La musica dei sogni

41D2Bl6gh4L._AA258_PIkin4,BottomRight,-32,22_AA280_SH20_OU29_La musica dei sogni è un romanzo del 2013 di Roberta Tiberia. Si tratta di un’autopubblicazione, ma non per questo di un libro scadente, tutt’altro. Dato che ogni regola ha la sua eccezione, com’era prevedibile è arrivato il momento che io ne infranga una delle mie e recensisca un libro autoprodotto. L’unica ragione per cui lo faccio è la sola che conti: La musica dei sogni è un buon libro.

Non voglio intrattenervi con le solite lamentele sull’editoria e le sue problematiche, mi limiterò a ricordarvi che siamo messi così male da spingere tanti bravi scrittori a smettere di tentare di pubblicare o ad autoprodursi e nel frattempo siamo sommersi da libri spazzatura e rischiamo di perderci tante buone storie.

I protagonisti de La musica dei sogni sono due: una giovane donna (Irene) ed un pianoforte. Che uno strumento musicale diventi un personaggio è alquanto strano, eppure la voce e l’anima date a questo pianoforte costituiscono uno dei punti forti del libro.
È proprio la voce del piano a darci il benvenuto tra le pagine del libro di Roberta, in un incipit assolutamente riuscito:

“Sono un pianoforte.
Le circostanze della vita mi hanno costretto ad un atroce destino: non essere suonato. Carlo era le mie mani, i miei dieci polpastrelli agilissimi. Invece ora è un’ombra senza voce e senza sostanza apparente. Un’anima dormiente. Di lui ormai non resta che l’involucro esterno.
Spento, purtroppo.
Vorrei tanto far rialzare le sue mani e poggiarle su di me. Se avessi due braccia – due dannate braccia – lo abbraccerei e lo stringerei; se avessi corde vocali umane gli sussurrerei che non è solo. Ma non posso.
Così me ne sto qui, dimenticato in una stanza grigia e aspetto.
Aspetto di salvare Carlo.
Aspetto di essere salvato”.

Nella stanza silenziosa dove il pianoforte aspetta di essere salvato, Carlo è immobile e spento. Il suo corpo è sopravvissuto ad un grave incidente: non ha alcune ferita; la sua mente, al contrario, sta soccombendo sotto il peso di uno shock terribile. La sua compagna, che per settimane ha tentato di riportarlo alla vita svegliando i suoi sensi in ogni modo, si è arresa di fronte all’insopportabile immobilità. Carlo è rimasto solo, circondato dall’assenza di note, dall’oppressivo, ingombrante silenzio.

Altrove, intanto, Irene non vive più. Vive nel passato; nel presente ha un’unica occupazione: tentare di distruggersi. La sua mente, come quella di Carlo, è preda di un terribile shock:

“Io ho ucciso. Sono immeritevole delle ore del tempo e dei marciapiedi calpestati. Eppure vivo perché sono immeritevole perfino della morte.
Mi chiamo Irene e ho ventisette anni; anni di cui mi restano solo i ricordi. Mi chiamo Irene e sono come morta. Vivo di ricordi, non nel presente”.

La vita di Irene scivola via, spinta dal fluire di uno schiacciante senso di colpa. Prima sfugge al lavoro, poi alla madre e alle amiche, persino a Marco, il compagno della sua vita. Sfugge persino al sole, della cui luce non si sente degna:

“Non dormo mai di notte. Mi addormento soltanto dopo che sia trascorso un tempo considerevole dal sorgere del sole. Non tollero la vista della prima luce, troppo bella, troppo vitale. Non me la merito e poi non saprei che farmene. Di mattina vanno tutti di corsa, eppure sanno benissimo dove stanno andando, chi e cosa stanno cercando e che cosa li aspetta.
Io no: per questo ho scelto di starmene a letto proprio quando gli altri si alzano e iniziano a dare un senso al nuovo giorno.
La notte, invece, resto sveglia, veglio, sopravvivo, penso, ricordo. Di notte mi sento meno in colpa perché non sto rubando nulla a nessuno. Dorme la città, dormono i suoi abitanti, le luci, i colori, gli odori.
Non sottraggo nulla al mondo, di notte”.

Neanche il sangue può lavare la colpa, né il cibo riempire il vuoto o scacciare il disagio. Irene sopravvive grazie al dolce ricordo di nonno Titti e di un padre affettuoso ma pressoché assente, pieno di colpe e mancanze. Irene ricorda, ricorda… ma tra i ricordi del passato continua ad insinuarsi il presente, gelido e infido. Ed Irene dovrà affrontarlo, infine, per smettere di distruggersi, per fare ammenda, per riequilibrare un presente che traballa e rischia di frantumarsi ai suoi piedi.

Cosa ha fatto questa donna di tanto terribile? Ha davvero ucciso? E perché l’ha fatto? E Carlo, quale terribile trauma deve superare? Tra le note di Billie Holiday, le poesie di Fernando Pessoa e un pianoforte nostalgico che brama di essere suonato, le vite di Carlo e Irene si intrecciano e sembrano danzare sulle note di Carelessly.
E ci sembra di sentire la voce di Billie che graffia le pareti della notte:

“How carelessly / You gave me your heart / And carelessly I broke it, sweetheart / I took each tender kiss you gave to me / Every kiss made you a slave to me…”.

Non vi serve sapere altro, su La musica dei sogni, se non che Roberta Tiberia ha l’unica cosa che chi intende scrivere non può imparare: lo stile.

Per ora La musica dei sogni è disponibile solo in ebook, ma entro qualche settimana sarà possibile acquistare anche la versione cartacea.

Buona lettura!

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“Sprecare è un verbo che mi spaventa. L’immagine che mi trasmette è quella di un fiume zeppo di succulenti pesci che scorre davanti ad un uomo affamato ma privo d’iniziativa.
Carlo è quell’uomo alla deriva.
Io il pesce che vuole essere preso”.

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“È una sensazione strana sentirsi morti quando si è ancora vivi”.

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“Un pianoforte che smette di suonare è come un prato ingiallito, arido e povero.
Un uomo che smette di vivere è lo stesso”.

(Roberta Tiberia)
(da: La musica dei sogni)

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