Chiara Vitetta » Il segreto – Finale 1

Chiara Vitetta

"Una vita senza libri è una vita di sete". (Stephen King)

Il segreto – Finale 1

VI

Davanti al video di ciò che suo padre aveva fatto, Daniele non lasciò ancora andare le lacrime. Le spinse indietro sentendo che si facevano di volta in volta più forti, che respingerle era sempre più difficile, che il cuore batteva forte, lo stomaco si chiudeva e gli occhi si facevano lucidi. Tutto si fermava lì: non permetteva niente di più.
I primi fotogrammi gli mostrarono un uomo che non era suo padre, i secondi gli fecero vedere un mostro, i terzi la distruzione di una giovane vita, i quarti la perversione di una mente malata; i quinti mandarono completamente e per sempre in frantumi tutta la sua vita, perché man mano che quel video andava avanti, Daniele si rendeva conto di quanto ci si possa sbagliare nel giudicare una persona. Suo padre, l’uomo giusto e rispettoso della famiglia, il genitore affettuoso e la figura d’esempio, ligio al dovere, gran lavoratore… pedofilo… Suo padre: un mostro. Fermò il nastro e fermò i pensieri, perché le prime lacrime erano riuscite a valicare le barriere che aveva eretto. Le asciugò in fretta con la manica del maglione e bloccò l’inesorabile avanzare dei fotogrammi che distruggevano suo padre ai suoi occhi di figlio, di uomo, di essere umano. Non voleva vederlo mai più e mai più avrebbe permesso a se stesso di credere in qualcuno, di fidarsi di ciò che una persona appariva ai suoi occhi. Avrebbe sempre avuto paura dei terribili segreti che ogni persona potrebbe nascondere.
I criminali non hanno scritto in faccia il codice dei loro crimini: all’apparenza, sono persone come le altre.

VII

È buio e piove a dirotto. Sono le 21:36, Daniele è seduto in macchina davanti a casa sua e guarda dal finestrino la porta d’ingresso. La macchina della polizia sopraggiunge senza fretta, come se non fosse in procinto di cambiare per sempre il corso di tre vite, forse anche di molte di più.
Scendono due poliziotti in divisa belli come la giustizia, quella che in certi casi non è mai abbastanza severa.
Uno di loro ha un ombrello nero che usa per proteggere la sua testa e quella del collega dalla pioggia battente che il cielo sta riversando su quell’angolo di mondo. I poliziotti raggiungono la porta di casa e suonano il campanello. Un minuto dopo, la madre di Daniele sopraggiunge. Ha gli occhi spenti, a Daniele ricordano vagamente quelli della bambina che suo padre ha comprato. Ha uno strofinaccio in mano perché stava pulendo la cucina. Era nel bel mezzo della sue quotidiane abitudini: tentava disperatamente di tenere insieme i pezzi della sua esistenza non cambiando nulla nel corso della sua giornata. E in mezzo alla sua vita di sempre, adesso ecco la prova tangibile che niente sarà più lo stesso. Ecco la legittimazione di una verità a cui non vorrebbe credere.
Neanche lei aveva pianto quando aveva saputo, né dopo. Non si concedeva lacrime, non poteva crollare; non ancora, almeno, non prima che quell’orrore fosse passato nella sfera della giustizia e fosse stato ristabilito un certo ordine naturale nelle cose.
La madre di Daniele fa entrare gli agenti, che escono dalla casa pochi minuti dopo accompagnando suo padre con le manette ai polsi e la vergogna come una maschera sulla faccia. Daniele osserva la scena, immobile. Uno dei due agenti si volta verso quella macchina ferma davanti alla casa e vede attraverso il vetro un uomo di età imprecisata.
È voltato verso il finestrino, non di profilo. La pioggia che scivola sul vetro della macchina sembra solcare il suo viso e creare rughe lungo i lineamenti del suo volto. È come se piangesse enormi lacrime di pioggia e i suoi occhi tristi sembrano anche lucidi, a conferma della strana impressione che l’agente ha avuto. La strada è abbastanza illuminata da permettergli di scorgere l’immobilità dell’uomo e quello strano gioco che la pioggia, la luce e il vetro creano sul suo viso, ma non abbastanza, invece, da fargli vedere che l’uomo, che in realtà è solo un ragazzo di diciannove anni, sta davvero piangendo.
Forse quella pioggia cade per esprimere il suo dolore che le sole lacrime non bastano ad esternare. O forse quella pioggia che sembra segnargli il volto di rughe acquose sta dicendo che quel ragazzo con il suo dolore è più adulto di quello che appare; o forse ancora, il cielo sta piangendo insieme a lui per l’aberrante distruzione della vita di una bambina. Forse quel ragazzo potrà ancora credere negli esseri umani un giorno, nel loro valore e nell’assenza di orribili segreti nella loro apparentemente giusta esistenza. Forse… Forse…

(Chiara Vitetta)

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