La città dei libri sognanti

La città dei libri sognanti è un romanzo del 2004 dello scrittore tedesco Walter Moers.
Per dare un’idea di che tipo di libro si tratti, è utile andare per somiglianze. Questo romanzo ha sicuramente qualcosa di Michael Ende, ma anche di Umberto Eco e J.R.R.Tolkien. Di Ende ha le atmosfere sognanti e la grande fantasia, di Eco e Tolkien le lunghissime descrizioni – sempre molto fantasiose – che lasciano meno spazio a cosa accade e più spazio a cosa c’è. Sono gusti, naturalmente, ma anche se io preferisco autori meno descrittivi, pagina dopo pagina Moers mi ha convinta sempre più, forse anche perché i libri sono i veri protagonisti di questo romanzo e per una divoratrice come me, non poteva essere altrimenti.

Credo che anche l’essere una scrittrice abbia avuto il suo peso, perché più volte tra queste pagine ho trovato spunti di riflessione sull’arte dello scrivere, sull’ispirazione, sul rapporto con la letteratura in genere.

I personaggi di questa storia sono tutti strani animali (in tutto il libro appare solo un uomo); nessuno esistente (e qui la fantasia dello scrittore è volata davvero in alto): uno squalombrico, un cinghialoide, un vermicchione e svariati altri strani animali con caratteristiche mescolate di animali reali. Si tratta comunque solo di una scelta che libera la fantasia, perché al di là della strana alimentazione, questi animali si comportano come esseri umani. Vivono in luoghi strani, questo sì, perché tutto è strano, in questo libro, ma il loro comportamento è quello degli esseri umani, nel bene e nel male.

Il protagonista, il vermicchione (una sorta di dinosauro) Idelfonso de’ Sventramitis, parte dalla sua città natale alla ricerca di uno scrittore sconosciuto il cui libro è finito tra e sue mani tramite il lascito del suo padrino letterario. Idelfonso parte alla volta di Librandia, la città dei libri sognanti, un luogo in cui tutto ruota intorno alla scrittura. Impossibile non notare una certa critica nelle descrizioni di librai, agenti e critici letterari, come queste:

«Non sai ancora creare dei libri» disse il Re delle Ombre, «però sai già uccidere. Sei sicuro di non voler diventare piuttosto un critico letterario?»

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‘Il problema è questo: per far soldi – tanti soldi! – non abbiamo bisogno di una letteratura grandiosa, impeccabile. Ciò che ci serve è la mediocrità. Ciarpame. Fesserie. Roba buona per le masse da immettere sul mercato in quantità sempre maggiori. Libri sempre più grossi e sempre più insignificanti. Ciò che conta è la quantità di carta che si vende, non le parole che ci sono scritte’.

Idelfonso cade presto preda di un libraio senza scrupoli che lo abbandonerà nelle catacombe di Librandia, un luogo pieno di pericoli, stranezze e scoperte. Lì, tra numerose insidie, si svilupperà il suo talento di scrittore (uno scrittore che non ha ancora scritto nulla) e si svelerà il mistero del libro perfetto, quel volume che ha spinto Idelfonso ad avventurarsi nella città dei libri sognanti.

Il romanzo è pieno di ironia e situazioni divertenti, ma seppure sia considerato anche adatto ai ragazzi, non credo che questa scrittura ricca sarebbe adatta a lettori molto giovani; non per niente ho chiamato in causa Eco, il cui libro Baudolino ha parti davvero simili (per fantasia, ironia e descrizioni assurde) a questo romanzo.
Per darvi meglio un’idea di ciò di cui sto parlando, eccone un esempio:

“La lettura di un libro rizzacapelli si può paragonare a una passeggiata in un antro sotterraneo scoperto al tocco della mezzanotte dietro una porta mascherata di un manicomio abbandonato in cui si aggirino fantasmi di serial killer senza pace, oppure in una segreta ammuffita piena di ragnatele che si esplori tenendo nella mano scossa da tremiti una candela guizzante mentre ratti dagli occhi rossastri sibilano nell’oscurità e gelide dita tentacolari si avvinghiano alle caviglie”.

Per concludere, voglio sottolineare una verità in cui credo da anni: non importa se il libro che scegliete di leggere sia esattamente il vostro genere nell’argomento o nello stile; quello che importa è che sia un buon libro, perché non c’è buon libro che non lasci qualcosa nella mente o nel cuore di chi legge.

Buona lettura!

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Nessuno che abbia scritto un buon libro è mai veramente morto.

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«Compito degli scrittori è quello di scrivere, non di vivere avventure. Se sono le avventure che vuoi, allora fai il pirata o il cacciatore di libri. Se invece vuoi scrivere, scrivi. Se non sai attingere a te stesso, addio».

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Cominciare una cosa è facile. Difficile è portarla a termine».

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