Il libraio risponde – Capitolo 1

Di interviste a librai in rete se ne trovano tante, e le domande sono perlopiù le solite: il rapporto con gli editori, la scelta di quali libri proporre in libreria, l’annoso dilemma libri digitali/libri cartacei e via lungo questa linea. Nel momento in cui mi è caduta tra le mani l’opportunità di intervistare un libraio, mi sono detta: “Ecco un’occasione per fare quelle domande che non leggo mai nelle interviste; quelle che vanno ben al di là della storia di come il libraio sia arrivato a fare tale mestiere”.

Questo post sarà il primo di tanti, perché affronteremo diversi argomenti andando a spanne, cercando di non strutturare l’intervista come un progetto a tavolino.

Inevitabilmente le risposte richiameranno nuove domande, perciò nel post seguente è probabile che vedrete sviluppato in modo più approfondito un argomento toccato nella precedente. Vi invito anche a suggerire nuovi quesiti, che raccoglierò e inserirò nei post successivi. Onde evitare di approfittare della pazienza e del tempo di questo libraio, vi consiglio di porre domande le cui risposte non sono già ampiamente sviluppate altrove. Un esempio di cosa NON chiedere: cos’è il codice ISBN? Qui è spiegato: http://www.isbn.it/CODICEISBN.aspx oppure: come  cercare un editore? Non penso che il libraio sia la persona giusta a cui chiederlo. Comunque chiedete senza timore; al massimo vi indirizzerò altrove! 🙂

E adesso è arrivato il momento di aprire le danze…

Quando ho parlato con Marco per la prima volta mi ha colpita più di tutto un concetto che ha espresso, ed è da lì che voglio partire. Seguendo il mio intuito, ero abbastanza sicura di avere davanti una persona che scriveva ma non per forza un lettore, perché, ormai si sa bene, in Italia ci sono molti più scrittori che lettori. Ebbene, non sbagliavo. Quando durante la nostra prima chiacchierata gli ho chiesto in che modo il suo essere scrittore fosse stato condizionato dal mestiere di libraio, ha risposto così:

Era una mattina di sette o otto anni fa quando, sistemando lo scaffale secondo l’ordine alfabetico per autore, l’occhio mi è caduto sullo spazio lasciato vuoto da una precedente vendita. Una mancanza che confinava a sinistra con le opere di Tobino e a destra con quelle di Tondelli. Era giusto lì che il mio ipotetico romanzo avrebbe dovuto trovare alloggio qualora qualche buon anima di editore avesse deciso per una pubblicazione. Ma era davvero pronto il mio scrivere per quei vicini così ingombranti, così inarrivabili? No, di sicuro no. Parliamo di due giganti della letteratura italiana, e ritrovarmi a far da cuscinetto tra loro mi avrebbe certo procurato imbarazzo. Sarebbe stata più o meno la stessa cosa se fossi andato al Museo Nazionale delle Marche (Palazzo Ducale Urbino) e avessi appeso alla parete un mio schiribizzo, senza pudore, esattamente a metà strada tra la Muta di Raffaello e la Flagellazione di Piero della Francesca.

La mia prima reazione è lo stupore, perché di norma avviene il contrario: notando i libri poco validi presenti in giro, uno scrittore si sente in qualche modo legittimato a tentare. Si dice: “Se possono loro, posso anch’io”, oppure: “Io scrivo meglio di così!”. Queste risposte costituiscono di certo una spinta alla creazione; ma penso che in questi tempi in cui tutti pensano di poter fare tutto, sia rara una risposta come quella di Marco. Non scendo nel merito della sua umiltà, che comunque apprezzo, ma voglio subito chiedergli che cosa prova – da scrittore – rispetto ai libri scadenti che maneggia in libreria.

D: Ciao Marco, benvenuto su questo blog e grazie per la tua disponibilità. Diciamo allora che non ti senti all’altezza di Tondelli e di Tobino… ma cosa si scatenerebbe nello scrittore che è in te e ti toccasse stare nello scaffale di Stephenie Meyer o di Melissa P.?

R: Grazie a te per l’ospitalità, Chiara. Stephenie Meyer e Melissa P. hanno una maniera di scrivere che non mi appartiene, come non mi appartengono i temi di cui trattano. Tuttavia se il mercato ha accolto le loro opere quasi con bramosia è segno che in qualche modo queste sono andate a dar risposta ad un bisogno. Non sono loro il problema, semmai le migliaia di scribacchini e scribacchine che, senza una voce propria, hanno pensato di emularle scimmiottandone lo stile e argomentando sul medesimo soggetto, senza nemmeno domandarsi quale valore aggiunto i loro testi potessero apportare ad un mercato già saturo come quello del libro, senza chiedersi in che misura i loro libri-clone avrebbero tolto visibilità a scrittori con qualcosa da dire, da dire per davvero.

Come mi sentirei se dovessi apprendere che il mio romanzo rientra nella categoria dei disastri cartacei di cui ho appena detto? Più o meno come si sentirebbe un sacchetto di plastica perduto nel bel mezzo del Pacifico, un sacchetto speciale però: speciale perché consapevole del fatto che è un rifiuto e che la sua presenza lì è sbagliata, peggio, che il suo esistere sta facendo secchi, giorno dopo giorno, innocenti pesci in gran numero.

Se invece fossero solo i miei vicini di scaffale ad essere spazzatura e il mio libro una porzione d’incanto… beh, mi sentirei come il pesce che tenta di nuotare tra i sacchetti.

Beh, secondo me il problema non sono SOLO gli emulatori delle Stephenie Myer e delle Melissa P.; credo che libri del genere proprio non dovrebbero essere presenti in una libreria, per rispetto di chi sa scrivere davvero e ha qualcosa da dire, nonché per non abbassare il livello culturale generale. Comunque capisco il ragionamento.

D: Hai mai pensato che se tutti gli scrittori facessero il tuo ragionamento non sentendosi all’altezza, potremmo avere solo libri scadenti?

R: O forse solo libri belli, dipende dai punti di vista. Non dico che quello dello scrivere sia un bisogno da lasciare insoddisfatto: scrivere è comunicare, ed è difficile farne a meno. Il fatto, però, è che ci sono mille modi per proporre le proprie idee anche prima di essere certi di essere divenuti i nuovi Raymond Chandler senza andare ad intasare gli scaffali dei negozi di libri, magari sottraendo visibilità a chi davvero ne meriterebbe.

A mio avviso la scrittura non dovrebbe mai uscire dal binario del ‘necessario’, e servono umiltà e senso pratico per stabilire se quello che abbiamo scritto rientra nel parametro fondamentale appena citato oppure no.

Ciò non significa che ci dovremmo dare tutti alla manualistica, anche l’arte è necessaria, così come sono necessarie l’informazione e la bellezza. Pure una storia che non ha la pretesa di spiegare come gira il mondo può essere necessaria: io, ad esempio, non riuscirei a sopravvivere ad un pianeta che non contempli i romanzi di Joe R. Lansdale. Non si tratta di alta letteratura, ma di una delle migliori via di fuga tra quelle buone a nasconderci dalle pressioni del quotidiano per qualche ora. Incollami alle pagine come fa questo texano e sarò io a esortare gli editori a pubblicarti. Ma fino ad allora…

D: Fino ad allora?

R: Beh, fino ad allora fa che le tue parole siano il più possibile necessarie. Ci sono piccoli editori che hanno intravisto il problema e si sono adoperati per venirne a capo, magari dando vita ad una sorta di club per autori. Sai quelle cose che esigono il leggersi a vicenda? Ed è lì, in queste ristrette cerchie di addetti ai lavori, che un romanzo altrimenti anonimo su di uno scaffale di libreria trova la sua utilità, se non altro come mezzo di studio e confronto.

Guarda poi quanti travel blogger sono diventati scrittori di viaggio (e spesso di un certo successo) semplicemente trovando una risposta alle necessità dei viaggiatori. Poi me lo immagino, quella necessità immediata (magari il sapere dove mangiare buon pesce a Lisbona) si è fatta curiosità meno interessata all’oggi per l’oggi e quel lettore occasionale è tornato sullo stesso blog perché l’ha trovato interessante nel complesso. Infine l’utente si è come affezionato al blogger e al suo modo di scrivere e ora ha un nuovo bisogno: quello di leggerne le avventure anche fuori da internet, magari su un libro.

Ho detto travel blogger, ma avrei potuto tirare in ballo anche quel tizio che scrive on-line la sua vita da apicoltore o la signora che vi racconta quotidianamente la sua passione per l’uncinetto.

Detto francamente, anche io continuo a scrivere, ma non mi va di giocare a fare il piccolo Henry Miller: mi accontento di raccontare i luoghi e le storie dell’antico Ducato di Urbino alle genti che oggi lo abitano. Certo, non lo faccio come se dovessi compilare delle schede in successione, piuttosto utilizzando parole allo stesso modo in cui un bravo artigiano adopererebbe il suo sapere per restaurare la vetrata di una bella chiesa. Detto fra noi, reputo che il mio scrivere sia molto più necessario così che non nella forma che volevo appioppargli un tempo: quella dell’ennesimo romanzo.

D: Dici che “…ci sono mille modi per proporre le proprie idee anche prima di essere certi di essere divenuti i nuovi Raymond Chandler senza andare ad intasare gli scaffali dei negozi di libri”, e ci sta; ma secondo te chi potrebbe mai dare ad uno scrittore quella certezza?

R: La sua capacità di autovalutazione, in prima battuta. Questa deriva in massima parte dall’essere lettore. Poi va aggiunta la pazienza, il sapersi trattenere dallo spedire manoscritti a destra e a manca giusto un attimo dopo l’aver apposto la parola fine al testo. Lascia scorrere i mesi e probabilmente vedrai quel discorso che durante lo scrivere ti pareva più profondo dell’anima di un santo trasformarsi in un qualcosa di molto più vicino all’ovvio.

Se poi pensiamo al romanzo come forma d’arte, beh, a quel punto è necessario che qualcuno lo riconosca come tale: gli editori, e magari quelli più prestigiosi. Un artista diventa tale quando a definirlo con questo termine sono Nicholas Serota e Vittorio Sgarbi (che pure mi sta simpatico come una sospetta escrescenza al pancreas), non certo perché secondo la visione di Don Eraldo è il più bravo disegnatore della comunità parrocchiale. Perdona la franchezza, magari un po’ brutale, del ragionamento, ma non è che ci possa fare granché: è così che gira il mondo. Almeno nel mio modo di vedere le cose.

D: Chiunque legga tanto e frequenti le librerie sa che attualmente gli scaffali sono pieni di spazzatura. Secondo te l’esistenza di così tanti libri scadenti è responsabilità degli editori che li pubblicano o dei lettori che li comprano?

R: Mah, credo che le responsabilità non siano da attribuire soltanto a queste due figure: penso che la situazione attuale affondi parecchio in profondità le sue radici e che i suoi protagonisti siano piuttosto numerosi. Anzitutto la scuola, quella scuola che vedeva – almeno fino qualche anno fa – insegnanti incaponiti nel proporre ai ragazzi solamente classici. Non ho niente contro Tasso e Foscolo, ma far intendere all’orda di giovani studenti che riempie le classi che la letteratura non ha niente altro di meglio da offrire loro è un errore, soprattutto se si considera che a quell’età non si è ancora del tutto sviluppata la capacità critica necessaria a comprendere il valore di un’opera narrativa. E poi diciamocelo, Giovanni e Jessica della 4^ B hanno a che spartire molte più cose con i protagonisti di Tutto per una ragazza di Nick Hornby piuttosto che con quelli de I Promessi Sposi. È normale che poi i ragazzi – almeno quelli che con sforzo restano lettori – preferiscano una lettura che, seppur di spessore infinitamente minore, racconti il loro mondo e non quello dei loro trisnonni.

C’è poi una generazione di lettori decimata da editori fautori di una letteratura per l’infanzia abominevole. Quella generazione che, mentre all’estero impazzavano titoli come Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak, era costretta a sorbirsi albi le cui illustrazioni – oltre a essere parecchio brutte – non lasciavano alcuno spiraglio alla fantasia. E le storie poi? Sempre uguali a se stesse, storie pensate non per stimolare la curiosità, ma per ammonire i giovinastri circa le sfighe che toccano in sorte a chi si comporta male. E le madri ci si gongolavano pure: “smetti di fare i capricci! Te lo ricordi cosa è successo nel libro? Vorrai mica far piangere Gesù?!”. Va da sé che buona parte di quegli allora potenziali lettori vede oggi nel libro un nemico di cui aver paura o, alla meno peggio, un qualcosa di definibile in tre parole appena: “una palla totale”.

Poi il resto è il solito cane che si morde la coda. Considerate le premesse, un crollo della capacità di lettura è un fatto tutt’altro che straordinario. Editori e librai, che prima di essere mecenati sono imprenditori, hanno visto comunque in quel lettore dai mezzi inadeguati ad affrontare autori come Kafka, Dostoevskij, Yourcenar o Thomas Mann un possibile acquirente. E gli hanno proposto Catherine Dunne.

Nel frattempo (parecchio prima della Dunne, a dire il vero) un nuovo editore aveva visto la luce. Solo che per entrare nel mercato, per scavarsi la sua nicchia, aveva bisogno di romperlo con una proposta che il libraio non poteva rifiutare, gli aveva detto: “lo so che non conosci i miei autori, ma io sono così sicuro del valore dei loro libri che se non li vendi me li riprendo indietro”. Feltrinelli aveva inventato la resa.

Gli altri editori, che proprio cretini non erano, corsero ai ripari proponendo ai rivenditori le medesime condizioni. Poi ci fu qualcuno la cui mente venne toccata dal genio divino. La pensata era questa: se io pubblico un libro e questo sparisce dai negozi perché reso, mi converrà mica pubblicarne uno in più? O meglio altri due? Sai che ti dico? Ne stampo cinquanta, così sono sicuro che almeno qualche mio libro sarà sempre presente nelle librerie nel corso dell’anno e pazienza la qualità. Ecco tutti dietro il grande innovatore, ecco scappati i buoi, ecco impazzire un mercato ormai non più in grado, se non con estrema difficoltà, di elevare un bravo romanziere dalla moltitudine.

Una situazione che in fin dei conti vede il lettore più nel ruolo di vittima che in quello di carnefice.

D: Tutti noi fantastichiamo sulla soluzione di problemi che vediamo intorno a noi, specie se ci toccano tanto. Quale sarebbe secondo te un modo per migliorare questo squilibrio tra libri scadenti e libri validi?

R: Certo non sarà una legge a riportare la pace. Se obbligassimo gli editori a stampare non più di tot titoli l’anno ci ritroveremmo con un incontrollato fiorire di nuovi marchi editoriali (probabilmente sempre legati alle solite case editrici) e nulla cambierebbe.

Occorre semmai ridare agli insegnanti un ruolo centrale, affidarsi a loro perché accompagnino i ragazzi nel mondo della letteratura, questa volta però (a differenza di ciò che avveniva in passato) partendo da autori più contemporanei, più affini al loro sentire, avvicinandosi poi, mano a mano che le competenze degli studenti verranno affinate, a quegli autori un pochino più difficili ma che tanto hanno da dare.

Anche i genitori, e mi ci metto anch’io, dovrebbero piantarla di dire ai loro figli che leggere è importante; dovrebbero invece mostrargli che, semplicemente, è un qualcosa di bello. Fare capire loro, cioè, che leggere non è un dovere, ma un piacere.

È un percorso sicuramente lungo e tortuoso, ma già imboccato. Mi consola il fatto che negli ultimi anni la letteratura per ragazzi continui a registrare vendite crescenti.

D: So che ami leggere, ma in che misura? Quanti libri leggi in un anno?

R: Fino a qualche anno fa, un centinaio. Oggi che sono papà di due piccoli tornado il numero di libri che leggo annualmente si è dimezzato.

D: Quali sono i tre autori che preferisci in assoluto?

R: Faccio fatica a scegliere tre autori soltanto. Anzitutto perché sono pochi e poi non sempre uno scrittore produce nell’arco della sua carriera libri di pari livello. Uno dei miei volumi preferiti è Stoner di John E. Williams (Fazi editore), ma lo stesso autore non è riuscito, almeno nella mia opinione, a riprodurre altre storie altrettanto efficaci.

Però non mi va di lasciare insoddisfatta la tua curiosità e allora ti dico che nella più classica delle isole deserte porterei i romanzi di Mordecai Richler e di Jim Thompson. Per quanto concerne la saggistica direi Zygmunt Bauman.

D: Su cosa ti basi quando decidi di leggere o non leggere un libro? Essere un libraio ha cambiato questo sistema di scelta? Se sì, come?

R: Una volta venivo attratto dalla copertina, quasi che questa fosse una specie di promessa su ciò che avrei trovato ad attendermi tra le righe del volume. Oggi invece, forse frastornato dai colori sempre più vivaci che urlano la presenza del libro su scaffali e pedane, il mio occhio viene catturato soprattutto da titoli esteriormente poco appariscenti.

Ovviamente anche una maggior conoscenza del catalogo degli editori, che di norma segue un filo conduttore, gioca la sua parte. Einaudi, Iperborea, L’Orma, Sellerio, Keller e Adelphi non hanno bisogno di copertine che sembrano cartelli al neon, tantomeno di improbabili fascette pubblicitarie, per attirare lo sguardo dei lettori forti.

Poi certo, in una libreria le recensioni non mancano mai di essere lette e il passaparola è cosa del quotidiano.

D: Mentre parlavamo hai accennato di aver organizzato un incontro di poesia, quindi deduco che sei una persona coraggiosa. C’è stato un libro che hai deciso di leggere contro ogni logica e che ti ha stupito favorevolmente?

R: Sì, per me che sono abituato a leggere l’arte che unisce le parole ancor prima della storia in sé, il dovermi cimentare con letture per adolescenti è stato un salto nel vuoto, un salto che ha comportato a volte rovinose cadute e altre dalle grandiosi scoperte.

Spesso si pensa alla letteratura per ragazzi come a libri di serie B, testi di cui annacquare il senso al fine di non turbare le menti ancora acerbe dei giovani lettori. Allora ti voglio segnalare un libro che ribalta completamente quest’idea, a mio avviso, del tutto errata: L’albero delle bugie di Frances Hardinge, uscito per Mondadori nel 2016.

L’ambientazione storica (l’Inghilterra dell’età vittoriana) trasporta in un mondo parallelo, comunque verosimile, e contribuisce a mettere in moto quegli invisibili meccanismi fantastici tipici delle grandi storie. Le descrizioni mostrano la scena e sostituiscono il semplice dirne. I personaggi rimangono impressi nella memoria e, soprattutto, è un libro che cattura, che sa osare.

Parliamo di un romanzo per ragazzi (penso rivolto ad un pubblico che parte dai 12/13 anni) dove finalmente accade qualcosa di importante, dove l’autrice non ha paura di turbare chi legge (probabilmente perché lo considera un lettore e non un nano dai calzoni corti e dalla mente inadeguata al resistere a troppi scossoni), dove finalmente la storia ritorna ad essere quel tipo di storia che sa far saltare sulla sedia e sa tenere i nasi francobollati alla carta. Questo è un libro straordinario, un libro probabilmente capace di creare nuovi lettori dove prima non se ne scorgeva neppure l’ombra.

Ti ringrazio del consiglio, leggerò certamente L’albero delle bugie e non escludo di scrivere una recensione da pubblicare qui. Grazie per aver risposto a queste prime domande, che credo abbiano dato modo a chi ha letto di farsi un’idea di chi sia questo libraio umile di nome Marco. 🙂

Ti aspetto per la prossima puntata.

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Trovate il blog di Marco sul Ducato di Urbino, qui.

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