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Chiara Vitetta

"Una vita senza libri è una vita di sete". (Stephen King)

Vanità

La seconda edizione di “Scrivi e Vinci” (7 luglio 2010-27 luglio 2010) ha presentato qualche intoppo. Le richieste poste alla fine dell’incipit per dare coerenza ad alcuni elementi della storia, hanno messo in difficoltà i partecipanti che, seppure molto fantasiosi, non sono riusciti a rispettare tutti i requisiti richiesti. Solo Davide Ceraso ha proposto una continuazione davvero conforme a quanto stabilito, inventando un personaggio insolito e una conversazione fuori dal comune. L’idea era buona, la coerenza presente, la scrittura è piacevole e scorrevole.

In questa edizione ci sono stati tre vincitori, 1°, 2° e 3° classificato. Tutti e tre hanno vinto una copia de: “L’oblio della ragione”, ma solo il 1° classificato ha acquisito il diritto di comparire in questa pagina.

Buona lettura!

Vanità

I tavolini dei bar sono spesso depositari di segreti e intrighi, curiose conversazioni e strani litigi. Agli esseri umani piace sfogarsi davanti ad un caffè o un cappuccino, un liquore o un drink qualsiasi, forse per addolcire la bocca, resa amara dalle parole rimaste chiuse troppo tempo nella soffitta buia del cervello. Certi bar, poi, sono particolarmente invitanti, così i tavoli al loro interno sono colmi di residui di parole e del ricordo del tocco delle mani che si sono posate sulla loro superficie. Ah, se quei tavoli potessero parlare, chissà quante storie potrebbero raccontarci! C’è un tavolo in particolare, in un bar delle periferia della città, che un giorno ebbe modo di sentire la conversazione più pazzesca di tutte, e per di più tra due persone che rappresentavano la coppia peggio assortita che si fosse mai vista. Quell’elegante tavolino tondo, di legno verniciato di nero, ebbe modo di vedere da lontano la persona che si sarebbe accostata con una sedia al suo levigato piano. Alle tre e quattordici di un pomeriggio di aprile, una donna sui trent’anni fece il suo ingresso nel bar, arrampicata ad arte su tacchi di dodici centimetri, sottili come il corpo di una penna bic. Ancheggiando e spingendo un ciuffo ribelle di capelli all’indietro, con pochi passi raggiunse il tavolino scelto, troppo presa dai suoi pensieri per accorgersi dell’abnorme quantità di occhi rimasti attaccati ad ogni curva del suo corpo. Mentre il barista si riprendeva a fatica e le cameriere sorridevano e scuotevano la testa per il triste spettacolo che gli uomini avevano offerto, la donna misteriosa, che metteva piede in quel bar per la prima volta nella sua vita, si sedette, accavallò con noncuranza le lunghe gambe avvolte in fuseaux dorati e poggiò con cura la grande borsa dello stesso colore sul tavolino, occupandone metà della superficie. I capelli di un bel castano ramato, di lunghezza media, le ricadevano sulle spalle in morbide onde. Gli occhi castani, pesantemente truccati e davvero poco espressivi, e la bocca dalle pose da diva non la facevano di certo sembrare una persona dalla spiccata intelligenza. Si muoveva con una delicatezza studiata e osservava il mondo senza alcuna curiosità. Quell’aspetto curato fino all’eccesso era il risultato di una vita trascorsa ad inseguire la bellezza per non si sa quale scopo. Le sopracciglia seguivano una linea perfetta, le labbra, ridisegnate dalle linee marcate di una matita color mattone, erano colorate da un rossetto dello stesso colore; il viso, il cui colorito veniva reso uniforme da un generoso strato di fondotinta e cipria, non presentava alcuna imperfezione, le ciglia allungate ed evidenziate dal mascara cercavano di dare allo sguardo più profondità. Le mani, le cui dita affusolate erano cinte da raffinati e preziosi anelli d’oro, parlavano di ore di manicure e molto denaro speso. Sulla superficie delle unghie finte, laccate di un delicato rosa perlato, piccole margherite bianche erano state applicate da un’estetista precisa fino alla paranoia. L’abbigliamento metteva in risalto ogni grazia: i fuseaux e la gonna di jeans per le gambe lunghe e magre, i tacchi per l’altezza, il reggiseno imbottito e push-up per il seno e per la stessa ragione la scollatura, la maglietta aderente per la vita sottile e la gonna stretta per i fianchi; infine una giacca corta e stretta in vita, lasciata chiusa solo fin sotto il seno per non coprire nulla. Muoveva nervosamente un piede e guardava in continuazione l’orologio dorato che le adornava il polso. Se fosse stata una fumatrice, di certo sarebbe uscita dal bar per una sigaretta, ma mai avrebbe preso in considerazione una simile possibilità: il tabacco le avrebbe ingiallito denti e dita, il che non era ammissibile.
Quando un giovane e timido cameriere le si accostò per chiederle cosa desiderasse, la donna accennò un sorriso di plastica e disse: “Aspetto una persona”. Il ragazzo fece cenno di sì e si allontanò. Non aveva mai visto dal vivo una donna così bella, gli ricordava la modella il cui corpo faceva mostra di sé sulle pagine patinate del calendario che aveva in camera da letto.
Mentre il ragazzo tornava dietro il bancone, uno strano silenzio cadde sul bar. Con gli occhi sgranati e le bocche spalancate dallo stupore, tutti rimasero congelati nel mezzo di quello che stavano facendo e seguirono con lo sguardo, quasi senza respirare, la figura che si dirigeva lenta verso la meravigliosa donna seduta sola al tavolino…

Ogni passo dello sconosciuto era accompagnato da un tonfo sordo.
L’uomo, alto e piazzato, aveva mossi capelli brizzolati che gli crescevano selvaggi sulla testa, il pizzetto dello stesso colore, la pelle bronzea, cotta dal sole, coperta in alcune zone da macchie tendenti al rosa. Indossava una lunga giacca blu con i bottoni dorati, che comunque non riusciva a nascondere il suo pancione prominente. Sul lato destro della bocca, una pipa pendeva senza emettere fumo. Ma, senz’ombra di dubbio, la cosa che aveva attirato l’attenzione dei presenti era l’assenza della gamba sinistra, o meglio la presenza del suo sostituto ligneo.
Zoppicando, raggiunse il tavolino occupato dalla donna, nascosto agli occhi e alle orecchie altrui da un separé, e mimando un inchino disse con voce roca: “Buon pomeriggio, Madame. Perdoni il ritardo”. La donna per un attimo lo fissò perplessa ma poi rispose “Si accomodi” indicandogli la sedia dall’altra parte del tavolino. Lui prese posto e poggiandosi sui gomiti si mise a fissarla.
La donna percepì il peso di quei penetranti occhi verdi che la studiavano come stessero passando al setaccio la sua anima. Decise quindi di fare una battuta per rompere il ghiaccio: “Non mi aspettavo certo di avere a che fare con il capitano Achab… anche se il suo contatto mi aveva fatto una sua vaga descrizione”.
Accennando un sorriso le rispose: “Oh, questo è niente… mi diverto a travestirmi. Col mestiere che faccio, capisci bene che non posso mostrarmi in giro come se niente fosse. Ai clienti poi… ” quindi aggiunse: “Ah, posso darti del tu, vero?”
“Certo. Strano posto per un incontro del genere. Mi sarei aspettata piuttosto di incontrarti nella zona industriale.”
“Preferisco i luoghi affollati, non si sa mai… Dunque, miss… miss?”
“Ehm… diciamo Maria.”
“Ok, miss Diciamomaria… cosa vuole che faccia?”
Maria raccolse l’enorme borsa dorata e ne estrasse una candida busta di carta. La aprì, scartabellò un momento, quindi porse all’uomo due fotografie. In una era raffigurata una bellissima ragazza sdraiata su una spiaggia. Aveva la pelle nera dall’abbronzatura, ricci capelli corvini e un corpo perfetto che il costume a due pezzi metteva in risalto. La seconda foto invece riportava un primo piano della stessa ragazza. Quest’ultima, senza neanche un filo di trucco, era di una bellezza da mozzare il fiato anche al più misogino degli uomini. Lui le osservò per qualche istante mentre con la bocca faceva roteare la pipa.
Nel frattempo, si era avvicinato al tavolo il giovane cameriere. Attese di ricevere attenzione dalla strana coppia tamburellando nervosamente con le dita sul blocchetto per le ordinazioni. Quando finalmente ‘Achab’ staccò gli occhi dalle foto per posarle su di lui gli chiese: “I signori desiderano ordinare?” Maria ordinò un caffè veneziano mentre l’altro con voce roca disse “Yo-oh-oh, portami una bottiglia di rum”. Il ragazzo annotò tutto sul blocchetto e perplesso si allontanò da loro.
‘Achab’ riconsegnò le foto a Maria dicendo: “Davvero un gran pezzo di figliuola. Chi è?”
“Non t’importa.” rispose lei in tono severo.
“Senti cocca, io sono un professionista rispettabile. Se vuoi un ladro di polli qualsiasi, vattelo a cercare al porto o nella zona industriale. Ci salutiamo qui.” E fece per alzarsi.
“Aspetta.” lo fermò lei.
L’uomo tornò a sedersi e riprese a fissarla con i suoi enigmatici occhi verdi. Maria restò in silenzio per qualche minuto ragionando con se stessa. Tornò il cameriere e consegnò quanto avevano ordinato. ‘Achab’ lo guardò e disse sorridendo “Yo-oh-oh”. Quando se ne fu andato, Maria sbuffando prese a raccontare: “Qualche mese fa è venuta a mancare mia madre. Essendo figlia unica, immaginerai il mio sconcerto quando arrivata dal notaio per sbrigare le pratiche riguardanti l’eredità, ho scoperto di avere una sorellastra.”
“Quindi si tratta di soldi…” affermò l’uomo.
“Lasciami finire. La ragazza era stata data in affidamento a un orfanotrofio. Ho saputo dal notaio che mia madre negli ultimi mesi aveva fatto delle ricerche per ritrovare la figlia perduta… ed eccola lì. Mia madre le ha lasciato metà dell’eredità, casa compresa, e vi si è trasferita. Hai visto com’è? Ti pare possibile che la natura sia stata così buona con lei mentre io sono dovuta ricorrere più volte al chirurgo estetico? Che ogni volta che devo uscire da casa, sono costretta a perdere due ore della mia vita a rendermi presentabile mentre lei non ha alcun problema?”
“Mh mh…” mugugnò lui assentendo col capo e mormorando: “Invidia…”
“Non puoi capire la frustrazione” disse lei visibilmente irritata. “Ogni maledetta mattina io mi alzo e non riesco a guardarmi allo specchio mentre quella stronzetta è fresca come una rosa. È una tortura che dura da mesi ormai. Non ce la faccio più. Per questo ti ho contattato.”
“Vuoi che sembri un incidente?”
Maria prese nuovamente la busta di carta e ne estrasse un foglio che piazzò al centro del tavolino.
“Questa è la piantina della casa. È in periferia, quindi non ti dovrai preoccupare di gente in giro. La sera che concorderemo, anche oggi se sei disponibile, lascerò accostata questa finestra al pianterreno.” E indicò un cerchio rosso sul foglio. “Dovrai salire questa scala ed entrare nella seconda porta a destra. Quella puttanella dorme qui” e indico una ‘x’ rossa. “Il tutto deve passare per una rapina finita male. Il ladro entra dalla finestra dimenticata aperta, gira per casa e capita nella camera della ragazza. Questa si sveglia e fa per chiamare aiuto, il ladro la uccide e scappa. A questo punto entro in gioco io che svegliata dai rumori, trovo la mia povera sorellina morta e chiamo la polizia. Ovviamente ho già provveduto a far scomparire alcuni oggetti di valore di cui denuncerò la scomparsa.”
“Vedo che hai pensato a tutto, complimenti. Farò una cosa pulita.”
“Deve sembrare una rapina… ma cerca di farla soffrire il più possibile.” Sibilò lei.
Con la stessa naturalezza di uno che chiede un cappuccino al bar, lui disse: “Va benissimo” e stappando la bottiglia di rum si riempì il bicchiere. Poi aggiunse: “Resta solo di parlare del compenso”.
Maria sorseggiando il caffè rispose: “Ho già pronta la cifra pattuita col tuo contatto. Né avrai metà ora e metà a lavoro finito.” Quindi estrasse dalla borsa un beauty case rigonfio e glielo passò sotto il tavolo. L’uomo lo prese e aprì la cerniera quanto bastava per sbirciarne il contenuto. Quindi lo richiuse e disse: “Sono certo che sono giusti. Non tenteresti scherzetti suicidi… beh, direi che è sufficiente…” poi alzandosi aggiunse: “Vado un attimo al bagno”.
L’uomo, zoppicando verso la toilette, passò accanto al giovane cameriere che stava lì in attesa da quando quella bizzarra conversazione era iniziata. Con un ampio sorriso disse: “Yo-oh-oh” e poi aggiunse a voce più bassa: “È ora che la signora paghi il conto” quindi continuò zoppicando verso la sua destinazione.
Ricevuto il segnale che attendeva, il cameriere si avvicinò al tavolino della signora portando un vassoio e iniziò a sparecchiare. Una volta alle sue spalle, brandendo il coltellaccio che aveva nascosto sotto il grembiule, le tappò la bocca con la mano libera e la sgozzò. Con un sommesso gorgoglio, la donna cadde riversa sul nero tavolino che adesso andava ricoprendosi di sangue. Riposto il coltello sotto il grembiule, anche il cameriere si avviò verso il bagno.
Quando un cliente, appena entrato, dirigendosi verso i tavoli scivolò sulla rossa sostanza mentre si avviava al bancone, si accorse dello stato in cui si trovava la donna e nel locale scoppiò il caos. L’uomo quindi andò in bagno per pulirsi e qui incrociò solo un curioso ometto dalla pelle quasi albina, senza capelli né barba, vestito in maniera elegante, che vedendolo lordo di sangue non si scompose e lo salutò con un cenno del capo.
Il cliente ricambiò distrattamente il saluto, ancora shockato per quello che era successo nel bar, e quando in seguito la polizia lo avrebbe interrogato, dell’uomo incontrato in bagno avrebbe ricordato soltanto gli scintillanti occhi verdi.

L’ometto attraversò il bar in cui regnava la confusione più assoluta e varcò la soglia mentre l’ambulanza parcheggiava lì davanti sgommando.
Quella sera, chiunque fosse passato sul lungomare avrebbe visto passeggiare chiacchierando una stupenda ragazza mora e abbronzata accompagnata da un insignificante ometto albino e glabro.

(Chiara Vitetta e Davide Ceraso)

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