Intervista su “Leggere a colori”

leggere a colori

 

Dopo la recensione di Apri gli occhi, Leggere a colori pubblica una mia intervista, anch’essa – come la recensione – di Giulia Chevron, che ringrazio molto. Naturalmente un grazie va anche a Leggere a colori, che ha scelto di occuparsi del mio libro e di approfondire con questa intervista.

Vi propongo una delle domande (la prima) e relativa risposta. Per leggere il resto, cliccate sul link che trovate alla fine del post.

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Da aspirante scrittrice, sempre alla ricerca dello spunto, della trama, la prima domanda è forse scontata: Come scegli un soggetto intorno al quale costruire un romanzo, e in particolare questa vicenda, che si snoda attorno a due personaggi peculiari?

Per quanto riguarda lo spunto, di solito non devo sforzarmi molto. C’è sempre un’idea, un’immagine o un personaggio che mi tormentano piacevolmente chiedendo di essere trasferiti sulla carta. Non so da cosa dipenda, ma ci sono alcuni argomenti che mi affascinano o alcune immagini che mi piacciono molto e che mi scatenano l’idea per una storia. Capita spesso che si tratti solo di un piccolo spunto, a volte una singola immagine che mi continua a tornare in mente nei momenti più impensati. Il lavoro viene dopo, quando decido di costruire attorno a quella piccola scintilla un intero fuoco. In quel caso cerco di immaginare e ragionare al contempo fino ad ottenere tutta una trama che sia sufficientemente originale, che funzioni al meglio e che mi appassioni. Il processo può durare giorni, settimane o mesi. Un tempo scrivevo di getto, basandosi solo su uno scheletro essenziale di storia, da qualche anno invece sento la necessità di sviluppare molto più dettagliatamente trama e personaggi prima di iniziare a scrivere; forse perché le storie che scrivo oggi sono più complesse o magari perché rispetto a quando avevo vent’anni, la mente risulta molto meno sgombra e concentrarsi appare più difficile.

Apri gli occhi è l’ultimo romanzo che ho scritto di getto avendo solo quello scheletro essenziale di cui parlavo prima. La prima scintilla è stata una chiacchierata amara con un’amica i cui sogni sono difficili grossomodo come i miei. Voler essere una scrittrice di mestiere in un paese come l’Italia di questi tempi è davvero una follia, così scherzavamo immaginandoci in un futuro in cui l’unica cosa rimasta da fare sarebbe stato ancheggiare su un marciapiede e vendere il proprio corpo. Naturalmente si trattava di un ironico, amarissimo discorso, tipico di chi vive un momento di sconforto ma piuttosto che accucciarsi in un cantuccio e piangere, sfrutta una sorta di umorismo nero per tentare di dimenticare un’ipotesi tragica.
Dopo quel discorso ho iniziato a chiedermi: e se ci fosse una donna con un sogno difficile che si trova sola e nelle condizioni di non potersi neppure mantenere con un lavoro qualunque? Molti libri nascono dai se; quelle sono le vere scintille che accendono il fuoco di una storia.

Mi piace molto quando un romanzo è costruito sui personaggi, più che su cosa accade. Trovo che le persone siano ciò che di più interessante esiste al mondo. Il genere umano è vario, sorprendente e spesso sconvolgente, nel bene e nel male. Accadono diverse cose in “Apri gli occhi”, ma ciò che più conta sono proprio i due protagonisti, Rebecca e Matteo, persi nelle loro vite difficili e schiacciati da una dura realtà. Il loro incontro è il punto centrale del libro, un momento in cui due solitudini sfumano in un’amicizia necessaria.

Rebecca è ispirata a me, o meglio, ad una parte di me. Penso che in tutti i libri, in fondo, ci siano tratti dei personaggi che appartengono all’autore. Viene spontaneo, e a volte è inconscio, ma comunque è logico che sia così: penso che scrivere sia parlare di sé, anche se attraverso una storia inventata.

Ho creato Rebecca e le ho riversato addosso le mie paure e la mia rabbia esasperando alcuni aspetti della sua vita, come il suo “mestiere” o la tragicità del suo rapporto con gli editori. Rebecca scrive, dipinge, scolpisce ed ama l’arte e i film, come me. Sono tutte passioni che coltivo da anni e che mi è venuto spontaneo associare a questo personaggio. Anche Matteo ha qualcosa di me: in questo caso ho esasperato la mia parte arrendevole, quella che di tanto in tanto vorrebbe avere la meglio su quella forte e fermarsi di fronte ad una qualunque delle tante difficoltà.

Matteo è uno scrittore mancato la cui vita si è persa dietro le difficoltà. È finito a vivere per strada, non importa in quali circostanze, raggiungendo un punto molto basso della sua vita. Dato il “mestiere” di Rebecca, mi sembrava logico scegliere come suo amico un personaggio che conoscesse un certo tipo di vita e che lei avesse modo di incontrare frequentemente per la strada. Che Matteo fosse un clochard era un punto fermo in base al quale, andando a ritroso, ho costruito tutto il personaggio.

Ho trovato l’idea di parlare di personaggi come questi molto affascinante: calarmi nei lori panni per rendere credibile la storia è stata una sfida che ho colto con piacere. Poi, una volta creati Rebecca e Matteo, il resto è venuto di conseguenza.

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Leggi il resto dell’intervista

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