Vergine giurata

Vergine-giurata“Non si può raccontare la propria morte. Trovami un cadavere che ci sia riuscito e io mi levo il cappello”. Con questa frase si può riassumere il senso di “Vergine giurata”, di Elvira Dones, uno di quei libri non molto conosciuti che in genere si scoprono per caso o seguendo particolari briciole di parole. In questo caso devo ringraziare un amico dai gusti particolari: Pietro.

Grazie Pietro!

Raccontare la proprio morte è difficile ed è ciò che cerca di raccontarci Hana, protagonista di questo romanzo, ed attraverso Elvira Dones di sicuro riesce bene nell’intento.

Vergine giurata nasce, come tanti libri, da uno spunto molto semplice: una fotografia. Elvira Dones, scrittrice, giornalista e sceneggiatrice albanese, si è talmente incuriosita osservando una foto di famiglia in cui una giovane donna era vestita da uomo, da intraprendere un’indagine.

Nel nord dell’Albania, tra le chiuse montagne, un tempo esisteva una fenomeno secondo cui in famiglie prive di uomini (a cause di varie circostanze), una donna poteva decidere di assumere un ruolo maschile. L’abbigliamento, le abitudini, il linguaggio, i ruoli; tutto diventava maschile, ad eccezione della vita sessuale, del tutto inesistente. La donna che faceva questa difficile scelta diventava – e veniva definita – una vergine giurata.

In una società in cui i ruoli erano ben definiti e risultava sconveniente che una donna disobbedisse a volere di un uomo o uscisse da sola in determinati orari o lavorasse, non è poi così difficile capire questa scelta; scelta spesso legata alla “sopravvivenza sociale”di una famiglia intera.
Eppure una decisione di questo tipo, tacitamente accettata e rispettata da tutta la popolazione che vive su quei monti, non può non avere un peso per l’individuo che la compie.

In Vergine giurata, Hana è una giovane donna che vive con gli zii tra le montagne albanesi e studia all’università di Tirana.
Prima la morte della zia, poi la malattia dello zio, unico uomo della famiglia, la costringono a compiere azioni “sconvenienti” ma anche pericolose fino a portarla alla scelta, estrema, di svestire i panni della donna e vestire quelli dell’uomo nascondendo il seno, tagliando i capelli, masticando tabacco e bevendo alcolici, parlando persino come un uomo e cercando di assumerne i gesti. La sua è anche una scelta d’amore, un modo per “lasciare andare” serenamente l’amato zio senza fargli gravare addosso il peso dell’abbandono di una donna indifesa e sola alle prese con il mondo.

Gli anni successivi alla morte dello zio sono anni di morte per Hana; anni in cui la sui identità viene annullata e come congelata in momenti di sopravvivenza, ma non di vita. Ma un giorno, ormai consapevole di non dovere nulla a nessuno, rimasta sola da tempo, vorrà fuggire in cerca non solo di una vita diversa, ma soprattutto della vera se stessa, di cui inevitabilmente fa parte anche l’essere una donna.

E così Hana comincia un percorso di rinascita graduale, doloroso ma anche galvanizzante, pieno di piccole sfide, di orgoglio e di forza, in un’America in cui può essere se stessa, lontana dai monti albanesi.
E la vergine giurata sparirà sotto il peso di gonne, cerette e vari rituali femminili, assolutamente simbolici, che la porteranno ad essere – finalmente – la vera Hana.

Buona lettura!

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