo privilegiato, dal suo cielo Susie sente e sa cosa provano la madre, il padre, la sorella minore e il fratellino di cinque anni, ma anche altre persone che ha conosciuto, compreso il ragazzo che le piaceva.

Amabili resti (il libro), contrariamente al film non è la storia di un omicidio risolto grazie all’intervento di una ragazzina morta, ma è molto di più. È un libro sul lutto, sulla sopravvivenza alle tragedie, sulla vita e la sua fondamentale ingiustizia. È un libro sulla logica casuale dell’esistenza, sui morti che non se ne vanno ma continuano a vivere nella mente di chi li ricorda; è un libro sulle persone e le loro debolezze, sul mondo che va avanti anche dopo la morte violenta di una quattordicenne innocente.

La scrittura di Alice Sebold è fluida e piacevole, mai zoppicante, ricca di riflessioni profonde e approfondite e di spunti di riflessione. I personaggi sono resi perfettamente, con realismo ed onestà, provvisti delle debolezze umane e differenti l’uno dall’altro proprio come nella vita reale. Anche il loro atteggiamento nei confronti del lutto è differente in base al carattere. In particolare appaiono eccellenti la descrizione della madre e quella del padre, il personaggio più bello di questa storia, a mio parere.
Mentre la madre fugge in un mondo suo allontanandosi dalla famiglia prima in senso figurato e poi letteralmente, il padre si lega ancora di più ai figli, in particolare al piccolo. Distrugge le sue navi in bottiglia, quelle che Susie, unica in famiglia a condividere questa passione, amava tanto; però non riesce a separarsi dai vestiti della figlia, chiusi in uno scatolone con su scritto: “da tenere”. Si lega al suo ricordo e continua ad amare la figlia morta e i figli vivi in una maniera struggente e bellissima.
Sua moglie invece, fuggita dal ruolo di madre e consorte, vive il lutto lontana da casa, in mezzo a volti sconosciuti, separata da tutto. Trova un lavoro manuale, stancante e molto lontano da casa e si chiude in un dolore solitario.

“Nei giorni liberi passeggiava per le strade di Sausalito o Santa Rosa, cittadine raffinate dove tutti le erano estranei, ma per quanto si sforzasse di concentrarsi sulla novità promettente, quando entrava in un negozio di articoli da regalo o in un caffè le quattro pareti che la racchiudevano cominciavano a respirare come un polmone. E subito sentiva strisciarle su per i polpacci e nelle viscere l’assalto, il dolore incipiente, e le lacrime, un piccolo esercito implacabile che avanzava verso la prima linea dei suoi occhi. Allora prendeva un respiro e mandava giù una gran boccata d’aria per non piangere in pubblico. In un ristorante chiese un caffè e un toast e lo imburrò di lacrime. Andò da un fioraio e chiese giunchiglie, e quando le risposero che non ne avevano si sentì derubata. Era un desiderio tanto piccolo, un fiore di un giallo vivace…”.

Anche se si potrebbe dire tanto male di una donna che lascia la famiglia così, questa madre che si spoglia dei ruoli di una vita intera risulta una figura comprensibile e reale. Ci ricorda che il dolore è un animale selvaggio e indomabile di cui non ci si può liberare, e che per evitare che ci aggredisca e si cibi di noi dobbiamo trovare il modo di affrontarlo. Ed ognuno ha il suo, per questo motivo, anche se con qualche difficoltà, la famiglia perdona questa donna fuggita.

Amabili resti non è solo un libro da leggere; è anche un libro da regalare. Ve lo consiglio caldamente.
Riguardo al film, non è male, ma ricordate che si tratta di due storie diverse. Se decidete di guardarlo, tenetelo presente.

Buona lettura!

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“Non ci si accorge che i morti se ne vanno, una volta che hanno deciso di partire. Non è previsto. Al massimo li si avverte come un sussurro o come l’onda di un sussurro che si placa piano piano. Lo paragonerei a una donna in fondo a una sala conferenze o a un teatro, che nessuno nota finché non sgattaiola fuori”.

“Mi piacerebbe dirvi che qui è bellissimo, e che anche voi un giorno sarete qui, salvi per sempre. Ma questo Cielo non ha niente a che fare con la salvezza così come, nella sua clemenza, non ha niente a che fare con la nuda e cruda realtà. Qui ci divertiamo”.

(Alice Sebold)
(da: “Amabili resti”)

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